Favara, Paolo Borrometi: “Ecco come iniziarono i miei guai”

|




Il giornalista, con tante storie da raccontare e con una quotidianità blindata da 5 uomini di scorta, ha presentato questa mattina, al Teatro San Francesco, il suo libro “Un morto ogni tanto”. “Ai ragazzi di questa grossa comunità dico di non commemorare i giornalisti, i magistrati, i poliziotti e carabinieri uccisi da Cosa Nostra e dalla Stidda, ma di seguire i loro esempi. Loro non volevano fare gli eroi…Questa Sicilia ha la forza per diventare bella. E non soltanto a parole”

Paolo Borrometi a Favara

“Ogni tanto un murticeddu, vedi che serve!”. Una condanna di morte intercettata dalla Polizia e fortunatamente non portata a termine. Un agguato studiato nei minimi particolari con tanto di autobomba che doveva far saltare un coraggioso giovane cronista di Modica e gli uomini della sua scorta. In maniera eclatante, con le stesse modalità che hanno fatto “saltare” in aria, nella Sicilia giardino nel Mediterraneo con tante croci e lapidi disseminate in città grandi, paesi piccoli, scorrimenti veloci e autostrade, importanti uomini dello Stato, Giudici, Magistrati, carabinieri e poliziotti.

Il bersaglio era Paolo Borrometi, oggi giornalista a TV 2000, collaboratore dell’AGI, una delle più importanti agenzie di stampa, con un passato di inchieste e di reportage sul pianeta-mafia del Ragusano e del Siracusano, come cronista del Giornale di Sicilia e del sito “La spia”, di cui è il fondatore.

Borrometi aveva acceso i riflettori sugli affari che famiglie mafiose e gruppi malavitosi di cittadine facevano nel triangolo Scicli, Pachino, Vittoria. Tanti episodi di cronaca nera colorati dal rosso del sangue e da quello del pomodorino di Pachino, prodotto doc dell’ortofrutta del posto al centro di un interesse economico di centinaia e centinaia di migliaia di euro dalla Sicilia fino al Canada.

Questa mattina, Borrometi, classe 1983, con tante storie da raccontare e con una quotidianità blindata da 5 uomini di scorta, è stato ospite a Favara al Teatro San Francesco, presentando il suo libro “Un morto ogni tanto” e partecipando ad una importante manifestazione organizzata dalla Comunità ecclesiale e dall’Ordine Francescano Secolare e Frati Minori. Il trentacinquenne giornalista modicano, ma che ora vive e lavora a Roma, ha calcato il palco di quel Teatro che nel 1998 fu bruciato presumibilmente dalla mafia locale alla vigilia di un convegno sulla legalità che vedeva ospite il procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli e le magistrate favaresi Laura Vaccaro e Franca Imbergamo.

Episodio ricordato proprio questa mattina da Laura Vaccaro, che di minacce, di vita blindata e di scorte ne ha da raccontare, ma che non ha mai piegato la schiena. L’attuale procuratore capo della Procura dei minori del Tribunale di Caltanissetta, nel porgere il saluto a Borrometi, ha indirizzato, come è suo costume, il suo intervento ad una platea composta da oltre 300 studenti in rappresentanza di tutti gli istituti della città, richiamando i giovani ad un impegno di cittadinanza attiva. “Dovete rendervi protagonisti in questa città, per renderla bella ed ordinata, libera, senza raccomandazioni. Seguite gli esempi virtuosi, che vi suggeriscono di non seguire strade che portano a vicoli chiusi. Ma soprattutto puntate gli sforzi nello studio e nella preparazione individuale”.

Sulla stessa scia anche gli interventi del sindaco di Favara Anna Alba, di padre Giuseppe Livatino e del ministro dell’Ordine Francescano Carmelo Vitello. “Questa città ha bisogno di un linguaggio che punti alla verità –ha detto Carmelo Vitello– per salire scalini verso la libertà, il bene più prezioso. E bisogna farlo con le nuove generazioni, con le scuole. E’ ai nostri studenti che dobbiamo chiedere di cambiare pagina, atteggiamenti. Di intraprendere cammini di legalità. A tutti gli istituti di Favara va il nostro ringraziamento per i suggestivi contributi che ci hanno offerto oggi, con monologhi, video, poesie, drammatizzazioni e canti che trasmettano il “volto” bello della nostra città, che deve cancellare quell’etichetta brutta e negativa che da più parti ci collocano sulle spalle”.

