Favara, che segnale sta dando la mafia?

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Fa riflettere la decisione di  collaborare con la Magistratura di due giovani pentiti favaresi e la dissociazione dei loro familiari.  

Antonio Liotta

Antonio Liotta

Favara è un importante Comune della provincia di Agrigento che vive contraddizioni forti e significative, eccede nel bene e nel male da tanti anni.

Favara è il paese dove l’organizzazione mafiosa: vanta i natali di sedicenti personaggi che hanno svolto un ruolo di malaffare determinante nel corso degli ultimi settant’anni; ha ospitato Giovanni Brusca e tanti altri mafiosi; ha stabilito rapporti privilegiati con i capimafia regionali storici di Cosa Nostra che a partire da Genco Russo hanno trovato qui accoglienza; ha controllato costantemente il traffico e lo spaccio di droghe; ha percorso l’iter evolutivo che da mafia dei campieri e del feudo si è trasformata in quella degli appalti e successivamente in quella attuale economica/finanziaria e politica che ha occupato spazi pubblici cercando inserimenti istituzionali.

Per altri versi, Favara, è anche il paese che ha dato i natali al Barone Antonio Mendola (uomo di raffinata cultura, amperologo che ha scoperto e perfezionato il sistema per battere la fillossera e che ha dialogato a lungo con Darwin), al primo Presidente della Corte Costituzionale Gaspare Ambrosini, allo scrittore Antonio Russello (estrenuo difensore della legalità), ecc.

In atto, questo Comune, da più di dieci anni, con la nascita ed il consolidamento della Farm Cultural Park, è diventato il centro dello sviluppo possibile, dell’educazione permanente, il motore di dinamiche economiche che hanno portato al concreto risultato di riconoscere Favara e la Farm come secondo luogo più visitato da turisti ed artisti dopo la vicina Valle dei Templi.

Ciò che, comunque, non si può negare né sottacere è che la mafia è viva e vegeta e che agisce incurante di ogni regola civile.

I fatti delinquenziali che hanno colpito questa città, in questi ultimi anni, con omicidi  ed agguati realizzati in loco, in altri Comuni ed in Belgio riconducibili a personaggi favaresi e non, hanno portato ad arresti significativi che -come conseguenza- hanno determinato un processo di ripensamento sulla militanza mafiosa di due giovani che hanno scelto la strada del “pentimento” e della “collaborazione” con la Magistratura per fare luce su questa organizzazione criminale.

Questi i nomi da tutti conosciuti dei pentiti: Giuseppe Quaranta e Mario Rizzo. Fin qui niente di strano sino a qualche giorno fa, quando i familiari dei due collaboratori inviano ai giornali e-mail di “dissociazione” piena rinunziando, di fatto, anche ai programmi di protezione che erano già avviati.

A questo punto nascono precise riflessioni: perché questa dissociazione contemporanea espressa dai familiari dei due pentiti collaboratori? perché la dissociazione arriva con un ritardo significativo e non è stata espressa e resa pubblica al momento in cui i fatti sono avvenuti? come possiamo interpretare questa azione congiunta che vede anche nella tipologia di scrittura e nel mezzo usato (primo interlocutore i giornali avvisati via e-mail) una regia speciale? che segnale sta dando la mafia a Favara? e come leggere la presenza all’interno della mafia di tanti giovani?

Favara deve necessariamente interrogarsi su questi temi, deve sapere e capire che la mafia c’è, è organizzata e rappresenta quanto di più negativo possa esistere in una società ed in una comunità; è la negazione dello sviluppo democratico; è il controllore del mercato di stupefacenti; è l’inquinatore della politica e dei processi amministrativi; è il cancro vivo ed attivo che blocca ogni istanza di rinnovamento.

Sono convinto che questa uscita dissociativa rappresenta il tentativo maldestro di isolare i pentiti, di farli sentire finiti (forse anche fisicamente), di denigrarli nel loro ruolo che nel linguaggio mafioso vengono considerati infami e traditori.

Siamo difronte ad azioni criminali o ad atti di paura per nuovi arresti in rapporto agli sviluppi investigativi? La presa di coscienza di ogni cittadino su questi temi è fondamentale.

Solo lo sviluppo di una CULTURA contro le mafie può garantire certezze di democrazia ed annullamento di bassa ed alta delinquenzialità.

Oggi, a Favara, hanno grande attualità le accorate parole pronunciate da Papa Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi proprio 25 anni fa.. “Mafiosi pentitevi…” Questo appello lo hanno saputo raccogliere i due giovani Giuseppe Quaranta e Mario Rizzo. La comunità favarese aspetta che tutti i mafiosi seguano il loro corretto esempio.

 

 

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