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Il diritto di voto alle donne: un lungo e tortuoso cammino

Prime donne al voto: storie di ieri e parole di oggi

Ester Rizzo

La prima nazione al mondo che ha concesso il diritto di voto alle donne è stata la Nuova Zelanda nel lontano 1893. Per quanto riguarda l’Europa, l’Italia è stato uno degli ultimi Paesi a riconoscere questo diritto, nel 1946. Ben 40 anni prima le donne ottennero il diritto di voto in Finlandia e nel 1913 lo ottennero in Norvegia. In Danimarca le danesi votarono nel 1915 ma bisogna  precisare che già nel 1908 avevano diritto di voto le donne che avevano compiuto 25 anni e che pagavano le imposte. Nel 1931 il diritto di voto fu acquisito dalle spagnole e dalle portoghesi e dopo 13 anni toccò alle francesi. Le italiane dovettero aspettare il 1946 e le ultime cittadine europee ad acquisirlo  furono le svizzere nel 1971.

La conquista delle italiane si snodò lungo un tortuoso cammino. Il primo passo fu compiuto nel 1890, con la legge 6.792 del 17 luglio che conferiva alle donne la possibilità di votare e di essere votate ma solo nei consigli di amministrazione delle istituzioni di beneficenza. All’inizio del Novecento le istanze si fecero pressanti e tra i politici del tempo aleggiava una sorta di incubo costituito dalla possibilità che il genere femminile potesse entrare nel campo politico. “Un attentato all’ordinamento della Vita”: così  lo definiva l’onorevole Monti Guarneri mentre l’onorevole Micheli proponeva di concedere alle donne il voto al trentesimo anno d’età con la motivazione che “lo scopo della vita della donna è il matrimonio”. Finalmente nel 1919, anche se con molte limitazioni, si diede ad una Commissione specifica l’incarico di preparare una proposta di legge per concedere alle italiane l’elettorato attivo e passivo. La proposta venne letta in aula il 30 luglio di quello stesso anno e votata favorevolmente il 19 settembre. Questo il testo: “ Sono iscritte nelle liste elettorali amministrative le donne che hanno compiuto il venticinquesimo anno d’età e che si trovino in una delle seguenti condizioni: 1) Che siano decorate di medaglie al valor militare o della croce al merito di guerra 2) Che siano decorate di medaglie al valore civile o della medaglia dei benemeriti della sanità pubblica o di quella dell’istruzione elementare o di quella per il servizio prestato in occasione di calamità pubbliche, conferita con disposizione governativa  3) Che siano madri di caduti in guerra 4) Che siano vedove di caduti purchè non siano state private del diritto alla pensione a termini e per effetto del R.D. 12 luglio 1923 n.1941 5) Che abbiano l’effettivo esercizio della patria potestà o della tutela e sappiano leggere e scrivere. 6) Che abbiano, se nate antecedentemente al 1894, superato l’esame di promozione alla terza elementare, se nate posteriormente che producano un certificato di promozione dall’ultima classe elementare esistente nel comune o frazione di loro residenza. 7) che paghino annualmente nel comune nel quale vogliono essere iscritte per contribuzioni dirette erariali di qualsiasi natura ovvero per tasse comunali esigibili per ruoli nominativi una somma non inferiore complessivamente a cento lire e sappiano scrivere e leggere.

La  proposta di legge le dichiarava, in ogni caso, ineleggibili per le cariche di sindaco, assessore, presidente e deputato provinciale, componente della giunta provinciale amministrativa, componente del consiglio di leva, della commissione per la requisizione del quadrupede, per la revisione della lista dei giurati, componente della direzione provinciale del tiro a segno nazionale e del comitato forestale.

Nonostante le limitazioni misogine, le italiane, dopo anni di lotte e richieste, erano quasi giunte al traguardo ma questa legge, passata al Senato per l’approvazione definitiva,  non entrò mai in vigore in quanto ci fu la chiusura anticipata della legislatura e le leggi che non avevano completato il loro iter decaddero.

Si doveva ricominciare daccapo ma con l’avvento del Fascismo tutto cadde definitivamente nel dimenticatoio. La situazione anzi peggiorò notevolmente poiché il governo fascista emanò leggi volte ad escludere le donne da molti ambiti come ad esempio nel mondo della scuola. Con la riforma Gentile del 1923 le donne non potevano diventare presidi di Istituti di istruzione media e non potevano concorrere all’insegnamento di varie materie negli istituti magistrali, nei licei classici e scientifici, nemmeno in quelli femminili. Non era ammissibile che una donna si trovasse in una posizione di parità con l’uomo: ciò avrebbe scalfito agli occhi dei giovani “il mito borghese della fragilità e dell’inferiorità femminile”

Tutto ciò non venne passivamente accettato dalle donne che continuarono a lottare per l’affermazione dei loro diritti che le portò finalmente al fatidico 1946, alla Repubblica Italiana e alla nostra Costituzione.

Ma a quelle nostre antenate coraggiose a cui dobbiamo tanto non viene mai tributato il giusto riconoscimento. Questo capitolo della nostra storia nazionale non trova quasi mai spazio nei libri scolastici per cui studenti e studentesse di oggi danno per scontato che il diritto al voto, allo studio e alla parità di genere sia sempre esistito.

E forse quella misoginia, quel disprezzo, quella discriminazione spiega, come ancora, quel mito borghese di fragilità e inferiorità femminile, resiste nel linguaggio che usiamo abitualmente e quotidianamente. Lo dimostrano denominazioni di associazioni e partiti politici esclusivamente al maschile, l’uso sovraesteso del c.d.” maschile di prestigio” in politica o in alcune professioni o posizioni apicali.

E’ come se una zavorra impedisse un giusto riconoscimento alle donne nei loro ruoli. Si obietta sempre con “sono solo parole”, “forma non sostanza”, ignorando o dimenticando che il linguaggio interagisce con i fatti e con la società e che il genere grammaticale, nella lingua italiana, ha la funzione di classificare e indicare inequivocabilmente il soggetto di cui si parla. Una lingua può essere forza del mutamento o dell’immobilità e osteggiare la corretta declinazione di genere, che oggi imperversa nel nostro Paese, ci dà la sensazione di un “ricordo nostalgico” sia dei tempi del 1919 sia degli anni del Fascismo. Mi auguro sia solo una nostra sensazione errata.

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