Da Alberto Manzi alla scuola dei giorni del Coronavirus

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Risale agli anni ’60, con il popolarissimo programma televisivo “Non è mai troppo tardi”, la prima esperienza di didattica a distanza nel nostro Paese 

Alberto Manzi (foto da internet)

Il Coronavirus terrorizza il mondo, riempie ospedali, manda in tilt i reparti di terapia intensiva, semina ansia e panico, paralizza da giorni l’Italia, blocca anche le scuole (le prime strutture  a chiudere le porte), ma non manda in vacanza dirigenti scolastici, prof, maestri, studenti,  alunni e anche le famiglie. Corridoi deserti, aule vuole, silenzio nelle città. Ma la didattica non va in quarantena e naviga attraverso le nuove tecnologie, non facendo trovare impreparato il sistema scolastico italiano. Docenti e alunni creano così un filo diretto che passa dai cavi internet e dai WI-FI. Il tutto grazie alla “mediazione”, soprattutto per le classi di scuola primaria, delle mamme e dei papà.

La didattica a distanza ancora non raggiunge il cento per cento delle prestazioni, poiché in diverse realtà del Paese, da Nord a Sud, molte famiglie sono ancora ancora pronte nel campo dell’informatica, non possedendo pc e altri strumenti o avendo difficoltà di collegamenti con le reti internet. Ma quasi tutta la popolazione scolastica, già dal 5 marzo, giorno di chiusura a tappeto delle scuole nel resto d’Italia, ha acceso subito pc e tablet o semplici smartphone e ha affrontato  su scala nazionale un nuovo tipo di didattica: quella a distanza. Con docenti che hanno potuto mettere in pratica, nonostante qualche iniziale e giustificata apprensione, concetti teorici appresi nei tanti corsi di formazione previsti dal Piano Nazionale Scuola Digitale. I primi giorni sono trascorsi ad individuare quale fosse la piattaforma di comunicazione più completa per condividere contenuti, compiti, assegnare quiz e gestire il dialogo a distanza attraverso le bacheche nei vari registri elettronici con genitori ed alunni. E’ stata subito una corsa per far nascere classi virtuali e “unire” cattedre e banchi non in aule tradizionali ma da casa a casa, rimanendo anche in pigiama e pantofole, dandosi semplicemente una pettinata ed un filo di trucco per le videolezioni.

Ma per la scuola italiana è l’anno zero della didattica a distanza? E’ stato il coronavirus ad accelerare questa nuova metodologia? Assolutamente no. La storia ci rimanda all’inizio degli anni Sessanta, in una Italia che si leccava ancora le ferite della Guerra e dove ancora diffuso era l’analfabetismo. Ed allora un maestro romano di scuola elementare, Alberto Manzi, nel 1960 viene mandato dal suo direttore didattico a fare un provino alla Rai.

Giuseppe Piscopo

Le tv non erano in tutte le case. Solo pochi potevano permettersi questa scatola magica che trasmetteva in bianco e nero telegiornali, film ed i primi varietà. La Rai stava cercando proprio un maestro per un nuovo programma per l’istruzione degli adulti analfabeti. Manzi, con una doppia laurea in tasca, Biologia e Filosofia e Pedagogia, ma rigorosamente per scelta maestro in una scuola elementare, viene scelto e gli viene affidata la conduzione di Non é mai troppo tardi, programma che andò in onda fino al 1968, grazie ad una brillante e lungimirante intuizione di Nazareno Padellaro, direttore generale della Pubblica Istruzione.

Le telecamere portarono le lezioni di Manzi nelle le case italiane e nei vari locali messi a disposizione dove erano presenti veri e propri gruppi di ascolto con docenti del luogo e gente in età adulta con il desiderio di iniziare a leggere, scrivere e far di conto. Ma la popolarità non cambiò il maestro Alberto, poiché continuò a percepire lo stipendio di maestro elementare. La Rai, e questo è un dato curioso, concedeva a Manzi solo un “rimborso camicia”, poiché il gessetto che utilizzava per scrivere e disegnare spesso gli rovinava i polsini proprio della camicia.

Non é mai troppo tardi é considerato uno dei più importanti esperimenti di educazione degli adulti, conosciuto e citato nella letteratura pedagogica internazionale, del tutto innovativo nell’impianto organizzativo, nello stile di conduzione e nel linguaggio didattico. L’Unesco lo ha indicato come uno dei migliori programmi televisivi per la lotta contro l’analfabetismo, nel 1965, durante il congresso internazionale degli organismi radio-televisivi che si tenne a Tokyo, assegnando a Manzi il premio UNESCO. Un format televisivo di gran successo popolare,  che fu esportato ed imitato in altri Paesi, ed in particolare nell’America Latina.

Alberto Manzi, come lui spesso amava dire, non insegnava a leggere e scrivere. Ma invogliava la gente a leggere e scrivere.

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