E se Sciascia fosse nato in America?

di | 1 Apr 21

Hamilton in linea. Dal Canada l’omaggio di Joe Baiardo, animatore culturale ad Hamilton, allo scrittore nel centenario della nascita

Joe Baiardo e le statue di Sciascia, a Racalmuto e ad Hamilton

È stato un grande onore essere incluso nel tributo a Leonardo Sciascia In occasione del centesimo anniversario della nascita, specie per una persona che non è di Racalmuto, ma vive nella gemella città di Hamilton. Avere l’ultima parola in un parterre di stimati relatori è stato per me un grandissimo onore!

A causa del tempo limitato a disposizione, non è stato, però, possibile parlare di Sciascia a lungo o in maniera approfondita. Ammetto senza difficoltà di non essere un esperto’ dello scrittore, ma conosco le sue opere ed i suoi libri. Ho letto con piacere “Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”, “Il mare color del vino”, che ho intenzione di rileggere, e più di recente, “La Sicilia come metafora”.

Come Camilleri e Pirandello, lo dico con riconoscenza, Sciascia ha scritto in italiano. Dico con riconoscenza, dal momento che ho tralasciato di dirlo nei miei commenti al suo tributo, perché in questo modo è stato possibile che le opere di Sciascia fossero tradotte in Inglese ed in molte altre lingue. Leonardo Sciascia una volta ha detto che “la cosa migliore sulla traduzione è stata detta da Cervantes : “La traduzione è l’altro lato della tela”.

Ad Hamilton, Ontario Canada, il siciliano-Racalmutese sembra essere “l’altro lato della tela”, specialmente quando viene da Leonardo Sciascia. Naturalmente siamo orgogliosi di avere con noi una statua gemella di Sciascia. Ma se non fosse per la traduzione delle opere di Sciascia in Inglese, francamente non sono sicuro che io o generazioni di siculo-canadesi ed americani saremmo stati in grado di godere delle sue opere. Detto questo, da parte di uno che cerca di preservare la lingua siciliana al di là dell’Atlantico, io lamento anche che, per godere della lettura di Sciascia, il più grande degli scrittori, per ovvie ragioni, abbia dovuto abbandonare la lingua siciliana, riconosciuta per secoli come la lingua dei poeti e delle persone di cultura. Nel 1920, quando nacque Sciascia, sessant’anni dopo il Risorgimento, e successivamente quando iniziò le elementari, la lingua utilizzata principalmente era l’Italiano, con alcune parole in siciliano. Racconta Sciascia che viveva in una ‘società Pirandelliana”, come lui stesso la descrive, in cui l’italiano era la lingua delle persone istruite mentre il siciliano diveniva sempre più la lingua dei contadini e degli “analfabeti”.

16 dicembre 2017: la prima neve, ad Hamilton, sulla statua di Sciascia

Sciascia diceva che tutti i suoi libri ne formano uno solo e che la Sicilia è la fonte di tutti i suoi personaggi e delle sue idee. Per cui, considerava la Sicilia come metafora. Ne “La Sicilia come metafora”, lo scrittore racalmutese parla del momento in cui iniziò la carriera di insegnante, ritenuta il modo più veloce per avere un reddito dopo l’università. Ci racconta quanto desiderasse insegnare le proprie idee, la conoscenza e le lezioni a bambini senza scarpe e che non riuscivano a dormire serenamente a causa dei morsi della fame: una realtà siciliana fatta di povertà. Sciascia comprende e si chiede: “come posso insegnare, o meglio ancora, come possono imparare, se non possono neanche veder soddisfatti i loro bisogni primari?”.

Mentre leggevo ciò, mi resi conto che mio padre, Salvatore era nato nel 1936 e mia madre Rosalia nel 1937 nei dintorni di Aragona. Mi colpì il fatto che Sciascia avrebbe potuto anche insegnare ai miei, tra quei bimbi senza scarpe e tormentati dai morsi della fame di Racalmuto o Caltanissetta. E così iniziamo a parlare dell’altra realtà siciliana: l’emigrazione. Ma dobbiamo anche sottolineare che l’altra realtà dell’Unificazione dell’Italia fu il risultato di politiche del governo che impoverirono il Sud ed accelerarono così l’emigrazione verso “pascoli più verdi”.

La promessa di giorni migliori e più prosperi, più terra, come dice Camilleri, “e quannu ma” (quando mai), non vide mai realizzazione. Sciascia aveva ben compreso ciò ed il vuoto che aveva provocato in Sicilia.

