Giovanni

da | 24 Apr 22

Il racconto della domenica

Margherita Biondo

Secondo dopoguerra. Il protagonista del racconto è un giovane contadino introverso e sensibile che impulsivamente decide di lasciare la Sicilia e la famiglia per partire alla scoperta del mondo misterioso, enigmatico e (all’apparenza) magico che si distende al di là della sua collina. In un’atmosfera di difficile felicità, egli intende liberarsi dalla problematicità della rigida educazione paterna e dall’asfissiante involucro della vita di paese.

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Le tappe del suo inquieto divenire lo portano ad essere viandante solitario delle vie e della vita nel rapporto con una società milanese crudamente industriale, alla conquista di un nuovo ma sempre più precario equilibrio. Perseverante e fedele alla propria vocazione e ai propri rimpianti, attraverso un processo di solitudine compatta e di lucida accettazione della realtà, egli giunge alla scoperta del proprio essere e all’automortificazione. Nella parvenza dell’esaltazione dell’amore e dell’amicizia, dopo nove anni di esperienze di ogni genere, il suo percorso si conclude nella conciliazione del proprio piccolo mondo con il grande mondo della metropoli. Ma al di sopra di qualsivoglia inevitabile epilogo, si staglia la poesia del gioioso e doloroso pellegrinaggio in Sicilia espresso attraverso squarci di paesaggio, colori e profumi: indelebili simboli di fedeltà al destino di ogni siciliano.

Nel corso della sua esistenza fluttuante alla fine non aveva ancora esaudito quell’aspirazione costante, canonizzata, subitanea e impetuosa della famiglia che gli procurava un intenso dolore e che si mescolava a una struggente dolcezza, alla tenerezza brutale e inverosimile che provava per i suoi cari.

Con l’incredibile facilità alle rimembranze che solo i desideri sanno dare, ripensò alla sua campagna baciata dal sole per tutto l’arco delle stagioni, gli sovvenne lo straordinario scenario di quell’abbozzo agreste al margine dei secoli e cominciò a sognare la sua terra al pari di un marinaio che sogna l’oceano.

Aveva imparato come dall’alto di una collina non era possibile vedere i confini del mondo e adesso era disposto a ripercorrere quelle distanze per raggiungere qualcosa non più grande di un podere o del palmo di una mano, qualcosa di misterioso e attraente dove tuttavia inesorabilmente non avrebbe più potuto vivere.

Scorrendo i propri ricordi provò ammirazione per quegli uomini che avevano scavato nella terra per farne uscire un paese, uomini che al prezzo del sudore avevano tracciato un vestigio, un cammino ispido per qualche rubbio di grano con cui costruire una casa alle loro mogli e ai loro figli, uomini sicuramente più eroici di lui.

Fu commosso dal ricordo di quell’eccellente predicatore di suo padre che ai suoi occhi ora si stagliava robusto, con la dignitosa lealtà di un instancabile lavoratore, con un cuore che si dilatava come una grossa fauce assetata non appena vi scorreva una goccia di onorabilità.

Gli venne voglia di rivedere il sole baciare le spighe per poi risorgere ad est dei suoi campi, dove la gente profumata di vita e il terreno odoroso di fogliame vivevano in una coralità che aveva radici profonde.

Scivolando tra le asperità degli anni Giovanni era divenuto un uomo solitario e come tale era una bella persona, ma senza computo di tempo la terrazza che aveva chiuso sulla Maddalena continuava a destare il sonno selvaggio di quell’inquieta solitudine.

Quanta amarezza nel cuore di colui che vive nel tormento senza potersi confidare con nessuno!

Nel lume del presente pensò che era giunto il momento di correggere la bozza della propria vita. Macinando quel paradiso che gli tesseva la mente ricucì i fili della sua imperfetta immunità e la sera prima del suo trentesimo compleanno, come un cucciolo in cerca di carezze, decise di fare le valigie.

Prese un paio di treni.

Durante la traversata dello stretto osservò ancora, come la prima volta, la maglia incantatrice del letto di mare azzurro che tagliava fuori dal mondo la sua isola e avvertì uno strano fremito alla vista del tratto di terra riarsa che si stagliava di fronte.

Più si avvicinava all’appuntamento con la sua gioventù tanto più sentiva il cuore balzargli su e giù per la gola con la stessa cadenza ansimante della locomotiva.

Pittore della propria memoria riassaporò dentro di sé immagini, rumori

e profumi che sembrava avere scordato.

Come raggi di luna penetravano nella mente squarci sempre più nitidi di un tempo passato e dimenticato, di un’esperienza penosa e cara che dopo nove anni riemergeva emanando bagliori caldi di familiarità scritti su ogni pietra di quel paese pregno di nostalgia.

