Fondato a Racalmuto nel 1980

Il Mito dell’Europa

Se non ritroviamo il sogno non come fuga ma come lotta per il reale, i valori della democrazia, dell’eguaglianza reale, del rapporto uomo-natura continueranno a restare quello che oggi sono: chimere.

Alfonso Maurizio Iacono

L’Europa culla dei valori dell’Occidente? Quali? La democrazia e la filosofia della Grecia antica? Il Cristianesimo? I Comuni? Il Rinascimento? Cosa è rimasto di tutto ciò e cosa è diventato?

Per lungo tempo il pensiero storico-filosofico è stato sotto l’influsso del modello elaborato da Hegel, secondo il quale l’autentica filosofia comincia in Occidente. L’Occidente si identificava con l’Europa.

Per Hegel la filosofia aveva percorso storicamente e progressivamente l’Europa, dall’inizio in Grecia al suo compimento in Germania. L’esclusione dell’Oriente dall’inizio della filosofia e la sua collocazione in Grecia fece sì che l’Europa fosse concepita non soltanto come il cuore del pensiero filosofico occidentale, ma anche come il luogo culturale e storico entro cui si era potuto sviluppare il senso e il valore universale di tale pensiero. Nella tradizione interpretativa che intendeva cogliere nelle origini il significato profondo di una cultura e di una filosofia, lo studio della cultura e della filosofia greca divenne lo studio delle origini del pensiero europeo, secondo uno schema evolutivo e progressivo che voleva individuare un continuum nella storia occidentale. Come aveva notato lo storico Marc Bloch i ricercatori di “origini” si trovano davanti sempre allo stesso errore: confondere una filiazione con una spiegazione. La ricerca delle origini del pensiero europeo nella cultura greca presuppone un continuum tra il pensiero greco e il pensiero cristiano e il pensiero moderno. È esattamente questo continuum che deve essere spiegato e non invece presupposto. Ciò non toglie naturalmente che esistono forti legami di filiazione fra il mondo greco-romano, quello cristiano e quello europeo moderno. Il punto tuttavia è che, marcando l’attenzione esclusivamente sulla continuità del pensiero europeo sin dalla Grecia, vanno a perdersi gli aspetti di alterità fra i differenti mondi e le differenti culture. E soprattutto viene mostrato come un risultato di un processo teleologico, che ha le sue origini in Grecia, quel che è in realtà una costruzione moderna, cioè l’idea di Europa – e in particolare dell’Europa occidentale – come luogo, non soltanto geografico, ma culturale, economico e politico, in cui si è sviluppata al suo massimo grado la civiltà secondo una scala del progresso umano.

Le condizioni di eccezionalità dello sviluppo economico e politico dell’Europa vengono avvertite come la realizzazione di un processo storico universale, che ha il suo vertice nei popoli europei, e nell’affiorante coscienza del dominio sul mondo che porta con sé l’affermarsi del capitalismo. Non è possibile comprendere l’idea moderna di Europa, che si affaccia anche nel pensiero filosofico, senza tener conto del rapporto che i popoli europei e il capitalismo intrattengono con i popoli “altri”.

Un rapporto di dominio che si affermò con i processi di colonizzazione. Tuttavia, la perdita di centralità dell’Europa nello scacchiere mondiale si accompagna oggi al fatto che le contraddizioni attraversano direttamente l’intero “sistemamondo”. I risultati di questa universalità sono ben differenti dalle visioni del XVIII e del XIX secolo. Forse è per questo che sono emersi di recente studi che hanno mostrato come proprio l’idea d’Europa,
culla della filosofia, si sia modernamente formata in relazione alle altre culture e altre civiltà. E si è così formata proprio in quei filosofi che vengono considerati i portatori dei grandi valori occidentali. Gli europei hanno conosciuto queste culture, le hanno assimilate, le hanno dominate.

Nel confronto con esse hanno costruito una loro sintesi e una loro storia per la formazione di un’identità, fatta, nello stesso tempo e contraddittoriamente, di libertà e di dominio, di universalismo e di razzismo, di un’autocoscienza ironica e critica e di una coscienza apologetica. Forse è anche a causa del significato ambivalente – sia positivo, sia negativo – dell’idea di ‘Europa’, che oggi una concezione generale in cui l’Europa sia veramente una
casa comune di tutti i popoli europei e colga il suo compito storico nella comprensione del problema globale dell’umanità, senza l’arroganza del dominio sull’‘altro’, non riesce ad emergere.

