Fondazione Sciascia, parlano gli ex sindaci Messana e Sardo

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FONDAZIONE. Gli interventi di due ex sindaci di Racalmuto, sul caso di Felice Cavallaro estromesso dal Cda con un cavillo burocratico

EMILIO MESSANA: “L’elezione di Cavallaro un atto di grande valore”

Il primo Cda della Fondazione Sciascia presieduto dal sindaco Vincenzo Maniglia registra la presenza del genero di Leonardo Sciascia, professor Salvatore Fodale, e l’assenza di Felice Cavallaro. Fodale si era dimesso dal Cda ad ottobre dello scorso anno. Auspico, di vero cuore, che abbia ritirato le dimissioni, come avevamo richiesto, o che abbia intenzione di farlo. La presenza e l’impegno del professor  Salvatore Fodale e della famiglia di Leonardo Sciascia sono necessari e imprescindibili nel governo della Fondazione. Felice Cavallaro, che ha partecipato ai precedenti consigli di amministrazione, dando impulso insieme a tutti noi alle attività della Fondazione Sciascia, non è stato invitato, perché la delibera del Consiglio Comunale di Racalmuto, che lo ha eletto all’unanimità nel Cda, non sarebbe stata mai pubblicata.

Emilio Messana, sindaco nella precedente consiliatura

L’elezione di Felice Cavallaro è stata un atto politico – amministrativo di grande valore. Era la prima volta nella storia della Fondazione che il Consiglio Comunale esercitava questa prerogativa ed era la prima volta che il Cda formulava la proposta di una terna di nomi. Da quella terna il Consiglio comunale ha scelto Felice Cavallaro. Entrambi gli organismi si sono pronunciati all’unanimità.

Certamente, un intoppo burocratico non può vanificare una nomina votata da un Consiglio Comunale,  peraltro in sostanziale continuità, in termini di rappresentanza di forze, con quello appena eletto. Si ponga rimedio.

Lo si deve in esecuzione della chiara volontà politica espressa dal Consiglio Comunale e per il rispetto dovuto alla persona di Felice Cavallaro, sollecitato dalle nostre istituzioni ad accettare la nomina nel Cda della Fondazione Leonardo Sciascia.

LILLO SARDO: “Quanto vale vincere facile?”

Vorrei chiarire qui un concetto abbastanza elementare: senza un avversario non c’è gara e dunque non c’è vittoria. Non c’è merito, né credito, né gloria, né talento. Sembra però che la fantasia di eliminare l’avversario stia diventando pervasiva. Forse abbiamo le idee confuse, anche a livello terminologico: così, tendiamo a identificare ogni concorrente o avversario con un rivale, ogni rivale con un nemico, ogni competizione con un conflitto. Per dirla in altre parole: l’idea di base della competizione è che, se qualcosa da vincere c’è, vincerà il più adatto, il più abile, il più meritevole, non il più scorretto o il più opportunista di turno.

Lillo Sardo, sindaco al momento della costituzione della Fondazione Sciascia

Un’altra cosa a cui bisognerebbe stare attenti è il comportamento paradossale di chi, dopo aver artificiosamente identificato l’avversario con il nemico, sogna di vaporizzarlo. O di asfaltarlo, di azzerarlo…Dai, diciamolo: questo è un comportamento da vigliacchi che evitano di gareggiare lealmente, e da sbruffoni che sentono tuttavia il bisogno di battersi i pugni sul petto strillando “ho vinto, ho vinto”.

Il recente ‘affaire Cavallaro’, principalmente in relazione a tempi e modi della sua estromissione, mi sembra esattamente coincidere con il preambolo sopra esposto: mortificare talmente al ribasso il livello della contesa fino al punto di trovare un subdolo escamotage per eliminare un contendente (senza chiedersi, tra l’altro, quanti atti sottoscritti dallo stesso e quante iniziative, presenti e future, dovrebbero subire la stessa sorte…).

Si possono liberarmente non condividere gli atteggiamenti e le attività di chi riveste ruoli specifici in vari contesti, ma la vera risposta sarebbe stata e sarebbe quella di alzare il livello della competizione (ammesso che questa sia giustificata), sforzandosi di mettere in campo ogni risorsa per elevare e migliorare, secondo il proprio punto di vista, le possibilità e le condizioni operative orientate a valorizzare, di più e meglio, il bene pubblico primario rappresentato dalla Fondazione Sciascia.

Si sarebbe potuta scegliere, in realtà, una più costruttiva e certamente redditizia forma di ‘esercizio competitivo’ che è data dal cooperare per obiettivi: stimolare tutte le energie produttive coinvolte mirando a creare una rinnovata fertilità sociale sul territorio, includendo e non escludendo nessuno dei protagonisti che tanto, comunque, avrebbero potuto dare.

Ma per far questo occorrerebbero uomini dotati di una ‘visione’ sul futuro e del coraggio necessario per portarne avanti ogni piccola, concreta e costruttiva conquista, frutto di sacrifici e discussioni continue. Non certo chi mira soltanto a vincere facile, guardando sempre prima ai propri personali obiettivi.

 

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