Fu estasiato dal pensiero piacevole del tepore e delle comodità di casa: le finestre percorse dalla luce, le stanze piene dell’odore del pane bianco, le scodelle di terraglia colme di zuppa calda che venivano ammassate sul tavolo della cucina.

E scorrendo leggero sul binario dei ricordi, con la stessa spiritualità con cui scorrono i grani del rosario, il treno arrivò a destinazione.

Anche attraverso miserie, stenti e fatiche, il sole splendeva ancora sulla sua terra. Faceva un caldo fastidioso e le strade erano senz’aria.

Trepidante ed emozionato, Giovanni scivolò per le vie sterrate costellate da case e vicoli già noti ai suoi passi, ma nessuno parve riconoscerlo e si sentì come un estraneo, come se vagasse per uno strano nuovo paese.

Nell’atmosfera raccolta e familiare di piccolo borgo, quella briciola di mondo era rimasta intatta come l’aveva lasciata. Nella sua mentalità evoluta riannotò la decorosa indigenza della gente e la loro miserabile vita. Indossavano roba fuori moda, abiti stinti e rammendati, scialli consunti, eppure sui loro visi bruciati dagli eventi splendeva la serenità nonostante vi avessero albergato tempeste senza fine.

Si fermò in una piazza dove alcuni ragazzini con le guance rosse si passavano una palla sollevando la polvere; si appoggiò a un palo e stette qualche minuto ad osservarli giocare con il suo passato.

Percorrendo i viottoli scoscesi prese quindi l’abbrivio verso casa, assaporò compiaciuto gli effluvi e la luminosità della campagna apprezzandone ogni sfumatura, vivendo l’intimità con ogni angolo e ogni zolla di terra.

Da lontano un contadino con un cappello di paglia a falde larghe si muoveva indaffarato nei campi da cui si spandeva l’odore del fieno tagliato, intriso del fascino e del profumo delle cose perdute.

Il pomeriggio era colmo di gioia. Tutte le sue pene, i suoi guai, i solitari sconforti, sembravano scordati.

Non stava nella pelle. Sua madre lo avrebbe fissato a bocca aperta per qualche attimo, gli avrebbe chiesto mille cose e abbracciandolo avrebbe pianto commossa e premurosa.

Arrivò in vista della propria casa e per accorciare prese il sentiero di tufo. A grandi falcate raggiunse il cortile dove secolare e solenne si ergeva ancora il vecchio malinconico carrubo. Inciampò nel rastrello verde inclinato tra i ciuffi d’erba con cui si confondeva, si soffermò a guardare il selciato, rimase un pò indeciso, alzò gli occhi, ammirò le mura cinte di pergolati e mosse le mani sul cemento ruvido che aveva conosciuto e custodito la sua infanzia. Ebbe un fremito e istintivamente si trovò la maniglia della porta tra le dita. Spinse, insistette, ma il legno non ne volle sapere. Anche gli scuri erano chiusi.

Possibile che non vi fosse nessuno? Non era mai successo.

Preoccupato si scrutò attorno, quindi s’avviò a lunghi passi verso il granaio.

Col respiro affaticato s’accostò all’uscio sul cui fondo scorse la figura vigorosa del padre che con antica perizia metteva a posto alcuni fastelli di legna.

“Papà…!” mormorò con tutto il fiato che gli era rimasto.

Se non fosse stato per quell’affermazione forse l’uomo non lo avrebbe neanche riconosciuto.

Devastato dalla stanchezza, la pelle aggrinzita, pallido in viso benché rosso sul collo, rimase per qualche attimo inespressivo, come pietrificato, quindi, fulminandolo con la durezza di uno sguardo carico d’improperio, esclamò: “Cosa sei venuto a fare?”

Giovanni per un istante credette di sprofondare.

“Papà…!” sussurrò ancora, quasi supplice, dalle fessure dell’anima.

Il padre si asciugò le mani impolverate sui pantaloni e se le passò tra i radi capelli bianchi, poi gli si avvicinò, lo prese per un braccio e lo trascinò all’esterno.

“Se mio figlio fosse stato nei guai avrei potuto vedere cosa fare … ma ormai non ho che un solo figlio!”

Il ragazzo si sentì male e restò immobile, impotente, con le lacrime in bilico sulle ciglia a ricevere quelle giuste accuse mentre le parole gli si arrotavano in bocca senza riuscire a schizzargli fuori.

“Papà…!” riuscì ancora a dire con voce sommessa da sembrare il rantolo di un moribondo.

