Dal cappello di Pirandello al cappello di Enzo Sardo

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Passando per Sciascia

Luigi Pirandello l’ho conosciuto di persona. Nel 1935, io avevo 10 anni. Immaginate un pomeriggio nel profondo sud, di giugno, con un gran bel caldo. Mia nonna paterna, che viveva con noi, era andata a letto a farsi la pennichella, e così anche i miei genitori. Erano le tre e mezza del pomeriggio, bussano alla porta, vado ad aprire e mi terrorizzo. Mi trovo davanti un Ammiraglio in grande uniforme. Ne avevo visti Ammiragli, la feluca, la mantellina, lo spadino e soprattutto una grande quantità di ori su per le maniche. Mi guarda e mi dice: «Tu cu sì?» (tu chi sei?) «Iò sugnu Nené Cammilleri». «To’ nonna Carolina unn’è?» «Dorme». «Chiamala. Digli che c’è Luigino Pirandello». Io vado da mia nonna che dormiva, e dico: «Nonna, di là c’è un Ammiraglio che dice che si chiama Luigi Pirandello». «Oh Madre Santa», esclama mia nonna, quasi precipitando dal letto. E rivestendosi. Allora, vado nella stanza dei miei genitori: «Di là c’è un Ammiraglio che si chiama Luigi Pirandello ». E anche loro. «Oh Madre Santa». Un altro macello. Si spaventarono talmente che io mi terrorizzai. Mi nascosi dietro una porta a guardare che cosa succedeva e vidi l’Ammiraglio che stava abbracciato con mia nonna, lei piangeva e lui ripeteva: «Oh Carolina, la nostra giovinezza». Questo è stato il mio incontro con Luigi Pirandello, che era venuto per inaugurare le scuole comunali di Porto Empedocle ed era in divisa d’Accademico d’Italia”.

Così racconta Andrea Camilleri il suo incontro con Pirandello avvenuto, come lui stesso scriverebbe, “di pirsona pirsonalmente”.

Su questa narrazione non sono tardate le mezze voci del malcontento, specialmente da parte degli epigoni di quella ortodossia pirandelliana, che certo non mancano nell’agrigentino, dove, a sentir loro, tutto è pirandelliano: anche un raffreddore o l’influenza, la politica, il costume, l’illuminazione pubblica.

Era impensabile che il Nobel si aggirasse in grande uniforme per le stradine della marina per far una visita privata: follia, tanto per rimanere in tema d’autore. E a ciò non poteva che conseguire che Camilleri avesse raccontato uno sproposito, ciò in base ad una inveterata teoria per la quale qualsiasi racconto deve necessariamente rappresentare la verità.

Facendo una digressione, è noto che nei paesi siciliani (e non solo) era in uso che nei luoghi di aggregazione, nei circoli, nelle barberie, dal sarto si raccontassero le storie: di caccia, di trovature, di partite a carte memorabili, ed anche, brancatianamente, di donne.

Tra i narratori c’erano quelli nei quali era riposta un’assoluta fede, altri, colpiti da malaugurio, che venivano contestati immantinenti e finiva poi con la scommessa per accertarne la verità: una sorta di ordalia popolare di sentimento, espressione dell’es collettivo.

Evidentemente ciò era frutto di una sovrapposizione di piani tra libertà narrativa, e quindi anche di fantasia, e verità, alla stregua che si fosse in un’aula di giustizia. Di giustizia popolare narrativa, appunto. Ma la narrazione diciamo pure letteraria non può essere soggetta ad un giudizio di verità, altrimenti gli scrittori dovrebbero, prima di scrivere prestare giuramento, ma di bellezza.

Se il racconto, l’aneddoto, l’apologo è bello, ciò non significa che dev’essere necessariamente vero.

Correva una storia che, al mio paese, una persona, che aveva perduto ogni credibilità narrativa, raccontava. In una notte d’insonnia si era affacciato alla finestra della sua casa in paese e guardando in direzione della sua roba in campagna, che distava qualche chilometro in linea d’aria, si era accorto nell’oscurità che lì brillava fioca la luce del lume che era rimasto acceso per dimenticanza. Fu un istinto, una reazione inconsulta, ancora una volta una follia: presa la carabina e con una mira eccezionale (degna dei migliori pistoleri del far west) con un solo colpo spense quella fiammella.

La reazione fu tragicomica: improperi, frizzi, lazzi, risate sgangherate, come quelle dei personaggi da taverna dei quadri fiamminghi, moti d’ira, villanìe, da un lato, giuramenti, richiesta di scommesse, di giudizio divino, dall’altro. Si sa nei paesi, la vita dei paesi.

Ma, tornando al racconto camilleriano, superata la diatriba binaria vero-falso, quello che incuriosisce è capire quale particolare, nell’immediatezza, colpì maggiormente il piccolo Camilleri nel vedere Pirandello. Non penso proprio la divisa né i galloni, ma, a mio modo di vedere, la feluca proprio per la particolare foggia di questo copricapo rispetto ad altri cappelli. E, se non la prova, l’indizio sta proprio nel fatto che lui lo individua come ammiraglio. Ed è prerogativa di questi proprio la feluca.

Ora spostandoci in quelli che vengono definiti luoghi naturalmente pirandelliani, di paese in paese, di scrittore in scrittore, in un attraversamento di specchi come nei romanzi di Lewis Carroll (è un puro caso, ma anche lì figura il Cappellaio Matto) nessuno  racconterebbe di aver visto Sciascia con la feluca, e nessuno direbbe di Sciascia con il cappello. Né esistono prove fotografiche che così lo ritraggono. Quindi anche a narrare di un incontro ravvicinato, improvviso e pomeridiano, con lo scrittore nessuno potrebbe affermare la presenza di un cappello: non ci sarebbe la verità (per i più, appartenenti alla corrente che possiamo indicare come verista), non ci sarebbe la bellezza della narrazione, che di contro risulterebbe un improperio.

Ma proprio per quella contraddizione ragionevole sciasciana, invece il cappello anche questa volta spunta e la fa da protagonista o quanto meno da comprimario.

Una sera d’inverno di qualche anno fa mi trovavo nella piazza di Racalmuto, dove da una lattiginosa nebbia  si delineava una figura che calzava un cappello alla Bogart, a mano a mano che mi avvicinavo, cominciavo a distinguerne i tratti, fino a quando, quasi a scontrarci, l’ho riconosciuto.

-Davvero bello questo cappello, Enzù, dissi io.

-E’ stato un regalo di Sciascia, mi rispose.

La cosa finì lì ed il discorso prese altre pieghe.

Ci ripensai l’altro giorno al cappello e alla feluca, e la domanda mi nacque spontanea: perché Sciascia avrebbe dovuto regalare un cappello e non magari una stilografica, visto che anche l’amico scrive, cosa poteva mai entrarci il cappello con la scrittura, con la narrazione. Certo se fosse stata una stilografica sarebbe stata d’auspicio o una confermazione, appunto una cresima. Ma il cappello, l’idea stessa dell’oggetto mi inquieta, tranne a non volerlo considerare come un puro dono senza altro fine, per dirla con un titolo di Andrea Vitali “Almeno il cappello”.

Con l’auspico che possa continuare ad essere stimolo di impegno civile e letterario.

 

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