Giufà, XaXa e gli arabi di Rahal-Maut

da | 31 Lug 22

Un paese saraceno. La lettera falsa di un governatore all’Emiro di Palermo. I baciolemani, la faccia a terra e il Sabbenedica. Dove i volti e la lingua raccontano il passato di dodici secoli fa.

Racalmuto

Nella piazza di Rahal-Maut ho fatto venire alla luce Giufà. E il primo incontro dello stupido-furbo famoso per campagne e città di Sicilia è proprio con Nanà XaXa, così come anticamente veniva scritto, all’araba, il cognome Sciascia che ha Rahal-Maut continua ad essere pronunciato con quella tipica aspirazione che risente del linguaggio dei musulmani che dodici secoli fa conquistarono l’isola. È proprio Sciascia, in virtù del suo cognome, a far risalire la propria origine ai siciliani parlanti l’arabo. D’altra parte, perfino il suo volto chiuso e olivastro continuava a rivelare una certa provenienza di là dal mare. Dice Sciascia che non riesce a pensarsi prima degli arabi, e all’Egira fa risalire la sua memoria atavica di siciliano. Perché prima dell’avvento dell’Islam in Sicilia non esisteva nemmeno Rahal-Maut, quel villaggio che fu fondato dai saraceni (e ancora oggi esiste una contrada, a valle del paese, che si chiama Saraceno) sui resti di una paese distrutto e abbandonato. Da qui il nome di Rahal-Maut, dissero i primi storici: villaggio morto, villaggio abbandonato. Origine dura a resistere, malgrado più recenti studi parlino di un tale Kamut che forse diede nome al paese che perciò risulterebbe Rahal-Kamut.

Il paese finirà nelle mappe del geografo Muhammad al-Idrisi che nella sua opera, utilissima a dare a Ruggero II contezza del suo regno, parla di un castello Al-Minzar che qualcuno individua come l’antico Castelluccio che sorge ancora sul colle più alto che domina Rahal-Maut, rivolto ad oriente, col sole che sorge alle sue spalle.
O mio Padrone Grande assai, il servo della sua grandezza con la faccia per terra le bacia le mani e le dice che l’Emir di Girgenti mi ha ordinato che avessi a numerare la popolazione di Rahal-Almut e dopo dovessi scrivere alla sua Grandezza una lettera e mandarla a Palermo. Ho numerato tutti e ho trovato esservi 456 uomini, 665 donne, 492 figlioli e 502 figliole. Tutti questi fanciulli, sia Musulmani che Cristiani sono sotto i 15 anni. Onde con la faccia per terra le bacio le mani e mi sottoscrivo così: il governatore di Rahal-Almut, Aabd-Aluhar, per bontà di Dio servo dell’Emir, Elihir di Siquilia”.

La lettera, datata gennaio dell’anno 998, è inserita nel “Codice diplomatico arabo”. Peccato che quel codice sia falso, inventato di sana pianta alla fine del Settecento dall’abate Giuseppe Vella, che sarà al centro del libro di Nanà Xaxa, Il Consiglio d’Egitto, romanzo sull’impostura alla siciliana. Ed è così bella questa falsa lettera, con i suoi baciolemani a faccia a terra, che Sciascia la inserì nel suo primo libro Le parrocchie di Regalpetra dove tracciò brevemente la storia di Rahal-Maut trasformandola nella letteraria Regalpetra.

Ma forse è autentica la leggenda di Giufà, venuto dalla tradizione del racconto arabo e naturalizzato in Sicilia. E forse veramente Giufà è nato a Rahal-Maut. In un villaggio morto, ma che ha il suono della vita e dove riecheggia ancora il canto del muezzin, dove l’incedere di tutti è nel segno del Salam Aleikom, ovvero, Sabbenedica.

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Da Malgrado tutto (Edizione speciale del luglio 2020)

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