“Gente Mia”. La scrittura per immagini di Gianfranco Jannuzzo

di | 28 Set 21

La recensione di Nicolò D’Alessandro sul libro di Gianfranco Jannuzzo, edito da Medinova e a cura di Angelo Pitrone. “Un fermo immagine tra memoria e racconto, tra suggestione e memoria”

Gianfranco Iannuzzo. Ritratto di Nicolò D’Alessandro

Fin da quel lontano 1839, con l’invenzione di Daguerre che venne ufficialmente presentata all’Accademy de France, si stabilì un rapporto stretto tra la scrittura e la fotografia. Giovanni Verga, uno dei padri del nostro verismo, che nasce un anno dopo l’invenzione della fotografia,  influenzato dai suoi amici e scrittori Luigi Capuana e De Roberto, trova subito in questo mezzo lo strumento adatto per approfondire la realtà. La relazione tra la scrittura e la fotografia nel corso del tempo si è fatta sempre più stretta.

La peculiarità della fotografia, raccontare senza l’uso delle parole, ha affascinato moltissimi scrittori che l’hanno considerata una forma espressiva pari a quella narrativa.

Autori come Jack London, 12 mila fotografie in 16 anni, il padre del naturalismo francese Émile Zola che per scrivere i suoi romanzi si documenta con le sue fotografie, Lewis Carroll che fotografa la sua Alice (nel paese delle meraviglie) e per lei scrive la celebre favola, o lo scrittore statunitense Allen Ginsberg, icona della beat generation, che con immagini rigorosamente in bianco e nero, esplora la realtà, fotografa i suoi amici e accompagna le immagini con le sue celebri didascalie, pochi esempi per dimostrare la contiguità tra indagine letteraria e indagine fotografica.

“La fotografia – scrive Sciascia – è la forma per eccellenza: colta in un attimo del suo fluido significare, del suo non consistere, la vita improvvisamente e per sempre si ferma, si raggela, assume consistenza, identità, significato. È una forma che dice il passato, conferisce significato al presente, predice l’avvenire”.

 In Sicilia un famoso scrittore, “dilettante” che fotografava “per il suo diletto conserva molti scatti che sono stati scoperti quest’anno. Il fotografo è Leonardo Sciascia. Recente è appunto la mostra delle fotografie inedite dello scrittore racalmutese, realizzate al principio degli anni ’50, che scattava foto di famiglia e ricordi degli innumerevoli viaggi, mai rese pubbliche prima d’ora.  Ma l’interesse dello scrittore per la fotografia è storia antica. Nei primi anni della sua avventura letteraria, per documentare i suoi articoli apparsi sul «Giorno» per alcuni reportage sui paesi siciliani e su «Storia illustrata» (per i fatti di Bronte) usava fotografare ma non firmava. Nessuno sapeva che le fotografie erano sue.

Sappiamo però che smise di fotografare. «Poi ho conosciuto – ha scritto –  i fotografi veri: Ferdinando Scianna, Enzo Sellerio, Giuseppe Leone. E non ne ho fatte più». L’amore per la fotografia è rimasto, alla fotografia ha preferito dedicare la propria penna e il suo interesse di osservatore. Non è casuale che suoi amici più cari fossero fotografi: Enzo Sellerio, Ferdinando Scianna, ma anche Giuseppe Leone e Melo Minnella con i quali ha realizzato scritti per pregevoli libri di fotografia.

La Sicilia, da tempi memorabili, ha sempre espresso le qualità intrinseche della fotografia.

Gianfranco Iannuzzo l’ho subito collocato all’interno di quell’intelligenza e cultura fotografica che ha determinato la formazione di una vera e propria SCUOLA SICILIANA che va da Fosco Maraini, Vittorio Ugo Contino a Enzo Sellerio, Gianni Narzisi, Nino Teresi, Ettore Martinez, Nicola Scafidi, ed ancora Melo Minnella, Giuseppe Leone, Ferdinando Scianna, Letizia Battaglia, Tano D’Amico e ancora alla generazione successiva di fotografi di grande talento. L’elenco sarebbe molto lungo ma mi piace citarne alcuni: Salvo Fundarotto, Tony Gentile, Carmelo Nicosia, Angelo Pitrone, Aldo Palazzolo, Fausto Giaccone, Shobba Battaglia, Giovanni Chiaramonte, Pucci Scafidi, Paolo Morello, Francesco Ferla.

Un libro per immagini comporta sempre dei rischi. Deve essere affidato ad una scelta rigorosa. L’argomento è fondamentale a meno che non si tratti di un’antologia di fotografie fatte in un certo periodo di tempo e che raccoglie immagini varie. Quando in casa editrice aiutavo Enzo Sellerio ad impaginare i suoi impeccabili libri fotografici mi diceva: un libro di fotografie deve avere qualcosa in più. Era un lavoro che durava mesi, per i ripensamenti, i dubbi sulla sequenza, sulla scelta dei soggetti, sui valori tonali, sui grigi e sui neri. Si faceva notte. Grazie alla professionalità di Elena Finotti, Vincenzo Fiore e al contributo fondamentale di Angelo Pitrone e dell’editore Antonio Liotta questo libro “Gente mia” di Gianfranco Jannuzzo ha qualcosa in più.

Quando Antonio Liotta mi ha regalato il libro sono rimasto piacevolmente sorpreso per questa opera prima del fotografo, affermato attore di teatro, di cinema, di televisione. Non è difficile affermare che l’autore si inserisce a pieno titolo nel novero di una scuola agrigentina, quella di Tano Siracusa, Angelo Pitrone, Lillo Rizzo. In cento immagini il fotografo che racconta Agrigento, scenario ideale per i suoi ricordi, raccoglie fotografie lontane tra loro, molte appartengono a scatti realizzati negli anni ’70 che si aggiungono alle altre realizzate negli ultimi anni senza soluzione di continuità. Senza curarsi molto della cronologia temporale degli scatti, si affida al racconto che scaturisce dalle immagini. La fotografia di Jannuzzo non ha bisogno di essere descritta, interpretata o raccontata. È già racconto.

