“Ecco a voi la mia prima creatura: si chiama Tonino”

da | 16 Apr 20

Edito da Medinova, è in libreria “Tonino”, primo romanzo del regista, sceneggiatore e attore Giovanni Volpe. La recensione di Chiara Mulè

Giovanni Volpe

Tonino non si legge, si vive, con ansia, tremito, aspettazione. E Amarcord, “mi ricordo”, diventa la summa della lettura del romanzo. Non si pensi sia poco, anzi. Tonino è tutti noi, tutti noi siciliani che abbiamo dovuto confrontarci, nostro malgrado, con le infinite dicotomie che scandiscono il nostro io temporale e spaziale. Tonino rappresenta ciò che eravamo, ciò che siamo, ciò che forse saremo, nostro malgrado o nonostante tutto. E il ‘forse’ risiede nella speranza che quanto preconizzato dal romanzo, voglia il Cielo, non accada mai.

L’autore, attraverso scarti temporali, ci proietta in tempi dislocati su livelli passati, presenti, futuri, sempre con sguardo lucido critico, volto a scandagliare l’animo umano individuale incastonato in un’anima sociale o prevaricatrice o sottomessa.

In Tonino non sono ammesse mezze misure e, anzi, gli estremi spesso si incontrano in ossimori altrimenti inconciliabili, perché un animo scisso in dicotomie esistenziali prive di soluzione è costretto ad andare a spasso tra gli opposti per definire una realtà sempre più in contraddizione: così la santa collera e la triste felicità assurgono a simboli di un individuo ormai scisso il cui anelito di vita risiede in un continuo affastellarsi di domande ed argomentazioni senza risposte e senza contraddittorio: attingo con grande tenerezza e nostalgia all’innocenza di allora quando mi nutrivo di pane e utopia.

Si cercano risposte a domande che da sempre, da quando abbiamo consapevolezza della nostra fragilità, ma sarebbe più corretto dire, della nostra sicilianità, del nostro essere dei la cui perfezione è invisa ad un mondo volgare e oltraggioso, affollano la nostra mente: si doveva italianizzare la Sicilia ed è finita che si è sicilianizzata l’Italia. Perché, sapendosi isolani, si aspettano panacee che forse non si ha avuto ancora la ventura di incontrare o forse la sventura di affrontare.

Le parole scivolano leggere, veloci, così come il battito del protagonista che, nel dover confrontarsi con realtà sempre più destabilizzanti, risuona con forza e angoscia. Temi quali l’amore, l’amicizia, l’odio, il dolore, la normalità, la bellezza, la memoria, il passato diventano facce di quell’unica medaglia che è la vita, così fallace così pregiudizievole. Humanitas, Pietas, Paideia rappresentano i cardini sui quali convogliare atto e potenza.

Vivere si rivela attraverso gli incontri, il dialogo, l’apertura mentale e affettiva, la naturale espressione di un animo scevro da pregiudizi; vivere si rivela attraverso l’accettazione della verità e della sua veste più dolorosa, ma catartica. Le relazioni umane, nelle declinazioni solite e insolite, all’interno di compagini di lavoro affiatate e consolidate e famiglie che imparano lentamente a conoscersi e a crescere, rappresentano il collante e a tratti il limite di eventi, di comportamenti che saranno o rimpianto o delusione. E il tempo scorre, velocemente, con frenate improvvise, e riprese fragorose, perché la vita riserva sempre delle sorprese, e l’abisso prefigurato all’inizio della storia diventa a tratti realtà per poi trasformarsi infine in solida base intessuta di certezze e legami più forti, nonostante le cicatrici fisiche e morali più o meno profonde.

Un evento funesto dà il via ad un viaggio interiore, un viaggio che si rivela reale e metaforico, all’interno di dolori inesprimibili, paure alienanti, segreti inconfessabili: il protagonista è costretto, suo malgrado, ad attraversare la sua ed altrui vita per poter comprendere appieno quanto lo ha destabilizzato, modellato e permeato. E il viaggio si fa scoperta, di sé e dell’altro; un altro il cui ricordo sempre vivo suscita destabilizzanti e repentini scatti di emotività che apparentemente sembrano compromettere una vita socialmente perfetta senza sbavature, ma che in realtà rivelano incrinature selvagge.

