Cuscus dolce

da | 10 Apr 22

Il racconto della domenica

Vincenzo Campo

Il cavaliere Fontana, si dice, era un uomo davvero bello. Lineamenti finissimi e colori chiari, occhi azzurri, anzi cerulei, cangianti dal blu intenso all’azzurro, e qualche volta grigi proprio come sono il cielo e il mare nelle varie stagioni; era piccolo di statura, però, e quando sedeva, le gambe addirittura gli penzolavano; ma era bello, davvero bello e poco importava se piccolo e un poco tondeggiante. Portava i capelli corti e i baffetti curati. Amava la vita e coglieva quanto quest’ultima gli offriva.

Godeva delle feste dei santi, in prima fila nella processione del Venerdì santo al seguito della Madonna dei sette dolori, mesto nella sua cappa nera col nastro viola della Confraternita dell’Addolorata, ma anche, all’opposto, estremamente gaio e gioioso nel tripudio dei tamburi e nell’incessante frastuono delle note ossessivamente ripetute di Zingarella nelle processioni di San Calogero, la prima e pure la seconda domenica di luglio; la festa per gli agrigentini prima, su per la via Porcello e la via Gamez, e poi la salita Cognata, la Badiola, San Girolamo e il Duomo e quella per i forestieri, per la via Atenea, dopo, la seconda domenica.

Godeva dei piaceri del letto e della tavola.

Quando una volta, mentre pranzavano, qualcuno comunicò che Rosina, una delle cameriere di casa, era incinta, senza che nessuno avesse avanzato il minimo dubbio o che a lui e alla sua possibile responsabilità avesse fatto cenno alcuno, egli s’alzò in piedi e giurò sulla Madonna che non era stato lui: “Beḍḍa matri, ‘un fu iu”, si premurò di dire.

Aveva al servizio un cuoco sopraffino, che vantava d’essersi formato in Francia, nelle cucine delle migliori famiglie di Nantes e di Bordeaux, fra soupes prelibate e sauces delicatissime, e che ora poteva offrire al Cavaliere, alla sua famiglia e alla meraviglia di tutti gli ospiti che essi non mancavano mai d’avere, nelle occasioni, s’intende. Con misura e come si conviene, senza strafare.

Aveva un cruccio, però, uno solo, ed era quello di non potere offrire se non come comprato e non invece preparato nella sua casa come avrebbe desiderato, il cuscus dolce delle monache della Badia grande di  Santo spirito, “d’a Bata granni”; un monastero di monache di clausura, che comprendeva un magnifico edificio in stile chiaramontano e una magnificente chiesa barocca ridondante di ori e di azzurri in splendido contrasto coi bianchi degli stucchi degli angeli e dei putti.

Nel loro dorato isolamento, fra rosari e giaculatorie, le monache preparavano dolci prelibati, soprattutto di mandorle e pistacchi, e fra questi uno in particolare secondo una ricetta segreta che si tramandavano a voce chissà da quale tempo remoto; un dolce, come tanti in Sicilia, frutto del felice incontro con la cultura nordafricana, berbera e maghrebina; un dolce che qualche suora di buon casato aveva portato come facente parte della sua dote al Monastero e che ora faceva il Monastero certamente più ricco.

Non si dava pace, il cavaliere, finché una notte non gli apparve in sogno il suo angelo custode, l’Angelo Girolamo che lui, affettuosamente e non senza un certo riferimento al doppio senso chiamava Mommo. Girolamo è nome desueto, ormai; nessuno più lo impone ai nuovi nati, e in pochi ricordiamo ancora che il diminutivo più ordinario, più comune, per questo nome,  in Sicilia, era proprio Mommo; com’è Peppe per Giuseppe, o Nenè per Andrea o ancora Cocò per Nicolò; ma “mommo”, qui da noi, è anche il guardone, quello che ama metter il naso –o meglio: gli occhi- dove non dovrebbe, dove non gli sarebbe consentito. E un po’ mommo l’angelo Mommo, diciamocelo, lo era davvero.

