C’era una volta

da | 26 Dic 21

Il racconto della domenica

Raimondo Moncada

C’era una volta una di quelle volte di chiese costruite pietra su pietra secoli e secoli fa con così tanta perizia che appena ci sei sotto rimani a bocca aperta: la luce si espande ovunque con i suoi mille e più raggi che arrivano da un punto infinito del cielo, passano da vetrate istoriate e illuminano di rosso, giallo, verde, blu sculture e dipinti sacri, fino ad arrivare al tuo cuore che sta lì, davanti al crocifisso, a pregare per tua madre, per tuo padre, per tuo figlio, per un pezzo di pane.

Questa volta aveva qualcosa di speciale: appena aveva sotto di sé bambini tristi ne avverava i desideri tramutando la loro tristezza in gioia che li spingeva a uscire di casa per riprendere a giocare spensieratamente come tutti gli altri bambini del mondo.

La volta era diventata così famosa che il paese dove si trovava venne soprannominato il paese della felicità,, divenendo meta di un pellegrinaggio continuo di genitori che avrebbero voluto fare ai loro figli tanti regali ma non potevano perché i soldi non bastavano neanche per preparare un pasto. E questi genitori venivano accontentati con ceste piene zeppe di regali di ogni genere. Ma per loro il dono più grande era sempre il sorriso ritrovato dei figli e ne parlavano, grati, a ogni occasione per fare arrivare la bella notizia alle famiglie bisognose.

“Mai perdere la speranza”.

Anche i genitori di Daniele vennero a sapere della volta miracolosa e chiesero quante più informazioni possibili.

“Vogliamo sapere…”

Mamma Tonina e papà Francesco erano molto preoccupati per le condizioni del figlio che a sei anni stava a letto, immobile, già da alcune settimane, per colpa di una rara e letale infezione causata da un batterio killer ancora poco conosciuto.

“Non mi posso alzare, non riesco più ad afferrare i miei giocattoli” piangeva Daniele che non riusciva a capire il perché di quella sua improvvisa, inspiegabile paralisi.

Anche lui divenne triste, molto triste. E vedere un bambino triste è una cosa che fa davvero male al cuore.

Per la malattia di Daniele non c’era ancora una medicina. Si potevano solo provare le medicine di altre malattie e pregare, pregare, e sperare in un miracolo.

“Non abbiamo alcuna speranza” dicevano sconfortati i genitori.

Il destino di Daniele pareva segnato e mamma e papà piangevano, di nascosto, notte e giorno. Avrebbero voluto fare l’impossibile, come ogni genitore, ma si sentivano impotenti.

“Cosa possiamo fare?”

I medici dell’ospedale avevano allargato le braccia e loro non avevano i soldi per prendere un aereo, un autobus o un altro qualsiasi mezzo per andare fuori a chiedere aiuto ad altri medici, ad altri ospedali.

“Aiutatemi, non riesco più a muovermi” ripeteva il piccolo agli amici che venivano a trovarlo a casa e che gli raccontavano dei loro primi giorni di scuola, delle belle favole che raccontava la maestra, dei loro nuovi giochi e lo incitavano a riprendersi presto per unirsi a loro. E Daniele stava sempre più male per quello che aveva e per quello che si stava perdendo fuori dalla sua cameretta.

“Non ci resta che andare sotto la volta dei desideri! Prima che sia troppo tardi” si dissero un giorno mamma Tonina e papà Francesco pensando al Natale che stava per arrivare e riflettendo sulla loro condizione economica, vissuta come una condanna, che non consentiva loro di comprare neanche un modesto regalo per far contento Daniele. Papà Francesco lavorava saltuariamente nell’edilizia, da tempo ormai in crisi; mentre mamma Tonina faceva di tanto in tanto dei lavori a maglia. Erano entrambi ben voluti e aiutati da una generosa catena di solidarietà.

Già si cominciava a vedere, attraverso le finestre, qualche albero illuminato e presepi in costruzione perché questo vuole la tradizione e perché questo prepara l’animo e riscalda i cuori di chiunque, sciogliendo anche quelli in apparenza di ghiaccio. E non si fecero attendere i banchetti pro-Daniele allestiti da associazioni di volontariato, tanti amici, persone di straordinaria sensibilità che avviarono una raccolta fondi per sostenere le spese del viaggio e del soggiorno nel Paese della Felicità , distante, tanto distante.

In breve tempo furono raccolti i soldi necessari e mamma Tonina e papà Francesco poterono incamminarsi colmi di gratitudine e di speranza.

“Ce la faremo! Daniele tornerà a sorridere e a giocare con i suoi amici”.

L’ambulanza percorse un bel tratto di strada con la radio accesa su una frequenza che trasmetteva musiche natalizie quando giunse la notizia di una violenta scossa di terremoto con epicentro nel Paese della Felicità.

“Potrebbero esserci dei morti e tra le vittime anche don Pietro, il parroco della chiesa con la volta miracolosa crollata” fu la prima notizia del radiogiornale.

“È finita!” disse dispiaciuto il papà di Daniele. “Dobbiamo tornare indietro”.

Arrivare nel paese sconvolto dal sisma avrebbe aggiunto solo tristezza alla loro tristezza. L’ambulanza frenò e fece inversione di marcia, tra le lacrime di Daniele che aveva capito tutto.

“Non potrò più giocare! Non potrò più andare a scuola!” ripeteva, stretto forte al petto da mamma Tonina che cercava di consolarlo col suo calore, senza pronunciare alcuna parola.

“Don Pietro sta bene” fu l’aggiornamento del radiogiornale. “È stato estratto illeso dalle macerie”.