Il mondo che si srotola fin dalle prime pagine è soffuso da paure ataviche, da visioni oniriche di traumi infantili che risiedono in luoghi inaccessibili della memoria, luoghi deputati all’oblio, pena la sofferenza. E alla fine, alla resa dei conti, il viaggio si rivela fruttuoso, gli incontri degni di portare luce ad un’esistenza fino ad allora buia e misera, un’esistenza dove l’unico barlume di speranza è dato dalla comunione con gli ultimi, con coloro che nella società rappresentano il margine, l’estrema ratio di un mondo pervaso dalla supponenza e dal degrado continuo dell’umanità, dalla disumanizzazione completa dell’individuo in una società dove vige con sempre maggiore forza la legge darwiniana del più forte. Ma infinita si rivela la vita, nonostante la finitezza degli esseri umani, delle loro azioni vili e meschine. Perché l’essere umano sappia riscattarsi nel comporre rapporti di fiducia, di empatia, di solidarietà immotivata ma salvifica. Perché la vita non sia l’esemplificazione metaforica e disperata dei luoghi frequentati.

Per quanto possa suonare superflua o ridondante come valutazione, inoltre, la correttezza formale lessicale sintattica dell’opera è notevole: in tempi dediti allo stravolgimento verbale, alla verbosità inane e volgare, la cura impressa al testo, l’eleganza dell’autore, mai fine a se stessa, riconduce a quel piacere atavico di una lettura pregna di senso, di significato, di sostanza, di sentimento che, lungi dall’essere melensa, ci riporta ad un mondo della memoria dove nostalgia e  rimpianto rappresentano il luogo ideale per ricostruire se stessi, per risanare quelle fragilità che hanno creato nell’anima buchi difficili da colmare da eliminare da cauterizzare perché l’unica cura può derivare da chi ha generato il dolore: metaforicamente una sorta di cane che in apparenza sembra mordersi la coda ininterrottamente, ma che in realtà argina quegli abissi emotivi che, al di là di provocare vertigine, riconduce all’intima essenza del sé.

E, in un tale abisso di vuoto sociale e storico, la cultura improvvisamente si erge a baluardo di un mondo sognato ma spesso negato: sapere, capire, conoscere, ti porta spesso a far i conti con la coscienza e spesso averla, la coscienza, in tempi come questi, è un handicap.

E, infine, paradossalmente il libro ci regala una forza silenziosa, una serenità d’animo, l’agàpe greca, una consapevolezza che ci estranea dalle basse meschinità del mondo e ci erge al di sopra di tutti i turbamenti che rischierebbero di annichilirci. La tempesta fuori: in noi pura atarassia. Il libro ha operato il miracolo: prima ancora di leggere un libro, il libro legge noi. E forse è vero. Accostarsi ad una pagina scritta, accarezzarne le lettere stampate, odorarne le trame segrete ed impercettibili che ne hanno permesso la vicinanza, significa avvicinarsi alla propria intima essenza cercando di scoprirne criticità e potenzialità.

Leggere consente al nostro io di trasfigurarsi, di comprendere mondi altrimenti inconoscibili. Dinamiche fuori dall’ordinario regolano il rapporto libro-lettore: fantasmi ritenuti sopiti emergono da recessi insondabili per trovare finalmente soluzione. Possedere un libro significa possedere la propria interiorità, significa ritornare alle origini di problematiche la cui soluzione potrà risiedere nel possesso di parole che ci trasformeranno indicandoci possibili vie di soluzione al miracolo della vita. Vita straordinaria che si incontrerà magicamente in parole e frasi e si ricomporrà in esse. Tutta la fragilità che si struttura in una totalità congrua e coerente.

E così con l’autore è semplice affermare, c’ero riuscito, ero in piena saudade e stavolta non solo la mia stanza, ma anche Erbesso, il suo Calvario, le sue case, i suoi alberi, i suoi vicoli, il suo lembo di cielo, la Sicilia intera, parlavano di me e della mia assurda felicità di esser triste. Siamo cresciuti bene io e Tonino.  

Sì, viene proprio voglia di dirlo, siete davvero cresciuti bene…

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Giovanni Volpe 

Nato a Grotte (AG) il 6 marzo 1962, Giovanni Volpe, Laurea Magistrale in Lettere, è autore di svariate sceneggiature e di oltre venti spettacoli teatrali; ha all’attivo cinquantasei regie teatrali e dieci regie cinematografiche, tutte indipendenti, delle quali due sono lungometraggi; ha ricoperto, da attore, diversi e svariati ruoli per diverse produzioni. Suoi spettacoli e regie sono stati rappresentati in diversi teatri italiani. 

 

 

 

 

 

 

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