Emigrazione, la triste fotografia di ieri e di oggi

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LA STORIA. Racalmuto, un paese svuotato, come in fuga. In una vecchia rivista degli anni ’50 la foto di una famiglia racalmutese con sette figli emigrata negli Stati Uniti. Cosa è cambiato?

Quando la famiglia Tirone ritratta in questa foto è partita in cerca di fortuna – la «fortuna» ad esempio di potere sfamare sotto un tetto i propri figli –, Racalmuto era un paese (di una regione, di una nazione) che non riusciva a garantire a tutti quello spazio umano di decoro e dignità chiamato lavoro. Anche oggi, purtroppo, la musica spesso ha lo stesso ritornello di sofferenza. In quell’epoca, qualche anno dopo la guerra, il bisogno bussava comunque alla porta con una punta supplementare di crudeltà; afferrava alla gola, quasi senza dare scampo, come un assassino. E dalla Matrice al piano del Carmelo, dalla Fontana a Santa Nicola era una tutto un triste catalogo di famiglie senza speranza. Spesso, nemmeno scappare dalla miseria era ed è un’opzione facile. Perché anche i fuggitivi hanno bisogno di soldi. Soprattutto loro.

La nostra è una «Repubblica fondata sul lavoro». Ma si è ancora in attesa, soprattutto a queste latitudini, che l’articolo 1 della Costituzione si realizzi pienamente. E nel frattempo? Scappare, quando si può. E senza nemmeno fare notizia. Ora come allora l’indigenza nega aria ai sogni, alle necessità materiali, alle esigenze di progresso e a quel diritto alla felicità che la Dichiarazione d’indipendenza americana riconosce a ogni individuo.
Con certezza «il perseguimento della felicità» spinse la famiglia Tirone (madre, padre e sette figli) a imbarcarsi per la Merica su uno di quei transatlantici dai nomi aristocratici e dalle scomodità plebee. Alla fine del lungo viaggio dal tormentoso rollìo, furono scaraventati, insieme a centinaia di altri emigrated, probabilmente su una banchina di Ellis Island, New York City, in una mattina di freddo, così sembra dai vestiti in cui sono avvolti. Per poi, dopo avere sbrigato le formalità del riconoscimento, spostarsi a Buffalo, nello stato di New York, anche se il giornale attribuisce la città alla geografia del New Jersey. La piccola e impaurita pattuglia di racalmutesi è stata intercettata da un fotografo sveglio di una qualche agenzia di stampa americana in cerca di notizie curiose e pittoresche, adatte al pubblico dei rotocalchi.

Ed eccolo qui, lo scatto. A Racalmuto molti favoleggiavano su questa fotografia, molto raccontata e poco vista. L’abbiamo catturata da un ritaglio di giornale saltato fuori durante il periodico dragaggio di “cose racalmutesi” sui motori di ricerca specializzati in riviste, libri, fotografie, cartoline. Guardare le facce sbattute e stanche, alle quali un reporter avrà estorto una posa e l’abbozzo di sorriso, provoca come un tuffo al cuore e un’istintiva simpatia nei loro confronti. Da quello che siamo riusciti a cogliere, la foto è stata pubblicata probabilmente su un numero de l’Illustrazione Italiana, una rivista molto diffusa per tutta la metà del Novecento, datato fra il 1948 e il 1952. Ma forse può anche essere La domenica del corriere.

Guardateli, sono schierati da sinistra a destra dal più piccolo al capofamiglia, Giuseppe Tirone, che sembra sereno, quasi spavaldo e sicuro. La moglie, Giuseppina, appare invece sperduta e in apprensione. È come spaventata, lo sguardo spiritato, smarrito ma attento; trattiene lo sgomento, tiene alta la guardia, è sospettosa. I lineamenti tirati sul volto rotondo e bianco, il pensiero rivolto alle tante incognite del futuro. Povera donna. L’attendeva un compito difficile in terra straniera. Toccava a lei l’onere di tirare su quel plotone di sette figli: il più piccolo di 2 anni, Salvatore, Agnese di 6, Caterina di 4, Mario di 11, Rosa di 13 – già una signorina – e Stefano, il primogenito, alto, bello forte, la speranza di quel piccolo clan che da Racalmuto ha affrontato l’ignoto alla ricerca della felicità. Loro, come tanti altri le cui storie e vicende sono ormai ignote, morte, sepolte. E magari invece meritavano di essere tramandate, erano «narrabili», magari avvincenti come un romanzo. E, chissà, magari un giorno emergeranno dall’oblìo più lontano. Il paese – il nostro, ma come tutti gli altri – veniva privato delle forze più giovani e forti, svuotato di futuro. Ma se prima l’emigrazione aveva un che di epico, una statura tragica si direbbe, oggi è diventato un processo invisibile e non meno doloroso di quello che dagli inizi del Novecento ha succhiato il sangue di mezza Italia. Quello che tutt’ora costringe donne e uomini a dire addio a tutto questo – a tutto ciò che non va, a tutto ciò che non va mai come dovrebbe – e ad affidarsi ai venti del destino, non sempre magnanimi. Senza incontrare nemmeno un fotografo che ti dica paisà, smile, sorridi.

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