“Ecco, con Vittorio facevamo anche queste cose”

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Franz La Paglia ricorda l’amico e collega giornalista Vittorio Alfieri. “Era sempre allegro, entusiasta, come un bambino cresciuto fisicamente. Credeva in questo mestiere e voleva farlo liberamente”

Vittorio Alfieri

Devo confessarlo: avrei voluto rimuovere l’evento dalla mia mente; pensare che Vittorio Alfieri fosse ancora tra noi, tant’è che non ho cancellato il suo numero di cellulare dai miei contatti. Ma la realtà è che più passa il tempo, più riaffiorano i momenti che abbiamo condiviso e non soltanto professionali.

La prima volta che ci siamo trovati a lavorare in coppia è stato alla fine degli Anni ’60, cioè oltre cinquant’anni fa. Alfonso Di Giovanna, direttore de “L’Amico del Popolo”, ci diede l’incarico di fare un sondaggio per le strade, per vedere cosa pensasse la gente dell’uso, da parte dei sacerdoti, del clergyman (l’abito “civile”: pantaloni, giacca e camicia con colletto “religioso”) al posto del tradizionale abito talare. Io e Vittorio Alfieri ci eravamo conosciuti qualche anno prima al matrimonio di comuni amici e la stessa sera, a casa della famiglia della sposa, era scoccata la classica scintilla che è all’origine dell’amicizia.

La passione per il giornalismo ci aveva portato anche a fare un giornaletto quindicinale nella parrocchia del quartiere San Vito, di cui era parroco padre Parisi, che era anche cappellano del carcere.

Da “L’Amico del Popolo” ci ritrovammo di nuovo insieme a “La Sicilia”, nel mese di novembre del 1968 e insieme scoprimmo anche la passione per la fotografia. Era un periodo in cui i fotografi facevamo prevalentemente i matrimoni, le cerimonie e un po’ di fotogiornalismo, soprattutto allo stadio per le partite dell’Akragas o per qualche manifestazione politica, culturale o di spettacolo. Per la cronaca c’era bisogno di immediatezza e cominciammo a usare la macchina fotografica, facendo testo e immagini. Oltre tutto, dedicandoci entrambi alla pagina sportiva del mercoledì, facevamo anche le fotografie delle formazioni di calcio minore, pallavolo e basket. E poi, proprio nel ’68, cominciavano le manifestazioni di protesta degli studenti.

Nel 1971 le nostre strade professionali si divisero quando lui, per una sua scelta, passò al “Giornale di Sicilia”. Ma l’amicizia rimase e anche se seguivamo percorsi diversi, ci sentivamo frequentemente e altrettanto frequentemente ci incontravamo anche semplicemente per prendere un caffè e fare quattro chiacchiere.

Franz La Paglia

Allora giovanissimi, senza pensieri, ci divertivamo anche a fare goliardate, come quando per la festa della matricola, “sequestrammo” l’attore Warner Bentivegna (ad Agrigento per uno spettacolo teatrale) e col cappello universitario in testa gli facemmo percorrere la via Atenea in piedi su un’auto scoperta.

Voglio raccontare un episodio: al teatro Supercinema (dove adesso c’è una banca in piazza Vittorio Emanuele II) c’era un concerto di Mal, allora famosissimo cantante dei Primitives. Lo raggiungemmo nel camerino e, durante la chiacchierata, espresse il desiderio di bere qualcosa. Ce lo mettemmo in mezzo e, approfittando del buio in sala, uscimmo dal teatro e lo portammo al bar che c’è accanto al cinema Astor (allora Bomboniera), raccomandandogli di parlare soltanto con noi e a bassa voce. Al bar qualcuno lo guardò e ci chiese: “ma è Mal?”. E noi, tranquillamente: “No, è uno del suo staff. Questi si conciano tutti allo stesso modo”. Dopo la consumazione, lo riportammo al Supercinema. Lui si cambiò, indossando gli abiti di scena, salì sul palco e il pubblico andò in delirio.

Ecco, con Vittorio facevamo anche queste cose. Era sempre allegro, entusiasta, come un bambino cresciuto fisicamente. E nel suo lavoro, tirava diritto, dando più valore e sostanza alla notizia, senza atteggiamenti di riverenza e senza timori. Credeva in questo mestiere e voleva farlo liberamente.

L’ultima volta che ci siamo incontrati, è stato per una delle cene organizzate dall’Associazione della Stampa e, come sempre, siedevamo accanto.

Poi la malattia. Ci sentivamo al telefono per gli auguri per le feste, ma più che altro, lo chiamavo per avere notizie della sua salute. L’ultima volta proprio la settimana prima che ci lasciasse. Lo avevo chiamato anche perché era il suo onomastico.

Confesso che preferivo sentirlo al telefono piuttosto che andarlo a trovare, perché non volevo vederlo in quelle condizioni, per avere davanti agli occhi la sua immagine di sempre. Poi, due mesi fa, la notizia ferale, una telefonata di mia sorella, collega insegnante del cognato di Vittorio, che mi gelò il sangue: il mio fratello professionale se n’era andato.

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