Fabrizio Catalano, nipote di Sciascia: “Racalmuto? Il paese peggiore di tutti”

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DIBATTITI. Fabrizio Catalano, il nipote di Sciascia, per alcuni anni direttore del teatro Regina Margherita, commenta su facebook le dimissioni di Antonio Di Grado dalla Fondazione. E sferra un attacco al paese di suo nonno: “Racalmuto è peggiore degli altri, luogo dell’inettitudine e dell’ingratitudine”

Fabrizio Catalano, il nipote di Leonardo Sciascia, approfitta delle dimissioni di Antonio Di Grado dalla Fondazione per sferrare un attacco al paese dove è stato per alcuni anni direttore artistico del teatro Regina Margherita. Sulla sua pagina facebook  e sulla pagina di Antonio Di Grado posta un giudizio durissimo sulla comunità alla quale suo nonno è sempre rimasto legato.

Il post di Fabrizio Catalano

Il post di Fabrizio Catalano

“A proposito – scrive Catalano – delle dimissioni di Antonio Di Grado da direttore letterario della Fondazione Sciascia. Condivido tutto. Con un’aggravante: avendo viaggiato a lungo per l’Italia, credo di poter affermare che Racalmuto è un paese peggiore degli altri. Laggiù, l’inettitudine e l’ingratitudine raggiungono talvolta abissi insondati come quelli della Fossa delle Marianne”.

Fabrizio Catalano

Fabrizio Catalano

Un giudizio duro che si accompagna a quello espresso poche ore prima da Antonio Di Grado sempre su facebook nel quale il direttore dimissionario della Fondazione usava una citazione di Sciascia sulla “gente con sui non si è in nulla d’accordo”.

 

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4 Responses to Fabrizio Catalano, nipote di Sciascia: “Racalmuto? Il paese peggiore di tutti”

  1. INDIGNATO DELL' IPOCRISIA Rispondi

    05/04/2016 a 16:25

    Egregio Sindaco, è ovvio che i racalmutesi condivideranno il suo appello al Professore Di Grado. Una condivisione resa necessaria e obbligata dall’oggettiva difficoltà nel trovare un uomo di alta levatura culturale pari a quella del Professore dimissionario a ricoprire un ruolo di così importante spessore intellettuale. Nessuno dovrebbe essere essenziale, invece in questo caso lo è, e ci si dovrebbe interrogare sulle ragioni di un defit che limita un eventuale ricambio generazionale. Contrariamente alla sua opinione, è evidente che la Fondazione oltre a risentire di una marginalità territoriale ha , inoltre, a sua volta posto ai margini gli stessi racalmutesi che hanno sentito la Fondazione come corpo estraneo; è questo il fallimento più grave, la crisi forse irreversibile in cui oggi è collocata, una crisi che determina carenza anche nel ricambio generazionale impossibilitato appunto per la grave assenza di giovani e meno giovani che negli anni non sono stati in maniera appropriata coinvolti suscitando in loro curiosità e desiderio di voler portare alto con studi approfonditi e di ricerca il pensiero sciasciano. Tantissimi sono stati e sono i racalmutesi che in giro per l’Italia e nel mondo hanno orgogliosamente dato risalto, distinguendosi quasi sempre in sordina anche per meriti culturali, “dell’essere dello stesso paese del grande scrittore”; eppure molti di loro mai hanno sentito propria quell’istituzione; cosa li ha tenuti lontano? Chiediamocelo! Un macroscopico fallimento che è impossibile non vedere e del quale nessuna responsabilità si può dare a chi, come il Professore, ha avuto ruoli e compiti diversi. Dovremmo chiedere conto a chi elitariamente ha creato un collante con la società costruendo muri invisibili ma percepibili e percepiti dal popolo, sentitosi scartato ed emarginato; distinguo non scaturiti dal sapere, dalla cultura, ma dall’impostura, determinando “mancanza di radicamento e quindi un inevitabile insabbiamento nelle secche delle faide strapaesane”. E’ vero, la crisi della Fondazione Sciascia è ( anche) la crisi delle istituzioni culturali, alle quali negli ultimi anni mancano i cospicui finanziamenti pubblici , ma è anche una crisi che viene da lontano. Dovremmo, come in tutte le cose della vita che in qualche modo falliscono, interrogarci dove sono stati commessi errori, in cosa si è sbagliato; solo facendone ammenda si può iniziare a sperare e credere in una “rinascita” e non in un rilancio, cominciando dal tranciare i collanti basati sui distinguo e costruendo con la città e il suo popolo quel legame fatto da uomini e donne nuovi di vera e non simulata cultura che con umile sapienza riescano a suscitare e a far vivere la Fondazione come fucina culturale.

  2. Giovanni Salvo Rispondi

    07/04/2016 a 15:33

    Piu’ del dolor pote’ il digiuno?

  3. Giovanni Salvo Rispondi

    07/04/2016 a 15:34

    Piu’ del dolor pote’ il digiuno.

  4. Lucia Guagliano Rispondi

    10/11/2018 a 18:50

    E’ molto triste vedere un Tempio chiuso e privo di una fioca lucina che dalla sera all’alba possa illuminare parti delle sue possenti mura.

    La cultura di un Paese come Racalmuto non può scomparire per lunghi e lunghi periodi,per riapparire senza entusiasmo, pochi appuntamenti all’anno.

    Così facendo i danni che i cittadini racalmutesi stanno subendo sono senza alcunapossibilità di conta…

    Non è modo questo per onorare Leonardo Sciascia.

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