Sciascia parla delle due ondate principali di immigrazione dalla Sicilia all’America: la prima agli inizi del ventesimo secolo e la seconda dopo il Fascismo, la Grande Depressione e gli inizi della guerra alla metà negli anni ‘40. Ho trovato interessante il fatto che anche il padre di Sciascia partì dalla Sicilia nel 1912 e ritornò nel 1919 dopo aver prestato servizio nell’esercito Americano. Egli scrive anche che ,” La gente di Racalmuto ha sempre visto l’America con terrore, come un destino particolarmente amaro e negativo”…Gli emigranti che tornavano, che sembravano americanizzati, erano visti con disprezzo”…”venivano riconosciuti anche per il fatto che utilizzavano il loro dialetto “datato”, chiamavano la giacca “bunaca” e la forchetta “burcetta” e questo provocava risate tra i racalmutesi”.

A questo punto posso tracciare un altro incredibile parallelo con Sciascia. Il nonno di mio padre, anche lui Salvatore, partì dalla Sicilia e giunse in America nel 1910, ma come il padre di Sciascia, fece ritorno in Sicilia. Anche lui avrà sperimentato lo stesso disprezzo da parte dei “locali”.

“La Sicilia come metafora” è una raccolta di conversazioni che Sciascia fece con Marcelle Padovani negli anni ‘70 in cui egli annota anche che “il sentimento verso l’America è cambiato nell’ultima guerra …abbiamo ricevuto pacchi di vestiti usati.” Ricordo che mia madre diceva che ricevevano di questi pacchi con dentro anche delle scarpe nuove dall’America da un certo signor Bonomo.

Sciascia notava anche che, ”oggi l’emigrazione continua verso il Canada- ci sono 5 mila Racalmutesi ad Hamilton -…” E così io pensavo, che grande coincidenza che il mio bisnonno ed il padre di Sciascia fossero emigrati entrambi in America, uno nel 1912 e l’altro nel 1910, e poi entrambi avessero fatto ritorno in Sicilia!

Leonardo Sciascia. Foto di Angelo Pitrone

Chissà se Sciascia sarebbe stata la stessa persona a cui tributiamo onore e di cui parliamo oggi se fosse nato in America. Sono convinto che lo scrittore e la sua Sicilia non sarebbero stati gli stessi, visti da un’altra prospettiva o “dall’altro lato della Tela”. Saremmo qui a parlare della “CasaSciascia” a Racalmuto? Anch’io oggi apparterrei alla seconda o terza generazione americana, se il mio bisnonno fosse rimasto in America. Sono quasi certo che non avrei la passione che oggi ho per la Sicilia. I nostri genitori, però, sono quelli di cui parla Sciascia, quelli che emigrarono in cerca di un futuro migliore.

Ho scritto in un precedente articolo del “dono più grande” lasciatoci dai nostri genitori, il dono della “lingua siciliana”. E’ anche un caso che noi adesso “gli istruiti”, manteniamo quel dono, l’onore e la responsabilità in una società multiculturale, quale quella canadese che sostiene l’idea della “tela” piuttosto che il crogiolo di razze (melting -pot) dell’America. Così mi sono reso conto che i siciliani in tutto il mondo sono come un’isola, ancorati tra loro dalla sua stessa posizione geografica. Man mano che ci dedichiamo alla lettura di Sciascia scopriamo molto di più sul grande scrittore, sulla Sicilia e su noi stessi e la buona “Sicilianizzazione” nel mondo. Spesso mi chiedo il perchè delle sue idee politiche… ma questo sarà argomento di un altro articolo.

Nel “Giorno della civetta”, il Capitano Bellodi lascia la Sicilia da ennesimo ufficiale frustrato e ritorna alla città natia, Parma. E’proprio lì, dopo la passeggiata notturna, mentre considera il periodo trascorso in Sicilia, che si rende conto che gli manca la terra e “con grande lucidità, che amava la Sicilia e vi stava tornando”. Bellodi, a mio parere, nello stile unico di Sciascia, rappresenta chiunque sia stato per un periodo in Sicilia o che abbia vissuto in Sicilia e sia emigrato, come i nostri genitori, suo padre e mio nonno, e, come Bellodi anche noi desideriamo davvero tornare in Sicilia, a Racalmuto ed alla Casa di Sciascia!