Alla vigilia del 23 maggio non potevano mancare i riferimenti ed i ricordi al Giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

“Quella strage mi ha segnato –ci dice Paolo Borrometi – pur essendo un bambino. Avevo 9 anni e ricordo la faccia sbiancata di mio padre nell’apprendere dalla TV l’attentato di Capaci. Pur essendo bambino quelle immagini mi sconvolsero e, pur non potendo capire il fenomeno mafioso e la potenza di Cosa Nostra, capii subito che era successo una cosa grave per la nostra Terra. Palermo è distante da Modica. Ma quel tritolo ha fatto tremare la Sicilia intera, scuotendo milioni di coscienze. Nel corso degli anni non ho potuto mai digerire il fatto che una terra con 5 milioni di abitanti è succube di una mentalità mafioso e omertosa di poche migliaia di persone. Ed allora il mio giornalismo ed il mio “scrivere” ha puntato dritto nel,a denuncia dei mali siciliani, cercando di scovare malaffari per ridare serenità ai territori”.

Favara, Paolo Borrometi con Laura Vaccaro

C’è un episodio che ti ha particolrmente colpito, durante l’attività di cronista?

“Quello che vi racconto è un episodio che mi ha segnato nell’animo e che ha cambiato le mie giornate, facendomi rischiare di non avere un futuro. In un incontro con studenti sono stato avvicinato da una ragazzina che mi abbracciò forte sussurandomi che il papà, agricoltore di pomodorini, non poteva vendere il prodotto a causa di altre aziende “forti” nel territorio. Quel termine “forte” significava “mafia”. Ed allora iniziai ad indagare con una inchiesta giornalistica sulle aziende affiliate al Consorzio IGP del pomodorino di Pachino. E mi accorsi, da visure camerali, che un’azienda era controllata dal capomafia del paese e da un suo collaboratore. Scrissi e denunciai la presenza di infiltrazioni nel consorzio e si scoprì che quell’azienda era priva del certificato antimafia, che gli costò l’ eliminazione dal Consorzio. E per me iniziarono i guai”.

Cosa successe dopo?

“Iniziai a ricevere minacce telefoniche. Poi dalle parole chiare ed inequivocabili si passò ai fatti, con un pestaggio ricevuto mentre ero in campagna da due uomini incappucciati. Quell’aggressione violenta la porto ancora dietro con una spalla danneggiata. Ma sono scene che non dimentichi mai. Come non puoi dimenticare quel campanello suonato dalla Polizia alle cinque del mattino che mi informava di una retata nel territorio che coinvolgeva i personaggi da me giornalisticamente denunciati”.

Da allora cosa cambiò?

“Non ti nascondo che provai paura, nell’apprendere che nelle intercettazioni si faceva riferimento dettagliatamente all’attentato che mi doveva far saltare in aria. Vidi mia mamma piangere. Ma con tono forte e deciso mi disse: “Paolo, dobbiamo andare avanti. Ce la possiamo fare”.

Le giornate di Paolo Borrometi, oltre al lavoro a TV 2000, trascorrono tra inviti in scuole, enti, associazioni e Tribunali, dove sono in corso oltre 10 processi riguardanti minacce ricevute.

Quale messaggio lanci ai ragazzi di Favara, una città che ha dato i natali a due magistrati antimafia, ma che ha anche dato l’ospitalità e la copertura a latitanti di Cosa Nostra?

“Ai ragazzi di questa grossa comunità dico di non commemorare i giornalisti, i magistrati, i poliziotti e carabinieri uccisi da Cosa Nostra e dalla Stidda, ma di seguire i loro esempi. Loro non volevano fare gli eroi. Ma espletare con onestà il loro lavoro, spesse volte svolto a telecamere spente ed in sordina. Occorre ricercare sempre la verità e la giustizia, dare un volto ai mandanti e ai killer di tanti omicidi impuniti. Ma occorre che lo Stato e la politica devono proteggere con i fatti e le leggi i cittadini. Non possiamo come siciliani, dimenticare di avere avuto due Presidenti della Regione eletti dal popolo ed implicati in mafia, con condanne e processi ancora in corso. Li ha votati il popolo. Ed allora, nelle urne, abbiamo un’arma che è quella di selezionare il bene dal male. Inoltre chi ci governa non deve assumere atteggiamenti equivoci e contraddittori. Non si rendono forti le Forze dell’Ordine indossando una felpa con la scritta “Polizia” e non  si comizia con il Rosario in mano e poi si lascia una piazza ad inveire contro il Santo Padre. Questi comportamenti allontanano la gente da Istituzioni che risultano non credibili. Questa Sicilia, per la sua millenaria storia, per le intelligenze, per l’arte e la cultura,  ha la forza per diventare bella. E non soltanto a parole”.

 

Altri articoli della stessa

One Response to Favara, Paolo Borrometi: “Ecco come iniziarono i miei guai”

  1. Angeli Rispondi

    23/05/2019 a 6:49

    …è un piacere leggere i ‘dettagli’ messi a punto da Giuseppe Piscopo… aiuta a rivedere una giornata straripante di emozioni forti che hanno visto un ragazzo di appena 36 anni ergersi ad esempio di una comunità – la nostra – spesso distratta dal pressapochismo e dall’indifferenza. Condizione che sembra voler denunziare un assopito impegno delle istituzioni e di tutte le agenzie territoriali che vanno risvegliare da un sonno/sogno regressivo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *