Coronavirus, il ruolo della scuola in questo particolarissimo momento

da | 3 Mar 20

“L’anima e il contagio”. Una riflessione di Anna Maria Sermenghi, Preside del Liceo Classico Empedocle di Agrigento

La Preside Anna Maria Sermenghi

I giorni appena trascorsi sono stati attraversati dall’emergere di un fenomeno inaspettato ed inquietante, che ha invaso la nostra vita quotidiana, assai prima di qualunque attendibile previsione: il coronavirus arrivava in Italia, portando con sé un irragionevole stupore, fondato sul pensiero che certi fatti non debbano mai riguardarci. Aveva già richiamato una grande attenzione, il covid19, dal momento in cui era apparso in Cina, ma lo avevamo percepito, nella sua lontananza, come ipotesi remota di un misterioso cominciamento, che aveva creato una profonda incertezza sullo sviluppo futuro degli eventi. La città di Wuhan era perciò diventata il luogo simbolo di una paura indefinita, che aveva pervaso l’immaginario collettivo del nostro essere, rendendo tutti spettatori di un accadimento, che riguardava altri, pur essendo intimamente pervasi dalla consapevolezza delle conseguenze che, sapevamo, sarebbero state prevedibili in un mondo interconnesso.

Inconsciamente presaghi, non immaginavamo, tuttavia, che, in così poco tempo e con tanta rapidità, avremmo dovuto anche noi, direttamente ed in prima persona, fare i conti con quell’invisibile nemico, finora solo immaginato. E nello svolgersi degli avvenimenti, ci siamo resi conto di come ogni cosa stesse cambiando nella nostra esistenza, compromettendo piccole certezze di un quotidiano, che abbiamo improvvisamente riapprezzato e sperato di non perdere, sentendoci chiamati ed impegnati, al di fuori di ogni volontà, a misurarci con una sfida, percepita come gravosa ed angosciante.

Il coronavirus, giunto in casa nostra, si è presentato nella sua virulenza, con la connotazione di malattia di carattere infettivo ed epidemico, ancora inesplorata dal mondo scientifico, imponendosi con forza all’ attenzione generale. A poco sono valse le informazioni rassicuranti di virologi, epidemiologi ed immunologi, o le statistiche che hanno evidenziato come fossero più preoccupanti i dati relativi alla comune influenza, o, ancora, la considerazione razionale che il nostro Sistema Sanitario Nazionale stesse affrontando il problema con tale rigore, da permetterci di individuare molti più casi, rispetto ad altri Paesi, meno impegnati in monitoraggi e mappature. Tutto ciò è valso proprio a poco … perché abbiamo subito compreso ed avvertito che il problema più grande era già dentro di noi, nell’ansia dell’inatteso, nell’angoscia dell’indeterminato, nella paura del rischio e dell’incertezza, impadronitisi delle nostre anime e di quella dimensione del vivere quotidiano, che si esprime in tutte le forme della socialità e dello stare insieme, dalla famiglia, ai luoghi di aggregazione, alla città.

La velocità travolgente degli eventi e il flusso inarrestabile delle informazioni ci ha fatto comprendere come stesse accadendo, per la prima volta, che un’epidemia dell’anima facesse la comparsa in quel mondo social, dove la rete che ci interconnette diventa ambito privilegiato di qualunque processo comunicativo, non a caso definito “virale”, luogo virtuale che conferisce verità, sia pur effimera, ad un rapporto con l’altro, regolato dai meccanismi del riconoscimento e dell’esclusione, dell’identità e dell’alterità, del noto e dell’ignoto, in una sorta di nominalismo linguistico potenziale, a cui si affida la ragione di un’esistenza legittimata dal web . In tale perverso mondo parallelo, ha trovato spazio un meccanismo antropologico intrinsecamente legato alla natura umana: individuare un fuori, un lontano, un altro da noi, dove eventualmente riversare colpe e responsabilità e verso cui proiettare narrazioni intrise di pregiudizio.

La tendenza irrazionale a ricercare altrove l’untore e l’attitudine a circoscrivere l’indeterminato, che ci spaventa, rinascevano ancora una volta, dando voce al bisogno profondo di proiettare in una causa esterna tutta la nostra fragilità emotiva ed intellettuale. Ma, improvvisamente ed in breve tempo, l’altro siamo diventati noi, non poco disturbati, nella nostra autoreferenzialità occidentale, dal respingimento in atto nei nostri confronti, non più graditi agli altri, in quanto stranieri…condizione che potrebbe farci guarire da malattie più gravi, lasciandoci guardare con nuovi occhi al senso più profondo di ogni ostracismo. Così oggi, sopraffatti, nostro malgrado, da una realtà che ha cambiato volto, risulta quasi naturale chiedersi se non sia forse questa la grande opportunità da cogliere, per fare in modo che il problema, che nel presente ci investe, diventi per il futuro occasione preziosa di miglioramento. Potremmo, in fondo, dire che è giunto il momento per andare alla radice delle cose, per conoscere meglio noi stessi, per rifondare le nostre identità perdute nell’indifferenza e nell’inconsapevolezza di un vivere, che non ci restituisce serenità, per le mille inquietudini sconosciute, che non abbiamo spesso la forza di affrontare.

La storia ci offre insegnamenti che, dalle tante epidemie di ogni tempo, dovrebbero aiutarci a capire i pericoli e le ragioni del presente e la letteratura ce ne consegna la narrazione, in modo profondo ed inequivocabile. Quante assonanze, in tal senso, rendono profetiche le parole del Manzoni sulla peste di Milano: “Del pari, con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti … L’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente”.

Ritengo pertanto che, in questo particolarissimo momento, la Scuola debba, con tutta la forza del suo essere Istituzione, assumere una precisa responsabilità, che diventa dovere per noi stessi, per la società e per queste meravigliose creature, che sono i nostri giovani, affidati alle nostre cure, al nostro impegno e alla nostra autorevolezza di docenti, capaci di effondere empatia, carisma, sicurezza. A noi il compito di offrire strumenti culturali solidi, che permettano di leggere e decodificare questo tempo e le sue insidie, stimolando il crescere di atteggiamenti positivi, un approccio critico alla realtà e la costruzione di mentalità aperte, flessibili ed orientate, che rendano capaci ogni persona di saper convivere con l’incertezza, con il rischio, con l’imprevedibilità, assunti come categorie costitutive della complessità, nel fluire di una società liquida, che non lascia margini ad un pensiero debole.

I miei straordinari docenti sapranno intervenire, collaborare, assumere, non solo individualmente, ma nella dimensione collegiale dei Dipartimenti, il compito e l’impegno di utilizzare le proprie discipline di insegnamento, la personale esperienza e la ricchezza del loro mondo interiore, per offrire chiavi di lettura illuminate da quel sapere, che è nemico del pregiudizio e che consente all’intelligenza di misurarsi fuori da sé stessa, ricordando che: “Si misura l’intelligenza di un individuo dalla qualità di incertezze che è capace di sopportare” (Kant). Convinta che nella libertà delle scelte dell’insegnamento, ogni discernimento possa produrre frutti, auspicherei che il nostro Liceo possa fare proprio, coerentemente con la sua mission, un progetto formativo che, in questo delicato momento, accompagni i giovani con la riflessione, la parola e il giudizio critico, affinché trovino nella cultura e nell’intelligenza emotiva, risposte possibili ai loro interrogativi più profondi e nelle nostre azioni, un dono. La scienza farà il resto.

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