Gente mia, gente nostra

di | 25 Nov 21

La “Gente” di Giurgenti di Gianfranco Jannuzzo è quella della nostra infanzia. Il suo libro di fotografie afferra la memoria e diventa nostalgia. Che affiora lievemente dietro il dilagare dell’amore e dell’affetto che egli nutre per questa città.

Gianfranco Jannuzzo (Foto Salvatore Indelicato)

Vorrei scrivere qui alcune suggestioni che mi ha suscitato la lettura di Gente mia. Questo è il titolo che Gianfranco Jannuzzo ha dato al suo bel libro di fotografie, curato da Angelo Pitrone, che ne ha scritto la prefazione, e pubblicato da Medinova il cui editore è quello straordinario e coraggioso medico che risponde al nome di Antonio Liotta, capace di portare avanti per passione una splendida casa editrice. Gente mia, dovrei dire anch’io.

La gente di Gianfranco è la mia gente. Lui partì per Roma con suo padre e la sua famiglia, io andai a Pisa da solo. Eppure quella gente, la gente di Agrigento, di Giurgenti, è la gente mia, la gente nostra, quella della nostra infanzia e quella di oggi. La famiglia Jannuzzo, come ricorda Gianfranco, tornava tutte le estati a S. Leone. Abitavano non lontano dalla casa di mio zio, dove andavo spesso. La sera mi capitava di sentire, a distanza, la vitalità di tutti loro in un coacervo di suoni e di parole, di musica e di piatti. Sentivo solo le voci affastellarsi, ma proprio questo mi dava una sensazione corale. Gianfranco non lo sa. Era lì con il suo vulcanico papà, con la madre, con i fratelli e le sorelle. Non sapevo della sua passione della fotografia che invece emerge con forza in queste pagine così ben curate. Che rapporto abbiamo con la gente nostra, noi che stiamo altrove e non riusciamo a risolvere il nostro rapporto con questa città.

La memoria ci afferra e diventa nostalgia. Come salvarsi da quel dolce struggimento che è la nostalgia così somigliante alle sirene che ti incantano e però alla fine ti prendono e tu scopri che il loro meraviglioso canto è una terribile trappola. Vi sono tre modi. Uno è quello che applicarono gli uomini di Ulisse tappandosi le orecchie, un altro è ciò che fece proprio Ulisse, il quale, come tutti sanno, si fece legare all’albero maestro della nave ma volle ascoltare, il terzo è la trasformazione della nostalgia in malinconia. Quest’ultima è il senso del limite, la lucida consapevolezza che le cose accadute non si possono cambiare, la contemplazione di ciò su cui non si può più agire.

Se c’è una cosa che traspare dalle foto di Gianfranco è la malinconia. Si tratta di una malinconia che affiora lievemente dietro il dilagare dell’amore e dell’affetto che egli nutre per questa città. Non so se è quella sua nascosta dalla dolce esuberanza del suo essere attore oppure quella che è intrinseca alle foto in bianco e nero. Sì, perché le foto in bianco e nero sono intrinsecamente malinconiche. Come Gianfranco e come Antonio Liotta (lo scrive nella Nota editoriale), anch’io preferisco le foto in bianco e nero. Scavano di più nel volti, giocano tra le ombre, offrono a chi le guarda il senso di ciò che è stato e che non tornerà mai più, eppure sono presenza, presenza dell’assenza, espressione della mancanza, passato che si mostra, un non ritorno che ritorna, malinconia.

Nelle foto di Gianfranco i volti e i corpi stanno tra mura, pietre, finestre, porte, scale. Curioso, Gianfranco punta ai volti, ma in realtà essi non si stagliano fuori dal contesto in cui stanno, bensì stanno sullo stesso piano delle finestre chiuse o semichiuse, dei cartoni rotti, delle strade malcurate, di un mondo che negli sguardi, specie in quelli dei bambini, riconosco come mio. Vi vedo povertà, ma dignità. Povertà non miseria. Quest’ultima di solito sta intrecciata con la ricchezza ed ha a che fare con l’etica. Le spazzature che oggi vedo nelle piazzole di sosta delle superstrade sono miseria, non povertà. La distinzione morale tra povertà e miseria è abissale. In una foto (p. 127) scattata dall’Addolorata si vede via Garibaldi, con il campanile di S. Francesco di Paola, attraverso il vetro di una finestra. Senza le auto poteva essere stata scattata, a dir poco, negli anni ’50, ma ci sono le auto i cui modelli tradiscono il Terzo Millennio.

Ecco una giustapposizione fra due epoche che convivono l’una accanto all’altra. Le auto sembrano quasi estrinseche al contesto e invece, come tutti i popoli che hanno invaso e colonizzato la Sicilia, sono le dominatrici di un mondo che decade.

Vi sono volti noti come Fonziu, come lo stesso Gianfranco ragazzo, come Ignazio Altieri, come Tonino Bruccoleri e altri. Gianfranco si sofferma su Tonino e ci dice che abitava al terzo piano di un palazzo, avendo l’abitudine, lui poliomelitico, di salire tutte le scale a piedi e con il bastone. Del resto non c’erano alternative. Niente ascensore. Al piano terreno ci abitavo io. Lo conoscevo da sempre. Tifoso della Roma e ammiratore di Luciano Tajoli. Dopo che andai a Pisa, ci siamo rivisti sempre. Abbiamo tanto parlato. Un giorno, prima che questa frase fosse pronunciata da Alfredo (Philippe Noiret) a Totò (Salvatore Cascio) in Nuovo Cinema Paradiso, Tonino mi disse: “’un ti fare futtiri da nostalgia”.

Alfonso Maurizio Iacono

Quando la sentii nel film di Tornatore rimasi scioccato. Evidentemente quel consiglio dell’amico più anziano al più giovane che stava partendo era nella amara consapevolezza di chi restava e sapeva contro quali demoni interiori bisognava lottare. Non farsi fottere dalla nostalgia. Quel messaggio fu per me una forza. La nostalgia si trasformò con gli anni in memoria e in malinconia come in una sorta di riappacificazione con me stesso. Conoscevo il papà di Gianfranco. Uomo straordinario. Lo incontravo d’estate in quella specie di paradiso che è la Villa S. Marco di Vincenzo Campo. Mi fece conoscere Mimmo Galletto. Nonostante l’età era irrefrenabile e inarrestabile.

Gianfranco partì con suo padre e con la sua famiglia nell’estate del 1967. Io nell’ottobre dello stesso anno con Giovanni Taglialavoro. Poi a Pisa arrivarono Peppe Pace e Tonino Gaglio. Venne il ’68. Lo vivemmo in Toscana e in Sicilia.

Gente mia, gente nostra. I volti dei bambini che Gianfranco ha fotografato sono in fondo i nostri volti di allora così diversi da quelli di oggi oppure forse no.

1 commento

  1. Carmela iacono

    Quanta verità è profondità in questo articolo; noi siciliani siamo avvolti dalla malinconia ;questa dea Mucia non ci abbondana mai; amiamo la nostra terra,ne siamo fieri,nonostante la miseria;la foto é incisiva e toccante:due bimbi sorridono,il vecchio muove appena le labbra:é rassegnato a cosa alla miseria, o ,alla vita che per lui scorre?il fotografo lascia anni la scelta

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About Alfonso Maurizio Iacono

PENSIERI DIVERSI di ALFONSO MAURIZIO IACONO. Dipartimento Civiltà e Forme del Sapere, Università di Pisa. Appunti e commenti sul presente, con uno sguardo alla storia, all'arte e alla filosofia.

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