Evviva la Sicilia e l’Italia, evviva Racalmuto, evviva le opere di Sciascia! Ci videmu prestu! (ci vediamo presto).

(Traduzione: Adele Maria Troisi)

Joe Baiardo

A Tribute to Sciascia from the other side of the tapestry   February, 2021   Joe Baiardo

It was a great honour to have been included in the Tribute to Leonardo Sciascia on the 100th Anniversary  of his birth particularly from one who is not from Racalmuto but living in its twin City of Hamilton.  To have the final word in the series of esteemed speakers, was to me, an extreme honour!

Given the limited time, though, one could not speak of Sciascia in any great length or any great depth.  So I use this opportunity to expand on such.  I can readily admit that I am not an ‘expert’ on Sciascia but am aware of his works and books.  I have read and enjoyed ,  The Day of the Owl”, “To Each his Own”, The Wine Dark Sea” ( which I want to go back to re-read) and most recently,  “Sicily as a Metaphor”. 

Like Camilleri and Sciascia’s hero, Pirandello, thankfully, Sciascia wrote in the Italian language.  I say thankfully, as I eluded in my comments on his tribute, because as a result, Sciascia’s works were able to have been translated into English and many other languages .   Leonardo Sciascia once said that,

“ The best thing on translation was said by Cervantes:  Translation is the other side of a tapestry”

In Hamilton, Ontario Canada, Sicilians/Racalmutese seem to be the ‘other side’ of the tapestry especially when it comes to Leonardo Sciascia. Naturally we are proud to have Sciascia’s twin statue with us. But Were it not for the translation of Leonardo Sciascia’s books into English, I am not sure quite frankly, if I and generations of Sicilian Canadians and Americans would have been able to enjoy his works.

Having said that,as one who is trying to preserve the Sicilian language on the other side of the Atlantic, I also lament the fact that, in order to enjoy Sciascia, the greatest of Sicilian writers , for obvious reasons, had to abandon, their Sicilian language , the language that for centuries was seen as the language of the Poets and the educated.   By the time Sciascia was born in 1920, some 60 years after “Il Risorgimento” and by the time he was going to school, he was taught primarily in the Italian language with some remnants of Sicilian.  He was also living in a , as he put it, Pirandellian society, where now Italian was that of the educated and well read while Sicilian increasingly  became the language of the peasants and ‘uneducated’.

Sciascia said that all his books form one and that Sicily is the source of all his characters and ideas.  He therefore saw Sicily as a metaphor.  In “Sicily as a Metaphor” , Sciascia speaks of the time he became a teacher figuring the quickest way to earn some money after University, was to teach. How eager he was to impart his ideas, knowledge and lessons on the children, only to realize the reality at the time…He was teaching children who were shoeless and who have not had a good night’s sleep because they were kept awake by the rumblings of their stomachs:  Sicilian Reality: Poverty made Sciascia understand and ask, “How can I teach, or better yet, how can they learn, if their basic needs are not met?

As I read this I realized that my Father, Salvatore was born in 1936, and my Mother Rosalia in 1937 in neighbouring Aragona.  It struck me that Sciascia would have been teaching my parents, if you will, those children with no shoes and rumbling stomachs, only in Racalmuto or Caltanisetta.  Thus comes the other Sicilian reality which was emigration.   But underlying that, the other reality that the Unification of Italy resulted in Government policies which, for all intents and purposes, impoverished the South and thus accelerated immigration to “greener pastures”. Their promised better more prosperous days and more land, as Camilleri says, “e quannu ma”, never materialized.  Sciascia understood this and the void it caused in Sicily.

Sciascia speaks of the two major waves of immigration to America from Sicily; the first at the turn of the 20th century and the other after Fascism, the Great Depression and the War starting in the mid 40s.  I found it fascinating that Sciascia’s  father himself left Sicily in 1912 and returned in 1919 after having served in the ranks of the American army.   He also notes that, “The people of Racalmuto have always viewed America with terror, as a particularly bitter and negative fate”…”The returning emigrants, who seemed Americanized, were seen with contempt”…they “could also be distinguished by their dated dialect; they called a jacket a buinaca instead of giacca, or a fork a burcetta instead of forchetta, and this evoked laughter in Racalmuto.”

