Così ho messo le ruote al Cilio

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Il racconto della domenica

Gaetano Sferrazza davanti il circolo Zolfatai e Salinai

Gaetano Sferrazza 

Era l’anno 1960, la piccola miniera di salgemma “Cino Luigi & C”, con sede in Racalmuto e da me amministrata andava molto bene. In quell’anno, nel mese di giugno, fui invitato a far parte del Comitato della festa in onore di Maria SS. del Monte. Nella prima riunione del Comitato il presidente fece la relazione per i festeggiamenti e alla fine disse che quell’anno “lu Ciliu” non poteva uscire per due motivi. Primo perché non vi erano più persone per trasportarlo, sia di Racalmuto che della vicina Grotte, poiché occorrevano ventiquattro persone per portarlo a spalla; secondo che “lu Ciliu” era ormai “sgangherato” in quanto negli anni di trasporto a spalla veniva sbattuto a terra dagli uomini che erano quasi sempre ubriachi, perché nella casa di colui che aveva preso la bandiera si distribuivano ceci calliati e vino in quantità.

Finito di parlare il presidente presi la parola io, membro del Comitato festeggiamenti. Incominciai dicendo che la soluzione per far uscire il Cero dei borgesi l’avevo, e tutti furono d’accordo. Prospettai la costruzione di un carrello pianale, trainato da un trattore e sopra ancorare il “Ciliu”, in modo da non avere più scossoni e durare molti anni, e con una spesa modestissima a questo punto gli alti membri del Comitato dei festeggiamenti mi dissero: “Siamo d’accordo, ma spiegaci come farai…”. Risposi che avevo bisogno di due giorni di tempo perché dovevo parlare prima con un meccanico bravo, titolare di un’officina, Giovanni Milisenda. Tutti mi autorizzarono a preparare il piano per trasportare, non più a spalla finalmente, il “Ciliu di li schietti”.

L’indomani della riunione andai da Giovanni Milisenda, gli prospettai il da farsi, gli diedi il disegno che avevo preparato del pianale da costruire con poca spesa e con materiale da sfascio e che entro un mese doveva essere pronto in modo da utilizzarlo per la festa. Lui doveva pensare solo per il lavoro e così il Milisenda accettò le condizioni. Riunendoci ancora il giorno dopo con il Comitato dissi che tutto era sistemato e che il carrello si poteva fare. E allora prospettai agli altri la mia idea. Con il camion della mia società dovevo andare ad Agrigento presso lo sfascio macchine civili e militari del signor Tano Vullo e comprare tutto il materiale necessario: quattro ruote, materiale per il freno a mano, l’aggancio per attaccarlo al trattore, la lamiera per il pianale. Per tutto questo materiale e per le spese di trasporto da Agrigento a Racalmuto il Comitato non doveva spendere nulla, in quanto d’accordo con i miei soci della miniera di salgemma Pantanelli, alle spese ci pensava la società, il Comitato doveva solo pagare il lavoro. Allora tutto il Comitato mi autorizzò per la costruzione del carrello. Nel 1960 era vice-presidente del Comitato il professor Felice Caratozzolo. Mi chiamò in disparte e mi disse: “Dato che devi andare a comprare il materiale dal signor Vullo, portaci i saluti del signor… e vedrai che ti farà un buon prezzo”.

L’indomani con il camion della società, carico il sale per Porto Empedocle assieme a due operai della salina e siamo partiti. Arrivati ad Agrigento, io e gli operai siamo scesi. Il camion con l’autista proseguì per Porto Empedocle per poi tornare da noi allo sfascio del signor Vullo. Entrai nell’ufficio di Tano Vullo e gli ho portato i saluti da parte del signor…, come mi aveva suggerito il professor Caratozzolo. Mi ha detto, lo zio Tano, di ricambiare i saluti e mi disse che potevo prendere tutto il materiale che volevo, in modo tale che appena arrivato il camion potevamo caricarlo. Ci siamo dati da fare, abbiamo preso tutto il materiale occorrente in abbondanza, mancava solo la lamiera per il pianale, perché girando non abbiamo trovato nulla. Arrivato il camion abbiamo caricato tutto. Il signor Tano Vullo mi fece pagare pochissimo e mi disse che se mancava e occorreva ancora materiale potevo tornare tranquillamente nel suo sfascio.

Salutammo il signor Vullo e siamo partiti per Racalmuto. Scaricato tutto il materiale presso l’officina di Giovanni Milisenda, l’indomani abbiamo selezionato ed incominciato a predisporre il lavoro. Lavoravamo solo il pomeriggio fino a tarda sera, ed io sempre presente. Un encomio va anche a Paolo Iannello che ogni sera iniziava a saldare per svariate ore completando l’ossatura del carrello. Mancava, come detto prima, la lamiera: pensai che nella mia salina vi era un pianale dj camion che non serviva più perché già avevamo la galleria camionabile, allora andai in miniera. Con l’aiuto degli operai la caricai sul camion e la portai in paese presso l’officina e subito l’abbiamo adattata sopra il telaio. Il lavoro era stato terminato, il carrello era già pronto la sera del giovedì della festa.

Il venerdì mattina il carrello è stato verniciato e il sabato mattina col trattore l’abbiamo portato nella piazza davanti la chiesa del Monte. Con l’aiuto dei borgesi abbiamo caricato sul nuovo carrello il pesante Cilio e con diversi bulloni di un metro l’abbiamo ancorato sul pianale per stare fermo. La sera del sabato, nel corso dei festeggiamenti del 1960, “lu Ciliu” per la prima volta nella storia della nostra festa del Monte è sceso in piazza trainato da un trattore e non più a spalla come avveniva prima. Da allora, invece delle urla, è il clacson del trattore ad avvisare i giovani borgesi che è l’ora della zuffa e della presa della bandiera.

Pubblicato su “Malgrado tutto” nel luglio 2008
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