“Come scorrere indietro le immagini di un film”

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Racalmuto, inaugurata la mostra antologica di Gaspare Arrostuto. Nel catalogo un contributo dello scultore Giuseppe Agnello

Gaspare Arrostuto (Foto di Salvatore Picone)

Inaugurata ieri sera nel Palazzo Municipale di Racalmuto la mostra antologica delle opere di Gaspare Calogero Arrostuto. Un tributo importante che città ha voluto rendere ad un artista discreto e riservato, che attraverso le sue opere ha espresso una grande sensibilità, contribuendo, grazie anche al suo ruolo di docente, alla crescita culturale dell’intera comunità.

L’inaugurazione della mostra coincide anche con il 90° compleanno del Professore Arrostuto, nato a Racalmuto il 20 luglio del 1929.

Nel manifestare “l’orgoglio” di tutta l’Amministrazione e del Consiglio comunale per la realizzazione dell’iniziativa, il sindaco di Racalmuto Vincenzo Maniglia, l’assessore alla Cultura Enzo Sardo, e il Presidente del Consiglio Sergio Pagliaro nei loro interventi hanno sottolineato lo spessore umano e artistico di Gaspare Arrostuto, “modello di vita da imitare”.

Nel catalogo della mostra un appassionato contributo dello scultore Giuseppe Agnello che pubblichiamo di seguito.

* * *

Scrivere del Prof. Gaspare Arrostuto, per me, è come scorrere indietro le immagini di un film, e per poterlo fare devo necessariamente parlare di me, e me ne scuso anticipatamente perché non posso esimermi dal fare un balzo all’indietro negli anni della mia infanzia e giovinezza. Ho conosciuto quest’uomo negli anni prescolare. Essendo io nato in via Giuseppe Messana, una parallela di via F. Burruano, frequentavo l’asilo del quartiere, ubicato nell’attuale oratorio di Sant’Anna. A fianco abitava la sua famiglia e  non mi sarei accorto di lui se non fosse stato il padre di un mio compagno, prima d’asilo e poi di scuole primarie, Carmelo.

Iniziando le scuole primarie, quando a scuola si poteva ancora andare da soli e a piedi, percorrendo la strada intitolata al pittore racalmutese Pietro D’Asaro, dove era residente con la sua famiglia, saltuariamente bussavo nella loro porta di casa per chiamare Carmelo per poter proseguire assieme fino alla scuola  elementare “Marco Antonio Alaimo”. Una strada tutta in salita, per raggiungere l’ultimo edificio del paese, affiancato alla strada ferrata, subito dopo il varco del ponte scolpito in pietra intagliata, la sterminata campagna con campi di grano e mandorleti. Della loro casa conoscevo l’aspetto esteriore,  muri in gesso con frammenti di alabastro luccicanti e  una strana forma della porta d’ingresso,un po’ più bassa e larga del solito. In una di queste mattine, fredde d’inverno, fui invitato ad entrarvi, in attesa che Carmelo si facesse pronto, e fu nel varcare la soglia che il mistero e tutta la curiosità di conoscere anche l’interno di quell’abitazione svanì. Oltre la dimensione domestica che era analoga a tante altre, il mio sguardo si pose sui dipinti attaccati ai muri e qualche scultura posata su un mobile. Fui invaso da una morbosa  curiosità e proseguendo per strada chiesi a Carmelo di chi fossero quei dipinti.

La sera, al rientro a casa di mio padre, dopo il lavoro, raccontai tutto ciò che avevo visto in casa Arrostuto e di quanto ne ero rimasto folgorato. Mio padre mi raccontò che era un pittore, del suo grande talento e dell’incidente che lo lasciò privo delle dita della mano destra. Questo dettaglio finale mi colpì particolarmente, immedesimandomi e rabbrividendo per la compassione, per il  trauma e del dolore che ha provocato in lui. Alla fine confidai a mio padre che da grande volevo fare il pittore, e lui, ahimè, si mise a ridere.

Racconto tutto ciò, non per raccontare di me, ma per testimoniare come alcuni incontri nella nostra infanzia possono, sin da subito, farci scegliere per il futuro con determinazione. Non posso confermarlo con certezza, ma sicuramente quella scoperta in casa Arrostuto ha risvegliato in me un germe che forse dormiva nel mio sistema.

Più avanti negli anni, un imprevisto come la vita ci sa regalare, quel dolore che mi ero immaginato lo vidi realmente nel suo volto, un dolore cupo, senza urlo, più atroce, più doloroso di quello provato nella sua infanzia, forse avrebbe preferito perdere le dita dell’altra mano invece di ciò che è più prezioso per un genitore.

Terminata la scuola primaria e approdato alla scuola media, speravo di incontrarlo come insegnante, ma il destino non ha voluto che io lo conoscessi in queste vesti, ma doveva rimanere con quella tipica aureola che sappiamo costruire in fase adolescenziale, quando nutriamo tanta stima per una persona e possibilmente lo ergiamo a modello. Sentivo spesso a scuola parlare di lui, della sua dedizione nello svolgere  il proprio compito nell’insegnamento di educazione artistica  e soprattutto della sua capacità di risvegliare il gesto creativo, col diffondere la bellezza e il valore dell’arte, anche negli animi gretti. Talvolta facendolo apparire quasi severo, ma era la severità di chi è consapevole, lucido, che ha creduto e crede nella trasmissione del sapere, e tutto ciò trasudava in tutte le sue attività didattiche smascherando il luogo comune della funzione ricreativa che generalmente viene attribuita, erroneamente, a questa importante disciplina “educazione artistica”.

Nei primi anni ’80, io già studente all’Accademia di Belle Arti di Palermo, durante i miei rientri in paese, frequentavo di tanto in tanto  la casa Arrostuto in quanto legato da rapporti di amicizia con Carmelo. Ogni volta che ero invitato ad accomodarmi, la mia sensazione era la stessa quando da bambino varcai per la prima volta il loro ingresso di casa, curiosavo sempre e, vedendomi incuriosito, qualcuno mi accompagnava per la casa mostrandomi disegni, dipinti e qualche scultura, ma non era mai lui a farlo. Forse per pudore, quel pudore che ora riconosco e che scaturisce dalla consapevolezza che quel gesto istintivo del dipingere è un gesto fuori dal comune vivere, è un gesto di evasione, quasi di sana follia e quindi ci si arrossisce dal pudore nel mostrare agli altri le nostre fragilità umane, la nostra vera natura. Incuriosito della mia scelta, mi chiedeva del contesto accademico, di via Papireto, Palazzo Fernandez e Santa Rosalia e professori. Sì, perchè quei luoghi li conosceva molto bene e li aveva vissuti prima di me essendo stato allievo del liceo artistico di Palermo alla fine degli anni quaranta, negli anni quando in italia si dibatteva se scegliere monarchia o repubblica, e l’istituto era ancora unificato con l’Accademia. Io, felice, gli raccontavo. Gli raccontavo dei professori, dei fratelli Mario e Aldo Pecoraino, Totò Bonanno ecc. e lui con  entusiasmo mi  faceva notare che erano stati tutti suoi compagni del liceo artistico di Palermo, tutti allievi del maestro palermitano Eustachio Catalano.

Giuseppe Agnello

Andavo via da casa sua pensante, mi chiedevo, e mi chiedo ancora, come poteva essere che alla fine del secondo conflitto mondiale un ragazzino ancora adoloscente di un piccolo e povero paese dell’entroterra siciliano, figlio di un mugnaio, potesse fare una scelta così coraggiosa e di trasferirsi nella grande capitale siciliana per studiare pittura? E soprattutto provo ad immaginarmi quel contesto sociale dove alcuni privilegi erano riservati o accessibili solo ad un ceto sociale economicamente e culturalmente elevato. In quel contesto piccolo di provincia, una realtà lontana dal dibattito artistico dalle grandi metropoli a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta, descritto qualche anno più avanti da Leonardo Sciascia in Le parrochie di Regalpetra.

Sicuramente doveva essere fortemente motivato, una motivazione che scaturiva sicuramente, per la sua tenera età, e da un grande talento. Sentivo tra le parole l’amarezza per il desiderio giovanile di proseguire gli studi in accademia e di non aver potuto. Come un sogno interrotto. Presumo che provenendo da una famiglia abituata ai sacrifici che la vita a volte ci impone, approfondire gli studi in accademia, in quegli anni, era un privilegio per pochi, come lo era fare arte. Allora era sufficiente il diploma di maturità artistica per accedere ai ruoli di insegnamento.

Quand’ero ragazzo, ogni qual volta che incontravo occasionalmente in paese, l’arciprete Puma, mi ricordava in latino: “Primum vivere, deinde philosophari” e poi mi traduceva in dialetto: “figliuò, ricordati sempri prima mangiari e poi filosofari”. D’altronde come potevo contraddirlo.

Quindi, costretto dalle circostanze, scelse di assumersi delle responsabilià con la famiglia e ritornò in paese. Questa scelta, obbligata ovviamente, non gli consentì di sviluppare il naturale percorso artistico intrapreso, negandogli la possibilità di confronto diretto con gli artisti, in primis, i siciliani della sua generazione e col dibattito artistico dell’epoca.

I canali di comunicazione non erano quelli di adesso, oggi si può vivere nel posto più sperduto al mondo e  comunque venire a contatto  con svariati strumenti a tutto ciò che accade nel mondo.  Della sua produzione, che io ricordi, in paese non si è mai visto nulla di rilevante, forse qualche sporadica  partecipazione. Ha preferito da sempre nascondersi, mai un gesto di esibizionismo,  riversando tutte le sue esperienze acquisite durante il soggiorno palermitano a tante generazioni di giovani Racalmutesi e di questo dobbiamo essergli tutti grati.

Gratitudine ad un uomo che nel silenzio ha contribuito alla crescita umana della nostra comunità. Oggi, novantenne, ci svela in questa occasione per alcuni aspetti le premesse, la testimonianza del suo credo, le scorie o quel che resta della sua eterna giovinezza.

GUARDA LE FOTO di Salvatore Picone

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One Response to “Come scorrere indietro le immagini di un film”

  1. Lina nicotra Rispondi

    28/07/2019 a 22:33

    Ieri abbiamo avuto il piacere di assistere a una mostra di dipinti veramente notevoli .Figure e paesaggi che ci hanno trasmesso emozioni e armonia .ringraziamo il prof.Arrostuto per averci dato la possibilità di ammirare la sua arte .Auguri per i suoi 90 ,con stima fam.Alongi

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