Fondato a Racalmuto nel 1980

A mia madre devo tutto

Per una figlia non è raro sentire, quasi percepire, la propria madre come una propria creatura. Una creatura da proteggere, da coccolare, da sostenere.

Valeria Iannuzzo

Non so voi, ma io a mia madre devo tutto, a lei devo ogni cosa. Devo la testardaggine, la passione, l’impeto, la determinazione, la sensibilità, la coerenza. A lei devo anche le mie debolezze, le mie mille fragilità, le mie insicurezze. Ad ogni modo, io a mia madre riconosco non solo la maternità biologica, indiscutibile, ma anche l’imprinting, quel segno indelebile che ha lasciato nella mia vita, nella mia educazione, nel mio essere e saper essere.

Io di mia madre ricordo ancora l’odore, ogni espressione del suo volto, i suoi cambiamenti di umore. Sento i le sue emozioni. Avverto la sua presenza. Non sto parlando di presenze soprannaturali, ma di una memoria che fa capolino in ogni mia azione quotidiana, a cominciare da quella banale e scontata telefonata che si fa ad una madre tutte le mattine. L’impulso di chiamarla c’è sempre, è parte di me.

Mia madre come tante madri è ed è stata una grande donna. Una di quelle che non aveva bisogno di profili social, di followers, di likes, di condivisioni. Era una donna normale, una di quelle che ogni mattina si alzava, si faceva la croce e affrontava la giornata. Non erano sempre rose e fiori, ma lei andava avanti. Andava avanti lei e andava avanti tutta la famiglia. Nessuno aveva il diritto di fermarsi, di arrendersi.

“Io di mia madre ricordo ancora l’odore, ogni espressione del suo volto”

Di lei ricordo le mie odiate merende. Ogni mattina di buon’ora preparava per me e i miei fratelli il pane con la frittata; lo avvolgeva in un tovagliolo e lo metteva nella mia cartella. Io odiavo quella frittata. La odiavo perché non era prosciutto, non era salame, non erano cioccolatini Kinder. Ma mia madre me la preparava e io la dovevo mangiare.

A pensarci bene, solo adesso, mi rendo conto di quanto sarebbe stato più facile prepararmi un panino col prosciutto. E invece no, lei si ostinava a sbattere le uova, a metterci il pecorino e a friggerle in una padella d’alluminio sempre lucidata a nuovo. Ma la frittata non era il suo piatto forte, c’erano anche delle enormi torte fatte con pandispagna imbevuto col vermut e farcite con crema pasticcera e scaglie di cioccolata. Mia madre cucinava sempre. Cucinava la domenica perché era domenica. Cucinava il sabato sera perché era sabato sera. Cucinava tutta la settimana. Cucinava per le feste, le malattie, i lutti. In pratica ogni occasione era buona. Sfornava pasticci di lasagna, pizze, focacce, dolci di ogni genere. Ringrazio la mia genetica che da adolescente mi ha garantito misure da terzo mondo nonostante il regime alimentare rinforzato a cui sono stata sottoposta. Credo comunque che tutte quelle torte mi stiano facendo effetto adesso. Sarà possibile?

Ma la cucina non era la sua unica passione. Mia madre cuciva, cuciva i miei abiti di Carnevale, lo faceva insieme a mia zia. Io però non ho mai avuto vestiti da principessa. I miei erano abiti di giullare, zingara russa e qualcos’altro che non ricordo. I miei vestiti erano differenti. Io ero differente. Ricordo ancora, come se fosse oggi, le lunghe notti trascorse a cucire quegli abiti, sempre dopo l’orario di lavoro, quando tutte le apprendiste della sartoria, il luogo in cui sono cresciuta, andavano a casa. Di giorno mia zia lavorava per le sue clienti, di sera insieme a mia madre per noi.

Gli anni, le estati in particolare, trascorsi in quella sartoria sono stati i più belli della mia vita. Mia madre mi ci mandava perché era importante imparare un mestiere. Io lì andavo a giocare, a creare vestiti per le bambole, e intanto imparavo a cucire e non solo.

Imparavo che ogni donna deve essere autonoma, deve guadagnare, non deve dipendere da nessuno. Tanto meno da un uomo. Imparavo il buon gusto, forgiavo la mia creatività, affinavo il mio senso estetico. E alle cinque del pomeriggio, solo in estate, arrivava il momento del gelato.