Gli raccontò, l’angelo Mommo, che un giorno di soppiatto s’era infilato nelle cucine della Badia Grande, per caso, mentre girovagava fra chiostri e sagrestie come lui amava fare, per il gusto di apprendere e di curiosare, proprio mentre le sante sorelle stavano preparando il loro dolce segreto.

Silenzioso e piuttosto etereo com’è di norma un angelo, che forse è senza sesso, ma che di certo è di scarsa consistenza materiale, s’era nascosto dietro a un grande crocifisso -raccontò- e da lì s’era messo a spiare col preciso intento di disvelare, dopo, al cavaliere che gli era stato affidato in custodia dal Padreterno ingredienti e procedimento per preparare il tanto desiderato dolce.

Spiava con la preoccupazione di non farsi vedere né sentire, ovviamente, e perciò non poteva vedere con esattezza e precisione, però vide e scoprì –se non tutto, almeno quanto bastava.

Le monache, mentre che pregavano, senza dire una sola parola su quello che facevano, quasi come se seguissero un rituale secondo uno schema ben conosciuto, quasi con la solennità d’una messa cantata o d’un pontificale, preparavano il loro cuscus e andavano disvelando a Mommo, e senza saperlo, il loro segreto.

Dapprima le suore prepararono un cuscus, normalmente, come si fa di solito il cuscus, facendo bollire l’acqua e incocciando la semola nella cuscusiera; non appena il cuscus fu pronto e mentre che era ancora caldo, unirono dello zucchero a cucchiaiate e mescolarono; lo misero da parte a raffreddarsi e nel mentre cominciarono a tritare finemente delle mandorle pelate e dei pistacchi –più pistacchi che mandorle- e li riposero in una scodella capiente; poi aggiunsero del cioccolato fondente che avevano ridotto in piccole scaglie e dei canditi –zuccata, molta zuccata, ciliegie, scorze d’arancia-  anche questi tritati finemente; quando il cuscus si fu raffreddato, mescolarono tutto insieme e aggiunsero della cannella in polvere, che cosparsero dal recipiente forato che la conteneva quasi fosse stato un aspersorio, come faceva Sua eccellenza Monsignor Lagumina quando benediceva il convento e le conventuali,
Sentiva i profumi, il povero Mommo, gli effluvi un po’ orientali, immaginava di gustare cannella, cioccolato, canditi e frutta secca ma non poté far altro che starsene nascosto dietro a quel Cristo in croce, anche lui un po’ in croce, e col supplizio di dovesi limitare a sentir gli odori e, per di più, con la forte tentazione di saltar fuori e rubare una cucchiaiata del dolce prelibato. Ah, la tentazione! Ma la carne è debole, ma lo spirito un po’ meno, e Mommo, per fortuna sua e del cavaliere era fatto più di spirito che di carne.

Mentre si rigirava nel letto, il cavaliere, e sognava gli odori e i sapori dei quali il suo angelo andava raccontando, mentre nel dormire gustava cannella e canditi, forse per il forte piacere seppure solo immaginato, si svegliò all’improvviso e malauguratamente prima che avesse potuto domandare a Mommo delle quantità e delle proporzioni.

Ancora in camicia da notte, prima che lo stato di veglia gli facesse dimenticare quanto l’angelo suo gli aveva raccontato, si precipitò alla ricerca di André, il cuoco, per raccontargli il sogno e farselo “smorfiare” da lui, che di combinazione di gusti e di sapori era un esperto.

Fu così che fecero una prova, subito, alle sei del mattino, ché non potevano aspettare più, con trecento grammi di cuscus di quello precotto, un pizzico di sale, quattro cucchiai di zucchero, centosessanta grammi di mandorle pelate, duecento di pistacchi, cento di cioccolato fondente, cinquanta di canditi vari e una generosa spolverata di cannella.

Non era ancora quello delle monache, ma ci somigliava molto, pensò sorridendo il cavaliere.

1 commento

  1. Silvana

    Piacevolissimo racconto in attesa del seguito!

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