E Antonio capì che poteva anche volare

|




Il racconto della domenica

Venerando Bellomo

Ottobre era venuto così, nel suo silenzioso incedere, propaggine senza speranza di un’estate volgente. Poi, d’un tratto, aveva mostrato la sua natura, il suo essere, ricolmando di nebbia la conca giù in basso, alle radici dei crinali, dove il borgo si stendeva pigro. Anche il sapore dell’aria ora era diverso, più cristallino, sferzante.

Antonio, quella mattina, era arrivato in studio prima di ogni chiarore; non che avesse così tanto da fare, ma così si era risoluto dopo un’altra notte insonne, che lo aveva visto pellegrino nella sua imponente casa. Da qualche tempo, aveva volutamente ridotto il suo impegno professionale, senza volere con ciò anticipare la sua pensione, non ne aveva l’età. Ma aveva cominciato ad affascinarlo sempre meno, fino a vederla con distacco, senza partecipazione. Aveva deciso di lasciare a sé poche cose, le più cerebrali, donando ai suoi collaboratori le altre, tante, che rimanevano, dove non necessitava il suo intervento creatore, gravide com’erano per una sorta di meccanismo autoregolatore.

Appena si avvicinò alla porta d’ingresso, senti il guaito di Mozart che l’attendeva, come ogni giorno, ormai da dieci anni. Appena entrato, il labrador si alzò, protendendo le zampe anteriori verso di lui, quasi in un canino abbraccio. Accese la luce dell’ingresso e si avviò verso la sua stanza, soffermandosi sulla porta e fissando quel confine di librerie e di lambrì: utero dal quale non riusciva a staccarsi. Avviandosi verso l’imponente scrivania, si arrestò, riprendendo piano il suo passo fino a raggiungerla. La sfiorò con le dita, quasi per scoprirne qualche granello di polvere e, per inerzia, cominciò a girare intorno al mobile, assorto nei suoi approssimativi pensieri. In quella sorta di movimento di rivoluzione, gli altri arredi gli si mostravano lontani, difficili da focalizzare, comunque di nessun interesse in quel momento. Si fermò ancora, battè le palpebre, accorgendosi ora di essere davanti alla libreria. Guardò le scansie e cercò con gli occhi. Individuò immediatamente L’Orlando furioso, rilegato in fine marocchino rosso: lo prese. Lo aprì a caso, per richiuderlo con un tonfo che percepì come un’eco lontana. Lo ripose e finalmente si fece inghiottire dalla sua comoda poltrona, che lo avvolse in un tosone cinabro. Meccanicamente, roteò il suo sguardo dalla libreria verso la finestra, dove, dallo spazio tra le due metà della tende, poteva vedere solo il cielo, dai cui colori riconosceva le ore come anche le stagioni.

Era ancora presto, Inge sarebbe arrivata solo molto più tardi. Alta, snella, dai movimenti armonici. Ricordava Eva Kant, forse per la sua metà olandese, forse perché quando era arrivata la prima volta in studio, appena finita la scuola, avvolta nel suo tailleur pied de poule, quella era stata la prima impressione. Aveva iniziato come sua assistente, fino a diventare il suo doppio, l’interfaccia tra lui e i suoi clienti. Accese lo stereo e subito quella stanza, una gigantesca cassa armonica, dove ogni nota risuonava nella sua perfezione, fu pervasa dalla musica di Miles Davis.

Cominciava a far chiaro e si sentivano già i primi rumori salire dalla strada. Mozart si avvicinò e lo fissò accosciandosi: sapeva che da lì a poco sarebbero usciti. Entrò nell’attiguo stanzino e si preparò il caffè. Certo non era come quello di Inge, ma andava bene lo stesso. Sentiva il silenzio suo e di quella stanza e pensò rapido a quando i suoi figli, bambini, lo venivano a trovare. Li vide rincorrersi, avvolti da urla di apaches, mentre Inge, al loro seguito, cercava di rimettere ordine.

Ora c’era silenzio, loro non c’erano più. Erano andati via, lontano, così come lui aveva desiderato, spingendoli, con sottilissimi meccanismi ingenerativi, a lasciare la provincia, spronandoli ad intraprendere un’altra professione, lontano da quel luogo arrugginito.

I primi tempi erano stati intensi per lui, continui spostamenti per poterli seguire, fino a quando, piano piano, loro erano diventati sempre più autonomi e lui sempre più stanco. Ora tornavano a trovarlo raramente, ma per lui andava bene così: tanto c’era il telefono. Non aveva però immaginato il vuoto che gli sarebbe rimasto, inghiottendolo. Anche la sua labirintica casa era vuota e marcava ancor più la sua solitudine. Con sua moglie sapevano di condividerla, anche se difficilmente si incrociavano, rapiti com’erano dalle loro carriere, che giorno dopo giorno rimanevano uniti soltanto con i post-it attaccati allo sportello del frigo e gli sms. Il dipartimento aveva avuto la forza di strappargliela, lasciandolo nella sola protezione del suo studio.

Capì dal mutamento del chiarore e dai rumori della strada che era venuta l’ora di andare, scivolò nell’ingresso e, seguito da Mozart, aprì il portone. Giù lo risvegliarono l’aria fresca e l’alzarsi delle saracinesche. Raggiunse il chiosco lì vicino, dove l’anziana edicolante gli porse, con un sorriso, il suo giornale. Con Mozart, che ora lo precedeva e repentinamente si arrestava, ritrovando chissà quali odori censiti dalla sua nasale banca dati, s’incamminò. Fece il giro dell’isolato guardando distrattamente ciò che incontrava: un’immutabile scenografia. Si fermò d’istinto davanti al suo portone, entrò e cominciò a salire le scale. Giunse sul pianerottolo, aprì la porta, fece entrare Mozart, posò il giornale e uscì, lasciandosi il guaito alle spalle. Si fermò appena un attimo e continuò a salire. Giunse al terrazzo e guardò il cielo. Si avvicinò al parapetto, l’aria fresca lo faceva vibrare, accarezzandogli il volto. Guardò l’orizzonte, sopra le nuvole. Non ci credeva: vide il colore dello zaffiro d’oriente, apri le braccia e capì che poteva volare.

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *