Ester Rizzo racconta le 21 Madri Costituenti

da | 2 Ago 22

Bianca Bianchi ed Elettra Pollastrini

Ester Rizzo

Bianca Bianchi, quando le donne ottennero il diritto di voto, era iscritta al Partito Socialista Italiano. Il Partito, in un primo momento, decise che lei poteva essere capolista nel Collegio di Firenze.  A questa proposta i mugugni dei colleghi furono tantissimi: “Una donna? Una trentenne inesperta? Assolutamente no”. Così, quelli che oggi definiremmo” lamentatori seriali” ,vinsero e al posto di Bianca Bianchi fu scelto Sandro Pertini. Lei si sentì usata e raggirata, considerata solo come un pretesto per convogliare i voti femminili ma non si diede per vinta e fece conoscere le sue idee e la sua personalità con più di cento comizi. Alla fine della campagna elettorale verrà eletta con 15.000 preferenze: esattamente con il doppio dei voti ottenuti da Sandro Pertini.

Era laureata in Pedagogia e Filosofia e nel 1939 diventò insegnante ma il suo metodo di insegnamento non era gradito al regime fascista poiché nelle sue lezioni faceva spesso riferimento alla cultura e alla civiltà ebraica, escluse dai programmi ufficiali. Lei non si fece intimorire e venne licenziata. Espatriò in Bulgaria e ritornò in Italia, a Firenze, nel 1942, diventando staffetta partigiana.

Come madre Costituente si impegnò fortemente per cancellare la legge che prevedeva la sigla di N.N. sui documenti anagrafici dei figli illegittimi e per tutelare i loro diritti. In questa sua battaglia di civiltà fu sempre osteggiata sia dagli avversari politici che dai suoi stessi colleghi di partito. Dopo un suo intervento in Parlamento fu addirittura aggredita verbalmente, rimproverata di volersi occupare di un problema giuridico senza averne le competenze. Bianca non demorse e per otto mesi iniziò a visitare brefotrofi e centri di assistenza ai minori e formulò così la sua proposta di legge che prevedeva anche una maggiore tutela per bambini e bambine del Mezzogiorno d’Italia.

Lasciò poi il Parlamento nel 1953 e diventò vice sindaca di Firenze nel 1970. In seguito decise di non ricandidarsi più e di dedicarsi agli studi ed alla lettura. Nel 1999 la intervistarono chiedendole come era la vita delle prime deputate. Questa la sua risposta:” Non certo come oggi. Ricordo che, durante un comizio, nel 1946, un bimbo, mandato da un imprenditore locale, mi regalò un paio di sandali bianchi. Li portai per tutta l’estate a Montecitorio perché non ne avevo altri” Sempre in quell’intervista le fu chiesto: E quando c’è stata Tangentopoli cosa ha pensato?” Risposta :“Non era una novità. Conoscevo tutto da tempo e nel 72, ad un Congresso del Partito Socialista, ne parlai in pubblico e venni applaudita dalla platea. Ma il segretario Orlandi mi mandò un biglietto nel quale era scritto “Bianca, ora Basta”. Sapevo che un giorno o l’altro mi avrebbero espulsa, allora me ne andai via per prima”. Ogni commento da parte nostra per giustificare la damnatio memoriae è superfluo

Elettra Pollastrini, per varie vicende familiari, passò una parte della sua infanzia in un orfanotrofio. Crescendo riuscì, con caparbia volontà, a diplomarsi in Tecnica e trovò lavoro in Francia alla Renault. Poco dopo venne però licenziata perché aveva partecipato ad uno sciopero. Trovò un nuovo impiego come traduttrice e nel frattempo si iscrisse al Partito Comunista Francese sezione italiana. Venne arrestata, tradotta in carcere e poi inviata al campo d’internamento di Rieucros, dove conoscerà Teresa Noce, altra futura Madre Costituente. Estradata venne rinchiusa nel carcere di Rieti dove si ammalò di tubercolosi. Guarita venne inviata al confino ma continuò la sua attività antifascista e arrestata nuovamente dai nazisti e deportata in Germania. La sua fu una gioventù vissuta sempre in fuga, braccata ed incarcerata.

Quando la guerra finì fu eletta all’Assemblea Costituente nelle fila del Partito Comunista. Anche lì una vita non facile, osteggiata sempre da colleghi ed avversari per il suo spirito battagliero. Collezionò un po’ di autorizzazioni a procedere per resistenza alla Forza Pubblica e una di queste le arrivò per l’energica risposta data ad un prete che le aveva detto:” Per le pollastre ci vuole il gallo” giocando sul suo cognome. Basta ciò per evincere quanta fatica  per ottenere rispetto.

Dopo l’impegno parlamentare il Partito la inviò in Sicilia per collaborare con la locale Commissione femminile. Ma Elettra non riusciva a restare “intrappolata” nei ranghi imposti e così decise di trasferirsi a Budapest dove per cinque anni lavorò come giornalista a Radio Budapest.

Rientrata in Italia continuò ad occuparsi di politica ma non le diedero più ruoli o incarichi di spicco. Le “voci libere” delle politiche hanno sempre dato fastidio. Così ieri come oggi.

 

 

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