Crudelmente spogliata della sua maternità

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Il dramma di Maria nelle celebrazioni della Settimana Santa

Il 1965 fu l’anno dello “scontro” tra due siciliani: Leonardo Sciascia e Fortunato Pasqualino, docente di filosofia dello spettacolo all’università “Pro Deo” di Roma.

L’occasione, l’uscita del libro “Feste religiose in Sicilia”, contenente le foto di un giovanissimo Ferdinando Scianna con il commento di Leonardo Sciascia, dove con un’escursione storica che muoveva dall’età dei “lumi” con il Vicerè Caracciolo, lo scrittore sosteneva “l’irreligiosità dei siciliani”.

A tanto, a breve termine, si oppose il Pasqualino, contestando l’argomentazione, dalle colonne dell’Osservatore Romano.

Nello scontro dialettico, di per se stesso, di notevole interesse, quello che si impone come desiderio di conoscenza e di approfondimento nasce da due domande che Sciascia pone: se la vicenda del Cristo rappresentata nelle numerose celebrazioni della Settimana Santa non sia innanzi tutto “il dramma dell’uomo, semplicemente uomo, tradito dal suo vicino, assassinato dalla legge” o se non sia “soltanto il dramma di una madre, il dramma dell’Addolorata”.

Nell’uno e nell’altro caso, omessi – solo per esigenze di argomentazione –  i misteri della fede, quello che rimane è un fatto umano, drammaticamente umano: la storia di una depredazione della vita. Quella del Figlio che, nel momento della cattura – prima ancora della sentenza, della transustanziazione della legge – è già nella morte; quella della Madre, straziata nel suo stesso essere tale, per rimanere nella sua profonda solitudine, la soledad, che la copre e l’avvolge come il manto del suo terribile lutto.

E quel manto, appunto, ricorda le altrettante mantelline che, al mio paese, strette sul petto, fasciavano le donne che, nel primo pomeriggio del Venerdì Santo, disposte su due file, anticipavano di poco il fercolo dell’Addolorata, che in processione si avviava verso l’antico Calvario dove stava Gesù Crocifisso.

Soltanto un tonfo seguito dal rullo del tamburo scordato accompagnava la processione. Seguita dalle rappresentanze dei circoli, ognuno con la loro bandiera brumata.

Momento di estremo cordoglio, dove le donne, per quella intima e religiosa solidarietà femminile, si stringevano in corteggio ad una di loro trafitta e crudelmente spogliata della sua maternità.

E questo viaggio, non solo di fedeli, già cominciava il giovedì, un continuo salire e scendere, non solo per le processioni e le rappresentazioni: un non volersi distaccare dal luogo della sofferenza, del dolore, della morte.

La veglia con i suoi antichi canti, le preghiere.

E uno su tutti, conosciutonelle versioni non molto diverse tra loro – risulta estremamente confermativo dell’umana prostrazione della Madonna, che spinta dal funesto presagio per la sorte del Figlio, che ha smarrito, nottetempo va alla sua ricerca in un luogo indefinito, ma ben identificabile in ogni paese (come nel Deserto dei tartari di Buzzati) dove quel canto, dal suono arabo, viene intonato, fino a trovare nella sua  bottega un artigiano al lavoro, nonostante l’ora così tarda. Inquieta, e nell’atroce sospetto chiede all’uomo preso dal lavoro febbrile: “…caru masciu chi faciti a st’ura/ staiu facennu ‘na lancia e tri puncenti chiova/ caru masciu nun li faciti a st’ura/ pi nova vi la pagu la mascia/oh cara donna nun lu pozzu fari ca unni c’è Gesù ci mintinu a mia…”.

E come da ciò non sostenere il prevalere dell’amor materno di fronte alla legge, al mistero divino?

Una madre che per suo Figlio, per dirla evangelicamente, sfida Cesare e Dio.

E dal significato di questi versi, a fare, in thema, un parallelo letterario sembra ritrovare la difesa gramsciana di Pilato nel libro “Il giornalista”, che nella condanna altro non potè fare che applicare la legge a presidio della quale era stato posto dall’Impero. Anche lui semplicemente un uomo!

Foto di Venerando Bellomo

 

 

 

 

 

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