Così, senza saperlo, mentre mia madre mi stimolava a studiare, mi mostrava quanto fosse importante l’indipendenza economica. “Il primo marito è il lavoro” diceva sempre. E io in qualche modo le sue lezioni le ho assorbite alla lettera, tanto da sposarmi a cinquant’anni.

Studiare per realizzarsi era un dovere. Il matrimonio veniva dopo. Molto dopo. Poteva anche non venire. I figli invece erano un’altra cosa, perché lei credeva nella maternità. Ci credeva tanto da propormi, quando ormai aveva perso ogni speranza che mi sposassi, che io ne potessi adottarne uno.

Mia madre era avanti. Era avanti con la testa, con il cuore. “Provaci, tenta, fai questa esperienza” erano le esortazioni più frequenti che potesse fare.

Pertanto, io non appartengo a quella categoria di donne che può sostenere: “Mi sono fatta da sola!”. Assolutamente no. Io da sola non sarei andata da nessuna parte, con molta probabilità mi sarei persa. Io sono ciò che sono solo perché ho avuto accanto una grande donna. I suoi “no” mi rimbombano ancora nelle orecchie. I suoi consigli sono ad oggi Vangelo. Il suo esempio una via da seguire senza esitazione. I suoi schiaffi, per quanto rari, mi bruciano ancora.

“Io sono ciò che sono solo perché ho avuto accanto una grande donna, Mia Madre”

Questo non vuol dire che fosse perfetta. Assolutamente no. Era una donna vera, fatta di coerenza, autenticità, debolezze. Era una donna, una donna forte, profondamente legata alla vita, alla famiglia. Di lei ricordo sempre l’umiltà e la determinazione nell’affrontare ogni ostacolo, anche la malattia; ricordo la fede e la rassegnazione, ma anche la grande responsabilità che derivava dalla sua condizione. Si dice che quello che una madre fa per una figlia non può essere ricompensato da cento figlie per una madre. In parte potrebbe essere vero, ma non sempre è così. Spesso, quasi sempre, una madre sceglie di essere madre. Una figlia no. Si diventa figli per volere altrui. Una madre, solitamente, gode della gioia di cullare il suo bambino, di vederlo crescere, di vederlo sorridere, realizzare.

Ad una figlia, a volte, tocca ben altro: le spetta accompagnare la propria madre nel dolore, nella malattia, nella sofferenza. Una figlia non sceglierebbe mai di farlo, ma lo fa. Lo fa in silenzio, nella rassegnazione, con amore. Lo fa perché sente il bisogno di farlo, senza chiedere nulla in cambio. Lo fa perché arriva un momento nella vita in cui i ruoli si invertono. E allora per una figlia non è raro sentire, quasi percepire, la propria madre come una propria creatura. Una creatura da proteggere, da coccolare, da sostenere.

Essere figlia in questi casi non è una scelta, è una condizione che rimette in gioco tutto quello che hai ricevuto. Perché ad un certo punto ciascuno di noi ha il dovere, anzi l’assoluto privilegio di restituire ciò che ci è stato spassionatamente donato. Dunque non è assolutamente vero che ciò che fa una madre per una figlia non può essere fatto da cento figli per una madre. Una figlia può, se vuole, fare molto di più. Si tratta di restituire quanto di buono ci è stato donato. Si tratta di esprimere la nostra vera essenza. Si tratta di dimostrare di essere degni figli delle nostre madri.

Così io, ogni santo giorno, nel rifare il letto, mentre rimbocco le lenzuola bianche e ricamate, rigorosamente malamente stirate, penso a mia madre. Penso a lei mentre le ricamava. Penso ad una donna che mi esortava ad essere autonoma, perché mai avrei dovuto chiedere ad un uomo. Penso ad una donna che credeva nella maternità non necessariamente biologica. Penso ad una donna che credeva nel matrimonio come condivisione e reciprocità. Penso ad una donna a cui devo dire grazie, che mi ha insegnato che la vita non è sempre rose e fiori, ma è ciò che ti capita mentre stai pensando di fare altro. E quando penso a lei, penso di essere una persona migliore.

0ggi, 12 maggio, si celebra la festa della mamma. Auguri e un abbraccio a tutte le mamme.

 

 

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