Now here is where I draw another incredible parallel to Sciascia.  My Father’s grandfather, also Salvatore, left Sicily and arrived in America in 1910  but like Sciascia’s father, returned to Sicily.  He too must have experienced that same disdain from the ‘locals’.   “Sicily as a Metaphor” is a collection of conversations Sciascia had with Marcelle Padovani in the 1970s where he also notes that “the feeling toward America changed with the last war…we received packages of used clothing”.  I recall my Mother telling me that they received these packages from America too, from a man by the name Buonomo nevertheless, which included new shoes.

Sciascia also noted, “today the emigration continues: to Canada- there are 5 thousand Racalmutesi in Hamilton-…”And thus I thought, What a great sense of fate and fortune that both Sciascia’s father and my great-grandfather, in 1912 and 1910 respectively, both immigrated to America but then saw to it to return back to Sicily!  Would Sciascia be the person we speak of and honour today were he born in America?  I’m convinced Sciascia would not be as his Sicily would have been from a different perspective or ’the other side of the tapestry’. Would we even be speaking of a Casa Scascia in Racalmuto? So too, I would be second or third generation American today, had my great-grandfather stayed in America.   I’m almost certain, I probably wouldn’t have the passion I have for Sicily today if that were the case.  Our parents, though, were those who Sciascia speaks of who emigrated and were “gone for good”.

I wrote in a previous article of the greatest gift left to us by our parents, the gift of the “Sicilian language”.  It is also fortuitous that we, now the “educated”, hold this gift, honour and responsibility, in a multi-cultural country (Canada) that promotes the “tapestry” rather than the melting-pot of America.   Thus I realized that Sicilians throughout the world are like an island unto themselves anchored by its geographical location.

As we read Sciascia we find out more about the great writer , about Sicily and of ourselves and the good “Sicilianization” of the world. On his politics, I’m often asking myself Why? But that’s another topic for another article. In the Day of the Owl, Captain Bellodi leaves Sicily as another frustrated Officer and returns to his own town in Parma, Italy.  It is there after a walk at night, contemplating his time in Sicily, he realized that he misses the land and “ with utter lucidity, that he loved Sicily and was going back”.   Bellodi, in my opinion, in Sciascia’s unique way, represents everyone who has stayed in  Sicily  for some time or who has lived in Sicily and has emigrated, like our parents, his father and my great grandfather,   And like Bellodi, we too long to return to Sicily, to Racalmuto  and to Casa Sciascia!

Viva a  Sicilia/Italia, Viva Racalmuto e Viva the works of Leonardo Sciascia! Ci videmu prestu!

 

 

 

 


2 Commenti

  1. Avatar

    Caro Joe,
    ho letto con commozione e partecipazione il Suo articolo.
    Sono un’appassionata della problematica dell’emigrazione e una sostenitrice convinta dei valori storici e di significato della lingua siciliana che io coltivo attraverso studi filologici.
    Diceva Federico II “Non invidio a Dio il Paradiso perché sono ben soddisfatto di vivere Sicilia” .
    Amare una Terra da cui si è lontani e da cui sei stato strappato…
    Se Sciascia fosse nato in America? Figlio di emigrati, naturalmente?
    Forse non sarebbe stata la stessa cosa o forse no; forse il grande Leonardo ci avrebbe dato una visione ancora più struggente di questa Terra, come Carlo Mignano (“A sicilian Story”), come i tanti nostri emigrati, molti provenienti dalla Sicilia centro- orientale, segnatamente da Racalmuto, che ci hanno dato un quadro pregnante della diaspora siciliana, come i tanti scrittori e uomini di cultura operanti negli USA che raccontano il viaggio interiore dell’essere migranti.
    Essere grandi significa esserlo a di là di ogni confine, oggi soprattutto che il mondo non ha – o non dovrebbe avere – muri!
    La veicolazione delle lingue e delle culture rientra senz’altro negli obiettivi di politica di promozione della lingua e della cultura italiana di cui Lei è degno portavoce realizzando un ponte di dialogo tra Racalmuto ed Hamilton.
    Vede, Joe, tutti alla fine, siamo migranti. Io, per esempio, sono addirittura una migrante dell’anima.
    Bravo, Joe, ad maiora semper

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      Teresa, Grazie per prendere I’ll tempo a scivirmi. Chi sa se Sciascia era Americano se adiventava come Scorsese….ma e davero siamo tutti Siciliani e dobbiamo continuare il Buono Sicilianisimo del mondo.
      Thank You kindly.
      Joe Baiardo

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