“Folli, ma felici e con niente”

da | 15 Giu 21

Ricordi. Da bambini non ci ritrovavano su Facebook, su Twitter, su Instagram. Ma in un cortile, in un vicolo, in una piazza. Quanto erano belli i giochi di una volta!

Raimondo Moncada, quando aveva 9 anni

Pezzi di tavole di legno assemblate con chiodi da 6 centimetri e almeno tre cuscinetti a sfera di auto. Tutto qui. Era la playstation della mia generazione. Non c’era internet, non c’erano i Social, non c’erano gli smartphone. Il gioco era la strada, il quartiere. I bambini, i ragazzi, non si ritrovavano su Facebook, su Twitter, su Instagram. Ma in un cortile, in un vicolo, in una piazza. Non si raccontavano la vita pubblicando foto della propria vita, ma la vita la vivevano senza fotografarla, giocando, inventandosi con niente il divertimento della giornata.

Tra questi giochi semplici, poveri, ma ad alto contenuto ludico e sociale, c’era u carrettu: una tavola di circa 60-70 centimetri dotata di due cuscinetti laterali e un manubrio, sempre di legno, con un cuscinetto più grande che si andava a chiedere in un’officina meccanica oppure o spasciu (sfascia carrozze).

Il primo carretto me lo ha costruito mio padre. Avevo quattro-cinque anni. E abitavo nel cuore del centro storico di Agrigento, in Vicolo Seminario, sotto la Cattedrale (quando il centro storico era vivo, pure nelle pietre e nei profumi dei giardini d’aranci e nespole). E ricordo le mie prime corse, col mio primo carretto, lungo la discesa del Duomo, assieme ad altri bambini, tanti bambini, con cui cominciavo a fare amicizia. Tra loro anche i miei compagnetti dell’asilo delle suore di Sant’Antonio.

Una festa. Tutti col carretto e a chi era più veloce, a chi arrivava per primo in piazza Don Minzoni, lungo un percorso di trecento metri circa. I genitori ci facevano fare, senza alcuna paura. Tutto era così protetto e senza auto. Non c’era alcun pericolo. Solo per San Calò, per le processioni o per funzioni religiose il divertimento si fermava.

Lo stesso gioco l’ho ritrovato trasferendomi un anno dopo in periferia, al Villaggio Mosè, quando c’erano solo pochissime abitazioni. E qui ho trovato altri bambini, altri ragazzi, ancora più competitivi. Il gioco era molto sentito e partecipato. Si organizzavano serie competizioni e c’era chi vantava l’utilizzo di materiali o di lubrificanti speciali per migliorare pure le prestazioni del carretto. Ricordo pure che qualcuno aveva aperto officine per costruire, migliorare, truccare carretti. Da non credere, però i campioni erano sempre gli stessi. La pista questa volta era molto più lunga e pericolosa rispetto al Duomo, ma tanto esaltante: è l’attuale discesa che dalla vetta della collina Mosè giunge fino all’incrocio con la strada statale 115. Allora era solo campagna e olivi saraceni. Ora tutto case.

Quanti eravamo! Il mio ricordo conta più di una cinquantina di piloti di Formula Carretto che si lanciavano all’impazzata su quella discesa ripida, con curve a gomito e un rettifilo finale mozzafiato. Eravamo dei folli. Ma felici e con niente.

Quando mi capita di ritornare in quei luoghi vedo e sento solo ricordi. A volte anche i fantasmi di allora (i più grandi mi spaventavano raccontandomi di residenti dell’altro mondo in una delle case vecchie sulla collina Mosè: sono sicuro che anche loro avranno avuto un carretto e giocavano insieme a noi, proteggendoci, nella discesa della morte)

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