“Non ti vergogni a ripresentarti?… Di cosa hai bisogno? – lo incalzò l’uomo con un tono tagliente come un colpo di sferza – “Abbi almeno rispetto per tua madre e per tutte le pene che sta soffrendo! E’ malata, stremata, ricoverata in un ospedale, logorata per questo figlio egoista che crede morto!”

“Vattene!” – gridò imperioso – “Non mi convincerò mai di un tuo ravvedimento!”

E lo spinse così bruscamente che il giovane, il quale in quel frangente sarebbe stato incapace di reagire a qualsiasi catastrofe, finì esterrefatto su un mucchio di saggina dove si adagiò inerme, colpevole, con l’aria di chiedere perdono, la testa piena di parole, eppure restio a spiegarsi.

Osservò contrito la fronte corrugata del padre stagliarsi inquirente e ferrea su di lui, quindi lo vide rientrare risoluto verso il granaio e non fece nulla per trattenerlo.

Avrebbe voluto levigare quello sguardo di pietra ma rimase fermo come il chiodo conficcato nel suo cuore, fermo come una preda ferita dentro il carniere del suo cacciatore. Avrebbe persino preferito di essere accolto con la stessa considerazione formale che si ostenta per un malaccetto vicino di casa.

Ma non poteva che biasimare se stesso: si sentì troppo in colpa, senza alcuna sicurezza, senza una felice ispirazione che gli facesse trovare una frase giusta per quel genitore che non sapeva nulla del suo passato e che sembrava non essere spinto nemmeno dal desiderio di sapere.

Aveva voglia di mostrargli che poteva essere franco ma il discorso che si era preparato gli morì in bocca.

Lui stesso non riusciva più a districare il vero dal falso.

Perché lasciare scorrere parole che avrebbero giustificato ciò che intendeva nascondere?

Si soffregò gli occhi umidi sopra la manica della giacca e inghiottì costernato l’amaro boccone. Sulle orme dei gemiti che accompagnavano lo scuotimento del suo corpo scivolò per i campi dalle zolle scure, giù fino al paese, con la stessa sensazione della prima volta, come se stesse ancora scappando.

Strisciò tra gli ulivi fiancheggianti il sentiero, la pelle grigia quanto i loro rami che sembravano di una tristezza pari alla sua. Sotto la brezza leggera il fogliame basso emanava sibili strazianti come un pianto.

L’improvviso venticello pomeridiano soffiava anche sulle sagome sagge e canute delle vecchie donne sedute sull’uscio delle proprie case, intente a lavorare l’uncinetto per tessere i fili della loro dedizione al tempo.

Il lento incedere di un mulo dalla soma carica di ceste di frutta affiancava un venditore il quale, agitando la barba crespa, declamava la freschezza dei suoi prodotti con voce lamentosa e possente che, come una cantilena, si insinuava fin dentro alle finestre aperte.

All’ombra dei muri i cani distesi boccheggiavano per la sete lasciando penzolare le lingue asciutte sulla massicciata.

L’edera cresceva anche nel cemento e dai muretti si abbarbicava dappertutto.

Gli abitanti del piccolo centro osservavano Giovanni come fosse un forestiero ed egli, rattristandosene, si prodigò a risvegliare la memoria di alcuni di loro che, compiaciuti, si rallegrarono con lui per la bella impresa.

Con festosa cordialità e assoluto riguardo fecero a gara per offrirgli un bicchiere di vino nell’unica miserabile taverna che c’era e per non offenderli il ragazzo fu costretto ad accettare.

“Bravo Giovanni, tu si che sei un uomo di mondo!” esclamò un suo vecchio compagno di scuola che adesso faceva lo stagnaio.

Magra soddisfazione fare sventolare una bandiera intrisa di dolore!

E mentre la terra cheta stava ancora facendo maturare il grano, portò via il suo cuore inasprito per andare a respirare un pò di pace nel caldo torrido di quei campi dove il vomere del tempo aveva già sradicato ciò che lui avrebbe voluto seminare.

Avvolto dai residui delle nuvole ancora disperse nel cielo e accompagnato dal sibilare di un vento leggero, si avviò tra i manipoli di spighe che sembravano chinare il capo al suo passaggio, camminò ondulando con loro e gli venne una gran voglia di tornare verso casa.

Li faceva ogni giorno quei sentieri e improvvisamente pensò che forse sarebbe stato bello anche aver vissuto sempre lì.

Si addentrò nella penombra di un furtivo tramonto già foriero del buio, prese posto sull’assito del granaio intriso dell’odore del frumento appena falciato dalla mietitura e insieme al concerto delle cicale tra le piante decise di attendere il poetico silenzio del mattino.

Era in perfetta simbiosi con quella natura intatta e prodiga quanto tormentosa. Nei fruscii dell’erba e nelle folate dell’aria si sforzò di rinvenire l’armonia di quei pensieri che non si accompagnano mai alle azioni umane.

Dopo un pò si alzò di scatto e cercando di scansare i cespugli di fiori selvatici che gli graffiavano i calzoni istintivamente si inoltrò sulla via della Maddalena, dinoccolato e con le mani ficcate nelle tasche come ai vecchi tempi.

Nell’oscurità dove riposa la notte la campagna era piena di pace e ricca di vita, dal vecchio aratro arrugginito ai covoni di fieno ammucchiati sotto il chiaro di luna.

Il cielo profumava di terra e la terra di grano.

Si fermò sul crinale e cominciò a perlustrare malinconico quella fugace felicità campestre: non c’erano alberi tanto alti da coprire gli astri che torreggiavano sul pendio dell’orizzonte.

Assaporò le effusioni del vento tiepido che gli vibrava addosso e gli arpeggiava sui capelli e sul volto come se portasse carezze lontane, poi risalì il dorso, si sedette sugli sterpi arruffati e avvertì il desiderio di premere le mani su quella terra arida quanto il suo stato d’animo.

Rimase tutto il tempo sdraiato a fissare pensieroso la placida volta buia ripercorrendo gli anni della sua giovinezza custoditi nel grembo dell’altura, anni che adesso non avrebbe cambiato con nulla al mondo.

Era bella quella stagione della vita in cui gli piaceva guardare l’alba vestirsi d’indaco e il tramonto indorare le cose terrene fino all’assopirsi di ogni chiarore in geometrie sempre più sfocate.

Ebbe freddo e gli prese un fremito al cuore quando con la bocca semiaperta chiuse le palpebre e le riaprì verso gli occhi del buio: vivide stelle che come fiaccole sparse nelle tenebre grondavano tizzoni palpitanti che lo ferivano e l’incantavano al pari delle utopie che avrebbe voluto afferrare.

Cercò ancora l’odore delle illusioni che gli era rimasto nella pelle ma avvertì solo la voce dell’oscurità che percorse la sua ebbrezza fin dove persino le ombre sembravano destare bagliori che disturbavano la vista.

Dov’era finito il tempo in cui gli angeli scendevano dall’alto sfiorando il suo profilo ingenuo e sognante con le loro dita fluttuanti nell’aria?

Tese le orecchie per rinvenire nelle folate del vento l’armonia di vecchie melodie e le sentì librarsi all’unisono col suo respiro trascinando lo scirocco fra le messi come gli anni che ormai non tornano più.

Irresistibile quanto tormentoso richiamo della notte, ignoti l’uno all’altra ma uniti da desideri solitari che si intrecciavano cercandosi.

Grappoli di utopie evanescenti rimbalzavano contro gli spettri del buio nascosti tra quelle spighe che palpitavano della sua stessa esistenza e ascoltando i vecchi fantasmi mugugnare nel silenzio s’infervorò nell’impossibilità di poterli bastonare.

Ora poteva anche morire con la sola forza della mente per distrarsi da quella malinconia avvinghiata alla sua abitudine ai giorni, adagiata in uno spettacolo di miseria dove non c’era più posto per l’innocenza.

In quell’atmosfera di vita morente se ne stava immobile, senza pensare più a nulla, tra le braccia dei campi che tuttavia continuavano ad acquietarlo con una strana ironia.

Non lo avrebbe mai più ammesso ma dentro di sé sapeva che in quel limbo ovattato pulsava il segreto dell’esistenza.

Una sorgente di luce comparve ad oriente e il pallore dell’alba cominciò a modellare ogni cosa. I manipoli dai barbagli d’oro furono improvvisamente accesi dal rosso pennello dell’aurora nonostante si ostinassero a tenere a tutti i costi la forza dell’emozione notturna che brillava in lui.

Avrebbe voluto stemperare in colori pastello i segni di quell’avventura ma il fischio lontano della locomotiva come un’improvvisa zaffata di vento lo strappò al suo torpore.

Si mise in piedi, diede un ultimo sguardo attorno, si sentirono pochi passi leggeri sfiorare i cespugli e già era sparito dietro un lembo della sua collina.

Era entrato in un sogno dove non c’era più posto per lui e ne usciva come l’ultima goccia di rugiada che il sole porta via quando furente accende di fuoco il cielo”.

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Tratto da “Il vento della Maddalena” di Margherita Biondo – Montecovello Edizioni

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