Di lui si potrebbe scrivere davvero tanto, anche un libro

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L’intervista. Un vortice di ricordi, emozioni, risate, parole e riflessioni. Lui è Raimondo Moncada. “Puoi vivere scrivendo, puoi scrivere vivendo. Fino a quando il destino me lo permetterà continuerò a scrivere. Lui lo sa. Non c’è bisogno di avvertirlo. Il destino è troppo sperto”.

Di lui si potrebbe scrivere davvero tanto, anche un libro, ma abbiamo preferito che a raccontarsi fosse direttamente lo stesso protagonista di questa nostra intervista: l’eclettico e poliedrico Raimondo Moncada, in un vortice di ricordi, emozioni, risate, parole e riflessioni.

Ciao Raimondo, principiare dai tuoi inizi mi sembra il minimo. Nasci giornalista (a Teleacras), ma poi intraprendi in contemporanea altre strade, come l’impegno nell’arte del nostro folklore. Raccontacene…

Se vogliamo principiare, nasco in Via Verdi, traversa della più popolare Via Manzoni, nell’appartamento che c’è sopra il panificio. L’odore di pane fresco avrà ispirato i miei genitori per concepire il loro secondo figlio, il primo maschio. Questo è il principio. Gli inizi sono importanti, perché ti profumano. Come è importante l’immediato trasferimento in Vicolo Seminario, sotto la Cattedrale, l’asilo nell’istituto Schifani (ora crollato, nel cuore del centro storico) gestito dalle suore di San Vincenzo, lo spostamento al Villaggio Mosè, il vivere in periferia la propria infanzia e l’adolescenza. La frequentazione del Liceo Scientifico “Leonardo” (a indirizzo sperimentale artistico), con l’insegnamento nei primi due anni del maestro Andrea Carisi – amico di mio padre Gildo Moncada – grafico e pittore. Sono gli inizi, sono influenze, è l’humus in cui sono cresciuto, col desiderio di seguire le orme paterne. Poi l’università, facoltà di Architettura, lasciata al principio e, in dissolvenza, l’inizio di una nuova strada, mai vista prima nella mia immaginazione: la televisione, il giornalismo, la scrittura, il teatro. Inizio nel 1990 come speaker e lettore di Tg a Primarete (per caso mi porta a fare il provino l’amico Massimo Palamenghi). Dopo un anno e mezzo trasloco a Teleacras. Si apre un capitolo imprevisto della mia vita. Ne approfitto. Comincio a studiare dizione per i fatti miei. Frequento due laboratori di teatro allora affidati alla direzione artistica di Andrea Camilleri (tra gli insegnanti c’era anche un giovanissimo Gaetano Aronica). Conosco in quell’occasione Lucia, che poi sposerò, come “sposerò” la compagnia teatrale dei suoi genitori, Enzo Alessi e Tonina Rampello, con cui reciterò per tantissimi anni. Un matrimonio d’amore e di arte che sarà fondamentale: nuovi stimoli, altre strade, nuove conoscenze. Lascio l’università tradizionale e mi avvio su un sentiero che mi porterà a fare esperienze con tre gruppi folk (La Vallata, Gergent e Città di Raffadali), a essere cantante e autore di un gruppo di musica etnica (Accademia Tp), a scrivere cose mie in italiano e siciliano, a fare tournée in Italia e all’estero con i gruppi folk, la compagnia dei miei suoceri e con altri artisti come Franco Catalano.  Periodo indimenticabile.

E poi, dalla parola parlata passi anche a quella scritta, alcuni titoli per dare l’idea: Ti tocca anche se ti tocchi, Dal Partenone di Atene al Putthanone di Akràgas, Mafia ridens, Chi nicchi e nacchi. Pungente Ironia, ma poi alla fine il retrogusto è anche amaro…

Principiamo anche qui. Tutto inizia da un’opera che non hai citato. E che non è così facilmente citabile: Odissea, Ulissi, i froci e ‘na troia. Un’opera di teatro cabaret scritta nel 2004 è rappresentata l’anno successivo. Sul palco del teatro della “Posta Vecchia” ho pianto quando il cast è uscito dalle quinte a ricevere l’applauso. È stato il mio battesimo, la dimostrazione a me stesso che potevo fare qualcosa, che ero in grado di fare qualcosa, che potevo usare il potere della creatività per plasmare dal nulla qualcosa di mio. Una botta di grande autostima. In quel periodo ne avevo un gran bisogno. Sull’onda dell’entusiasmo sono venute fuori altre opere teatrali, canzoni, poesie, i testi che hai citato e altre opere ancora inedite che sono a lievitare nel cassetto. Ho sempre avuto un debole per l’ironia, l’umorismo, la satira. Forse per il mio carattere riservato, timido. Non si direbbe. Ma la timidezza è stata un muro che ho aggirato anche con la battuta di spirito, fin dalle scuole medie.

E poi il tuo ultimo lavoro Il partigiano bambino. Conosco il travaglio che lo ha visto nascere e crescere, e ti chiedo solo cosa questo libro ti ha dato.

