“Già a 14 anni era un affabulatore straordinario”

da | 24 Gen 22

Mimmo Butera e gli anni del liceo. “Indimenticabili i suoi discorsi quando arringava gli studenti; era l’unico che riusciva a tenere testa al Preside”. Nel trigesimo della scomparsa di Mimmo, il ricordo di Gigi Restivo.

Mimmo Butera e Gigi Restivo durante un incontro culturale al Circolo Unione di Racalmuto

Era il 1981 quando iniziammo a frequentare, seppur in classi diverse, il Liceo classico Empedocle di Agrigento. Alle 6,50 del mattino noi racalmutesi pronti ad occupare tutti i posti della “littorina” che ci avrebbe condotti a scuola: prima fermata la stazione di Grotte con i nostri vicini che restavano sempre in piedi in un treno con un solo vagone: come ancora oggi.

E tra i grottesi, sempre incazzati nei confronti delle Ferrovie e dei “paraccari” di Regalpetra, Mimmo spiccava già per la sua straordinaria capacità di sopire le tensioni e di dare un’impostazione politica ed ideologica nei confronti di uno Stato, una Regione che non avevano la capacità di fornire i servizi minimi essenziali a giovani ragazzi dell’entroterra siciliano.

Rivendicava già quel diritto allo studio che solo decenni dopo avrebbe avuto eco nella società italiana.

Diventammo subito amici e conservavamo sempre un posto a sedere per lui. Per il primo anno nostri compagni di viaggio erano anche Gaetano Savatteri, Giancarlo Macaluso, Luigi Galluzzo, anche loro iscritti al Classico, più grandi di noi e già quasi alla fine del loro percorso liceale.

Gaetano e Giancarlo avevano già fondato questo giornale ed erano il nostro punto di riferimento, erano i nostri mentori, rappresentavano quello che noi avremmo voluto essere.

Mimmo Butera già a 14 anni era un affabulatore straordinario, con una poderosa memoria di fatti e avvenimenti del passato della sua Grotte; ed era anche un attivista politico militante. Durante il quinquennio del liceo – era l’Italia della prima metà degli anni ’80 – gli scioperi degli studenti erano frequenti e numerosi: si scioperava contro il terrorismo, la scala mobile, le pessime condizioni degli istituti scolastici.

Nel breve percorso tra Grotte ed Agrigento, appena 40 minuti, Mimmo indicava le parole chiave per convincerci ad aderire e attraversavamo tutto il treno per fornire indicazioni agli altri studenti che frequentavano altri istituti. Non esistevano i telefonini ma, incredibilmente, ad ogni sciopero scolastico organizzato in quell’affollata “littorina” partecipavano tutti gli istituti superiori di Agrigento.

Noi racalmutesi, pur senza grandi passioni ideologiche, avevamo maggiore senso pratico e capacità organizzative e dunque ci dividevamo i compiti mandando ambasciatori in tutti gli istituti per fomentare lo sciopero.

Indimenticabili i suoi discorsi quando arringava gli studenti. Al nostro Liceo era l’unico che riusciva a tenere testa al Preside, l’imperturbabile e straordinario prof. Giovanni Vivacqua, a cui all’epoca, bastava mostrarsi innanzi all’ingresso del Liceo per smorzare le contestazioni e convincere tanti ragazzi a non aderire allo sciopero: Vivacqua apprezzava di Mimmo le sue passioni e la sua capacità di non andare mai oltre le righe.

E, incidentalmente, il prof. Vivacqua è rimasto nel ricordo di tutti noi, studenti liceali di Racalmuto e Grotte di quegli anni – come la figura di un padre nobile, severo sì e rigoroso, ma sempre attento alle esigenze ed alle necessità dei suoi studenti.

Nel viaggio di ritorno a casa, Mimmo ci raccontava dei suoi “scontri” con la mitica Professoressa Magda Bocchino, docente di Latino e Greco, vero monumento nella storia dell’Empedocle.

Ed indimenticabile era il suo rapporto con il compianto Professor Antonio Cimino, Vicepreside, anche lui grottese, che durante un’occupazione dell’istituto “sequestrammo” dentro il liceo con lui che si rivolgeva a Mimmo, da grottese a grottese, e Mimmo, impassibile, che continuava a rappresentare le rimostranze degli studenti lasciandolo chiuso dietro un cancello: il tutto in siciliano stretto.

