“Direzione Taormina”

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“Mini cuntu”. Storie di altri tempi

Olinda Lo Presti – Direzione Taormina (Olio su tela, 2016)

Quando inizio a scrivere una storia non so mai come ne svilupperò la trama: anche se la storia è vera. In genere comincio il racconto partendo da un frammento di memoria ritenuto da me completo alla visione globale dei fatti, subito stimolati da incessanti particolari, apparentemente insignificanti, che si sovrappongono a quella visione, velandola o, peggio, distorcendola. A quel punto, preoccupato di perdere la visione iniziale, mi sforzo di scandagliare al meglio i ricordi, riandando mentalmente alla mia moviola/fisso immagine, nel tentativo di comporre la sequenza delle scene, come fossi un provetto operatore di montaggio cinematografico.

Almeno così mi sembra. Nonostante dopo qualche minuto vedo riemergere altri dettagli forieri di ulteriori incertezze. D’altronde non potrebbe essere diversamente se si considerano le infinite interazioni che compie il nostro cervello nel mettere in relazione la memoria di un evento, ivi compresi le immagini, i suoni, gli odori, i sapori e le sensazioni tattili. E tutto questo immersi, peraltro, nel contesto del presente, al quale compariamo ricordi specifici o insiemi di vari ricordi.

Ovviamente non è così per tutti. L’universo dei ricordi individuali, percepiti nel vissuto quotidiano con i suoi desideri, aspirazioni e sogni intrecciano percorsi infiniti, unici per ogni essere umano. E basta cambiare punto di osservazione per avere, nella frazione di un attimo, il rimescolamento frenetico del tutto e il suo consequenziale riassetto con la certezza reale (o effimera) di aver trovato ciò che cercavi: eureka! Forse per tale ragione Picasso sosteneva “Io non cerco, trovo”. Per tutto ciò e per altre ragioni che adesso non voglio descrivere, la storia che sto per raccontare potrebbe essere vera o, come si suol dire, liberamente ispirata a persone e fatti reali.

Bartolo era conosciuto da tutti nel suo paese e non solo. Infatti a Taormina non c’era operatore turistico, albergatore, ristoratore che non lo conoscesse. Non perché fosse ricco o famoso e neanche per il suo potere o la sua cultura, ma semplicemente perché, pur essendo nato e vissuto da sempre in un piccolo paese interno della Sicilia, amava straordinariamente Taormina. E di questo suo amore faceva partecipe tutti. Lo spiegava ai controllori di treni e autobus quando gli chiedevano il biglietto che, regolarmente, non aveva. Lo chiariva ai proprietari di ristoranti al momento di pagare il conto che non saldava. Ne parlava con gli albergatori degli hotel dove sostava a dormire, mai più di una notte.

E sì! Perché i suoi viaggi per “Direzione Taormina” duravano al massimo due giorni, andata e ritorno compresi. Come comprese erano le ore dedicate ai lavoretti che faceva per riscattarsi dai mancati pagamenti per vitto e alloggio.

“Vartulu ma picchì vai sempri a Taormina?” gli veniva domandato da qualche curioso compaesano. “Taormina è u centro da Sicilia. A Taormina cuminciò il tutto e là attrovi a giusta risposta sui misteri da terra, du cielu e du mari, e puru chiddri supra u vulcanu Etna e su tanta storia di umane persone” rispondeva Bartolo, manifestando con gli occhi la disponibilità ad approfondire le sue affermazioni.

Vartulu, tu un dici a verità. Pari ca a Taormina ti facisti zitu” punzecchiava, altre volte, qualche raro compaesano desideroso di sfotterlo.

Ma serafico Bartolo rispondeva “Cui sentimenti si parla a sulu” e troncando subito la discussione riprendeva la sua strada, forse pensando a quella fidanzata, che si diceva volesse sposare, o forse, non essendoci alcuna fidanzata, pensando a Taormina quale mitico luogo dove incontrare una compagna che colmasse i vuoti della sua vita solitaria.

C’è un ritratto di Olinda lo Presti “Direzione Taormina” in cui Bartolo è dipinto nei sui tratti essenziali all’interno di una metafisica stazione ferroviaria, dove al centro di una passerella pedonale ti guarda, raccolto nella sua striminzita figura, avvolta nel lungo gilet senza maniche, con il cappellino all’inglese e un sorriso bonariamente vivace addolcito dagli occhietti celesti.

E Bartolo ti accoglieva davvero con quel sorriso quando per caso lo incontravi, sempre primo nel salutarti e mai invadente.

Nel suo paese, quando mi capitava di vederlo in giro, generalmente se ne stava in disparte, anche se amava molto frequentare gli altri. Aveva però sempre qualcosa da fare, qualche commissione da sbrigare o piccola faccenda da risolvere.

Per tali motivi non stava mai fermo e non amava bighellonare. E a memoria d’uomo si era sempre dato da fare per sopravvivere tramite piccoli lavoretti eseguiti nelle case o nei possedimenti terrieri delle famiglie benestanti del paese.

Ma oltre a tale qualità, era educato, discreto e si faceva i fatti suoi.

Per tali doti era benvoluto da tutti.

La prima volta che mi venne presentato si limitò a dirmi “Piacere” stringendomi saldamente la mano, mentre il conoscente comune che ci aveva presentato ne sottolineava la disponibilità e le qualità di bravo tuttofare.

Le rare volte che capitava di incontrarci mi salutava con un cenno cordiale del capo continuando flemmaticamente a camminare per la sua strada, con la sigaretta ciondolante fra le labbra, apparentemente assorto nei suoi pensieri che, a detta di chi ben lo conosceva, erano sempre rivolti al prossimo viaggio per “Direzione Taormina”.

Una brumosa mattina di novembre, dirigendomi al bar della piazza principale per una veloce colazione, mi capitò di incontrarlo con una scopa fra le mani, intento a osservare la piazza.

“Buongiorno Bartolo” dissi, invitandolo a prendere un caffè.

“Grazie. L’accetto volentieri” mi rispose prontamente e mi seguì.

Usciti dal bar gli chiesi cosa facesse con quella scopa e lui sornionamente mi rispose che s’accingeva a scopare la piazza.

“Bene!” gli dissi “Adesso lavora per il comune?”

“Ma quannu mai” rispose tranquillamente.

“E allora per quale motivo sta scopando la piazza?”domandai.

Guardandomi basito negli occhi, come a volermi dire che la mia era una strana domanda, mi rispose “A simana passata u Statu mi detti a pinsioni di vicchiaia. Nun è granché! Ma iu nun sugnu abituatu a riciviri senza dari. Perciò a lu Statu, pi tri uri o jorno, ci scupu i parti du paisi ca necessitano di pulizia”.

 

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One Response to “Direzione Taormina”

  1. Avatar

    Francesco Rispondi

    18/11/2020 a 15:05

    Caro Olindo, mi fa sempre piacere leggere le storie che scrivi. Poi questa ce l’ho nel cuore perché parla di una persona che ho nel cuore. Complimenti

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