Innanzitutto penso di avere dato qualcosa alla memoria di mio padre. Raccontare la sua storia, quello che ha fatto, è stato un atto di riconoscenza, un risarcimento postumo nei confronti di un ragazzino che fuori dalla sua Sicilia, nell’imperversare della seconda guerra mondiale, ha deciso di dare il proprio contributo alla Resistenza, al movimento di Liberazione dell’Italia e dell’Europa dal nazifascismo. Scrivere questo libro, tra le lacrime, mi ha aiutato a capire, a prendere coscienza delle mie radici, a liberarmi. È una storia che per gran parte non conoscevo. Dentro c’è il trauma di un’intera famiglia, quella di mio nonno Raimondo che, sessantenne, prima dello sbarco degli angloamericani in Sicilia e dello scoppiare del conflitto nell’isola, decide di vendere tutti i suoi beni e di andare in Umbria, in un luogo che gli assicurano tranquillo e sicuro. Così non sarà. La guerra rovinerà una famiglia, segnandola per sempre. Mio padre rientrerà a casa mutilato, col corpo martoriato da una bomba a Sansepolcro, vicino Arezzo. A distanza di quindici anni dalla sua morte, ho cominciato a dare voce al turbamento interiore. Il libro è stato pubblicato nel marzo del 2017 da Ad Est Edizioni e da quel mese è stato presentato in diverse città (anche estere) e alla Camera dei Deputati. Sempre tra pianti incontenibili che collego a un dolore familiare che non si è placato. Ora è pronta la seconda edizione con l’inserimento di nuovi tasselli.

Sei anche interprete delle tue e delle parole di altri, in un misto di istrionismo e passione da palco.

Mi piace dare voce a quello che scrivo e a quello che ci hanno lasciato in eredità grandi autori. Pensa, è un’inclinazione che mi porto dalle scuole medie. Nella pagella finale, gli insegnanti hanno scritto di un adolescente che aveva delle innate doti recitative e mi consigliavano di coltivarle, di svilupparle.  Al liceo “Leonardo” ho continuato. La mia prof. di italiano, Teresa Panzarella, fondò una compagnia scolastica di cui ho fatto parte. Ricordo ancora il gemellaggio con una compagnia di Somma Vesuviana, la collaborazione con il Piccolo Teatro Pirandelliano (con Pippo Montalbano e Lia Rocco tra gli insegnanti esterni) e lo spettacolo sul palco del Supercinema ora occupato da uffici di una banca. Poi l’ingresso nel Gruppo Teatro l’Officina di Raffadali e nell’Accademia Teatrale di Sicilia e la viva e quotidiana scuola di Enzo Alessi e Tonina Rampello. Scuola d’arte, d’umanità, di vita. Negli anni, quell’inclinazione è continuata per insopprimibile passione, collaborando con artisti e realtà artistiche locali. In queste settimane ho intrapreso un lavoro a quattro mani (le utilizziamo tutte) con l’amico scrittore Fabio Fabiano, rispondendo a una proposta di collaborazione creativa espressa tantissimo tempo fa (avevo ancora il pannolino) a Rta, Radio Trasmissioni Agrigento. Con Fabio abbiamo fatto nascere un nuovo personaggio e abbiamo già scritto diverse storie poliziesche molto sui generis. Il nostro obiettivo principale è farne un audiolibro. Ma potrebbe benissimo diventare la sceneggiatura di un film con i diritti venduti a Hollywood (fammi sognare, è gratis).

Inoltre, hai da poco creato un gruppo su Facebook dall’inequivocabile titolo: Solo cose belle. Praticamente, uno stile di vita…

Il gruppo nasce da una necessità, quella di creare una comunità di persone sensibili, persone positive, persone creative, persone belle. Credo nelle influenze. È un esperimento di condivisione. Vediamo cosa nasce, se nasce qualcosa. Tutto è lasciato alla spontaneità, liberi dalla dittatura dell’algoritmo. Ma basta sapere che ci siamo, che esistiamo, che esiste anche il bello oltre al tanto brutto che passa con facilità sui social. Condizioniamoci a vicenda, con cose belle. Sforziamoci, almeno, a contrastare una tendenza umana a porre attenzione alle cose negative per difenderci.

Il futuro sa già che continuerai a scrivere, interpretare, cantare e leggere. Lo hai avvisato?

Il destino è una fortissima tendenza genetica che possiamo modificare. È la nostra sfida. Finora ho scritto per necessità, per diletto e per eccitazione. Fino a quando stimolerò l’area del piacere e della necessità continuerò a scrivere storie, a dare forma all’informe, a cercare sponde. Scrivere è vivere. Puoi vivere scrivendo, puoi scrivere vivendo. Fino a quando il destino me lo permetterà continuerò a scrivere. Lui lo sa. Non c’è bisogno di avvertirlo. Il destino è troppo sperto.

 

 

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One Response to Di lui si potrebbe scrivere davvero tanto, anche un libro

  1. Lorenzo Giusto Rispondi

    15/01/2019 a 4:53

    …”il destino é troppo sperto” ma tu nun babbii!

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