Suo grande amico e compagno di classe era Peppe Minio, oggi uno dei più preparati giuslavoristi siciliani. Un giorno, non ricordo per quale ragione, restammo ad Agrigento per l’intera giornata per partecipare nel pomeriggio a chissà quale assemblea. Andammo a pranzo allo storico panificio Taglialavoro, a pochi passi dal Liceo.

Mimmo, da apripista ordinò pollo. Peppe – disattento -, che arrivava ad Agrigento da Venezia, allora come oggi mingherlino, in perfetto italiano disse a Mimmo che, forse, mezzo pollo ciascuno era troppo. Mimmo, in perfetto siciliano e mettendo di buon umore tutto il locale rispose stentoreo: “Quali miezzu. Unu l’unu cu li patati”.

Dopo la maturità ci perdemmo di vista per numerosi anni. Noi, studenti all’Università di Palermo, lui a Pavia a studiare Giurisprudenza. Ed in poco tempo anche a Pavia diventò il leader del Movimento studentesco.

Ci siamo ritrovati negli anni ’90 dopo la laurea. Avevamo tante passioni, interessi e amici in comune come il nostro Direttore, Egidio Terrana che in questi quarant’anni ha avuto l’indiscutibile merito di creare attorno al nostro giornale una comunità di amici sinceri, legami che a distanza di tanto tempo sono ancora indistruttibili.

Mimmo collaborava con il giornale, con il Premio Racalmare; con il suo incredibile umorismo ha condotto nella piazza di Grotte “La corrida”, riuscendo con un’innata ironia a superare persino Corrado.

Lettore instancabile, intellettuale raffinato, un punto di riferimento imprescindibile anche per noi che leggevamo molti libri.

Tornammo all’Empedocle assieme negli anni scorsi in occasione di un progetto di alternanza scuola lavoro: feci piacevolmente da spalla a Mimmo che incantò gli studenti con i ricordi della nostra adolescenza al Liceo. Gli studenti pendevano dalle sue labbra, una sorprendente capacità di rapportarsi con chiunque stesse ad ascoltarlo e di modulare i suoi interventi rispetto all’uditorio.

La sua vita è stata attraversata da tanti dolori e da una malefica patologia sorta già in giovane età; ma di fronte alla malattia aveva una capacità eccezionale di sopportazione e di tolleranza. Affrontava ogni nuovo guaio con forza e determinazione e con un sarcasmo che spiazzava ciascuno di noi a fronte di un nuovo malanno.

Negli ultimi anni ci capitava spesso di incontrarci sul treno che da Aragona ci portava a Palermo: lui per raggiungere il suo posto di lavoro, io per recarmi in Tribunale. E, nonostante l’aggravarsi delle sue condizioni, erano in tanti a fare a gara per sedersi accanto a lui. Esplodeva, come un fuoco di artificio, nel racconto di aneddoti della sua amata Grotte, dei suoi personaggi di cui tratteggiava caratteri e comportamenti in modo magistrale. O ci confrontavamo sugli ultimi libri letti, su nuovi autori sconosciuti, su scrittori dimenticati.

Arrivava sempre in anticipo alla stazione di Aragona Caldare perché aveva un amico da accudire: un vecchio cane che negli antichi ed abbandonati immobili della Ferrovia trovava riparo ed ogni mattina Mimmo gli portava del cibo. E addirittura, quando si accorse che stava male, lo portò da un veterinario a sue spese per farlo curare.

Negli ultimi mesi, prima della sua scomparsa, lo chiamai al telefono diverse volte: l’ultima, mi apparse vinto dalla malattia. Di fronte alle mie sollecitazioni a non mollare come non aveva mai fatto in precedenza mi disse semplicemente stancavu, e chiuse il telefono.

Oggi ricorre il trigesimo della sua scomparsa. Antonella, Chiara e Carmela hanno perso un marito ed un padre, un fratello straordinario; Grotte ha perso uno dei suoi figli migliori.

Io ho perso un amico sincero con cui ho condiviso passioni, la nostra adolescenza, il nostro percorso di crescita civile e culturale. In poche parole la nostra vita.

Conosco Mimmo Butera da oltre quarant’anni. Di fronte a perdite così profondamente ingiuste non riesco mai ad usare i verbi al passato: utilizzarli al presente mi dà la suggestione di credere che Mimmo ci sia ancora.

Mi manchi, Mimmo. E tanto.

 

 

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