Accompagnato dalla sua compagna Ombretta, cammina per Agrigento per cogliere bellezza e contraddizioni di una città. Ritrova, come negli anni settanta, ancora oggi nel centro storico la sopravvivenza  di uno stile di vita che appare lontano ma che è molto vicino. Un mondo muto, senza colori, eppure sano, sempliceUna “Girgenti”, la sua Agrigento, che appare lontana ma che mantiene la sua umanità. La fotografia racconta il passato e lo attualizza momento per momento. Scriveva Enzo Sellerio: “Penso che un fotografo, che sia realmente tale, non può che essere uno scrittore che si esprime per immagini”.

Le sue fotografie possiedono una qualità immaginifica che coincide con la letterarietà del suo diario autobiografico.

Rigorosamente in bianco e nero le foto svelano il suo archivio privato grazie all’attenzione del grande fotografo agrigentino Angelo Pitrone che ha identificato in Gianfranco il suo talento. Ha colto l’essenza più vera  della sua  chiave narrativa. Come puntualmente scrive nella lucida introduzione: “Lo scopo è di raccontare l’amore per un mondo a lui familiare, la felicità di ritornare e rivivere gli incontri, i suoni, gli odori, il dialetto della sua famiglia. Le sue immagini nascono spesso da un incontro, dal dialogo con le persone: non sono foto rubate, ma foto concesse”. Per Gianfranco non si può parlare di “spontaneità”.  Non sono fotografie rubate poichè esiste un rapporto diretto con il soggetto fotografato. Emerge con chiarezza  il suo interesse per il ritratto.

I bambini (ne ho contati 65)  sono protagonisti assoluti nel libro e gli imprevedibili soggetti assecondano il fotografo. Un sottile legame accosta le sue fotografie a quelle del grande Enzo Sellerio soprattutto nei movimenti dei bambini in posa. Stabiliscono un intenso dialogo tra il gioco e l’esibizione di sè.

Jannuzzo supera il rischio di un folklorismo di maniera sempre in agguato quando si pone l’attenzione ad una realtà locale. Mi viene naturale l’accostamento dei due artisti innamorati di Agrigento. “Agrigento da sempre, coi rioni e quartieri, alla vita richiama personaggi di ieri”, canta l’amico comune Giovanni Moscato, nella sua famosa canzone dedicata alla Città natale. Come per una muta intesa Gianfranco recita «Puoi allontanarti dalla tua Città … è la tua Città che non si allontana da te» nel suo spettacolo Girgenti, amore mio, scritto con Angelo Callipo.

Il testo che accompagna la raccolta delle fotografie che non hanno bisogno di didascalie, la dice lunga sulle scelte operate. Ma ancor più rivela un amore per la città di Agrigento che difficilmente si ritrova nelle persone che la abitano. Secoli e secoli di storia dimorano  nella valle in questi luoghi magici  e immutabili. La città dei templi millenari, dove si respira una atmosfera di diffusa grecità, a dispetto della sua storia è molto cambiata; di fatto si è adeguata alla realtà consumistica come molte altre città dell’Isola. Ma cos’è diventata? Una città sui generis che mantiene una sua eccentricità, una sua trasversale visione del mondo ma non è riuscita nel corso degli anni a costruire una propria identità. La sua storia recente è soprattutto fatta di ricordi, memoria, nostalgia. Questo bellissimo racconto d’amore dal titolo “Gente mia” potrebbe avere indifferentemente un altro titolo Girgenti mia per descrivere in maniera esemplare un luogo attraverso la sua gente.

L’unico dato distintivo che caratterizza questa città irrisolta culturalmente è, però, il culto dell’amicizia, il senso della solidarietà, l’orgoglio di appartenervi, la generosità, l’amore, ben identificati da Gianfranco.

Ci troviamo di fronte ad un diario, ad una lunga storia d’amore inalterata e immutabile negli anni. Un fermo immagine tra memoria e racconto, tra suggestione e memoria. In un consapevole racconto autobiografico i personaggi portati sulla scena appaiono come un corale ritratto di famiglia. Gli amici, le persone comuni sono imparentati con il luogo.

Appaiono queste pagine un racconto intensamente poetico e inesauribile. Rimandano alla nostalgia, alla memoria, alla delicatezza del ricordo. L’amore si può dimostrare fotografando. Già. Sottolinea Gianfranco: “La fotografia è una cosa seria” e questo libro lo dimostra.

1 commento

  1. Carmelo Principato

    Il libro “Gente Mia” di Gianfranco Jannuzzo mi ha emozionato perché le sue fotografie hanno la magia di fare parlare le persone con cui ha dialogato. È un racconto per immagini, bellissime, che rafforzano l’amore per questa terra martoriata:”Girgenti”, e mettono in risalto l’umanità, la semplicità di un popolo che rischia di scomparire. Scorrendo le pagine del libro si aprono, in maniera tumultuosa, tanti cassetti della memoria che ci fanno rivivere le stesse sensazioni che Gianfranco ha vissuto mentre attraversava strade, cortili e viuzze, riuscendo a farci camminare insieme a lui e a farci rivivere i tempi trascorsi con grande nostalgia e meraviglia. In buona sostanza le foto di questo libro parlano e ci dicono quanto grande sia l’amore per Agrigento. Grazie Gianfranco.

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