Nel 2016, scrivendo sull’Europa per il Grandevetro avevo rilevato che avremmo dovuto riflettere criticamente su cosa (non) fosse accaduto nella nostra storia recente, perché, per volgere lo sguardo al futuro, avremmo dovuto cercare di comprendere il nostro passato, anche e soprattutto quello che è ancora presente. Ma non l’abbiamo fatto. L’uscita della Gran Bretagna è stato un duro colpo per l’Europa e il suo futuro, ma oggi nessuno se lo chiede più.

La Brexit è stata dimenticata così come il fatto che la Gran Bretagna non è mai entrata veramente in Europa. Ma la stessa Europa non è mai entrata veramente in Europa. Non è mai riuscita finora a fare un passo oltre gli accordi economici. Un’unità politica non solo non si è vista, ma non è nemmeno timidamente entrata. Con l’eccezione dell’attuale guerra in Ucraina, dove l’unità europea, compresa la Gran Bretagna, è stata ritrovata ma sotto l’egida della Nato, cioè degli USA. Accordi bancari, diseguaglianze, disagio sociale diffuso, mutazione della politica e della democrazia stessa. L’unità culturale avrebbe potuto cominciare a realizzarsi istituzionalmente solo se si fosse cominciato a pensare alla scuola, all’università, agli istituti culturali, mentre l’unità sociale avrebbe dovuto prendere le mosse dalla sanità. Ma in un mondo in cui domina il neoliberismo con lo smantellamento degli stati sociali e l’allargamento della privatizzazione, ciò era ed è impensabile. La lotta per i diritti, fondamentale, è ovunque segnata dal mantenimento, anzi dall’allargamento delle diseguaglianze economiche e sociali. L’illusione interessata delle sinistre europee convinte della compatibilità tra capitalismo, natura e società sposta sempre più il vento verso le destre che raccolgono lo scontento diffuso per le condizioni in cui versano masse di donne, uomini e bambini ridotte in miseria e la paura nei confronti degli altri impersonati soprattutto dai migranti che rappresentano tragicamente il loro specchio scuro.

E così gran parte della riflessione storica, filosofica e culturale dell’Europa sull’Europa
e dell’Occidente sull’Occidente ha concepito sé stessa come espressione dell’universalismo e, come scrisse lo storico Immanuel Wallerstein, l’universalismo fu un dono che
l’Occidente regalò al mondo. Ma, come ebbe a dire Laocoonte cercando inutilmente di dissuadere i troiani dall’accogliere il cavallo di legno donato dai Greci: Timeo
Danaos et dona ferentes (Ho paura dei Danai, anche quando portano doni) (Virgilio,
Eneide, II, 49). Un dono che non si poteva rifiutare e che ha ridotto l’altro a primitivo,
selvaggio, barbaro sia che provenisse dall’Est sia che giungesse dal Sud o dal Sudovest,
oggi l’altro è tornato ad essere un nemico proveniente dalla stessa Europa, dall’Oriente, dall’Africa.

L’Europa culla dei valori dell’Occidente? Quali? Il neoliberismo? La guerra nucleare? L’inquinamento? La signora Thatcher aveva detto: “non c’è alternativa” e tutti, anche a sinistra, le hanno creduto. I sogni di un cambiamento, di una società alternativa a questa capitalistica, di un equilibrio tra natura e artificio sono svaniti come polvere con il soffio di questa frase. E con tale soffio si è polverizzato anche il futuro. Eppure era stata proprio l’Europa a immaginare la possibilità futura di un mondo diverso. Ma oggi il domani può essere immaginato o come un arricchimento dell’oggi oppure come un suo impoverimento catastrofico. I più illusi, specie a sinistra, ritengono che il capitalismo sia
compatibile con l’equilibrio della natura e con l’eguaglianza economico-sociale. E
così l’Europa va a destra, disunita, xenofoba, sempre più marginale nello scacchiere
mondiale.

Se non ritroviamo il sogno non come fuga ma come lotta per il reale, se non allunghiamo lo sguardo oltre l’orizzonte dato alla ricerca di un tempo questa volta non perduto ma da inventare e guadagnare, i valori della democrazia, dell’eguaglianza reale, del rapporto uomo-natura continueranno a restare quello che oggi sono: chimere.

Da Il Grandevetro n.256, estate 2023

Prof. Alfonso Maurizio Iacono
Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere
Università di Pisa

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