Nel Paese della Felicità non si registrarono morti, solo feriti lievi e danni circoscritti ad alcune abitazioni. La popolazione era sotto choc, impaurita e incredula per un evento che mai si era verificato prima. Tanta fu la disperazione tra i genitori dei bambini tristi ai quali mamma e papà avevano promesso il miracolo di un giocattolo, di un vestitino e di tutto quello che non potevano permettersi.

“Non vi preoccupate”, assicurarono dopo alcune ore le autorità del Paese della Felicità. “Ridaremo una casa a chi l’ha persa e costruiremo una nuova chiesa, ancora più bella e con una volta ancora più magica e lo faremo in pochi giorni, con un prefabbricato di ultima generazione, antisismico, sicuro e accogliente. Avremo però bisogno della collaborazione di tutti. Sarà il nostro regalo di Natale”.

La notizia dell’avvio immediato della ricostruzione riaccese in tutti la speranza. Don Pietro in persona, nonostante le ferite, si mise a dirigere le operazioni per innalzare la nuova chiesa, spingendo i numerosi volontari a fare bene e presto.Tutti in paese diedero una mano e i genitori di Daniele, fiduciosi, ripresero il loro cammino.

La nuova chiesa venne costruita in tempi record ed era davvero maestosa, super tecnologica, con una volta illuminatissima, con fantastiche luci regolate da un computer, qualcosa di mai visto prima. Chi entrava rimaneva sbalordito.

“Chissà quanti miracoli ci saranno!”

Di magica era magica, ma c’era qualcosa che non funzionava. Ai primi bambini tristi entrati in chiesa non era sparita la tristezza, né arrivavano regali.

“Sarà solo un caso” si pensò inizialmente.

“Bisogna solo avere fede, pregare tanto e attendere” dicevano anziane donne testimoni di miracoli insperati.

Arrivò finalmente Daniele, accolto da migliaia di persone che si erano mobilitate per lui e che avevano dedicato quelle giornate di preparazione al Natale per fargli ritornare il sorriso. Quando gli infermieri aprirono il portellone dell’ambulanza, gli abitanti del Paese della Felicità  cominciarono a gridare il nome del bambino come si fa allo stadio per incoraggiare un giocatore in grossa difficoltà e con queste grida accompagnarono il suo ingresso in barella dentro la nuova chiesa.

“Daniele! Daniele!”

Le condizioni del piccolo si erano nel frattempo aggravate.

Papà Francesco lo prese in braccio e lo adagiò al centro della volta super tecnologica. I genitori di Daniele rimasero lì per ore, col bambino, fino a sera, riscaldati dal calore di tanta gente e affascinati dallo spettacolo di luci.

L’attesa era tanta ed era rivolta a lui, a Daniele, che dopo ore e ore sotto la luminosa volta trascorse la notte nella camera di un albergo assieme ai genitori continuamente in preghiera. In tanti non dormirono per chiedere informazioni utilizzando ogni canale possibile:

“Come sta Daniele?”

“Si è ripreso?”

“È guarito?”

Il silenzio dell’alba venne squarciato dal suono di un’ambulanza spinta a tutta velocità per vie e per piazze, dando la sveglia a un intero paese.

“Che succede?”

“Chi si è sentito male?’”

“È ancora vivo?”

“Si salverà?”

Sopra l’ambulanza c’era Daniele. Le sue condizioni in albergo erano ulteriormente peggiorate. Non rispondeva più ai genitori. Il piccolo venne così condotto in ospedale e affidato al miglior medico in servizio che però dichiarò la propria incompetenza.

“Non abbiamo al momento alcuna arma per sconfiggere il batterio killer. Sono addolorato”.

Nel paese piombò una profonda tristezza che si cercò in qualche modo di contrastare allestendo presepi, addobbando alberi, collocando luminarie dentro le case e fuori. E pregando, pregando il buon Dio.

Don Pietro fece di più. Con i suoi parrocchiani, muratori, carpentieri, architetti, ingegneri, uomini e donne di buona volontà, aprì un piccolo cantiere nell’antica chiesa per provare a rimettere in piedi almeno una porzione di quella volta sbriciolata dal violento terremoto.

“Il nostro Natale lo dobbiamo trascorrere qui, come lo abbiamo vissuto per secoli e secoli” promise don Pietro.

Qualcuno lo prese per pazzo.

“È un’impresa impossibile. E poi chi avrà il coraggio di mettersi sotto quelle pietre?”

Nel cantiere della vecchia chiesa si lavorò giorno e notte, al freddo e al gelo, con tanti operai, anche improvvisati, tenuti svegli dal pensiero di Daniele e in forze dal calore della fede.

Un giorno il paese si svegliò con un manifesto che invitava la popolazione a riunirsi per la messa del Natale attorno all’antica chiesa. E così fu.

Tutti rimasero senza parole. La squadra di don Pietro era riuscita a montare su dei pilastri di acciaio pezzi di mura della chiesa e della sua volta e sotto a collocarvi il secolare presepe, con le statue della Sacra Famiglia che sembravano parlare alla luce tremolante di tante candele.

Quella notte di Natale arrivarono anche i genitori di Daniele, con il piccolo in braccio che non dava più segni di vita. Lo sistemarono ai piedi della cesta di paglia che accoglieva la statuina di Gesù bambino, nel silenzio ghiacciato di una notte illuminata da astri più luminosi del solito e la cui luce scendeva dal cielo, penetrava dai resti delle antiche vetrate e arrivava ai cuori dei fedeli in preghiera.

Dopo essersi inginocchiato davanti all’altare, Don Pietro si alzò e cominciò la messa. Disse: “Ascoltaci o Signore!”, ma venne bloccato dall’arrivo di un taxi.

“Che succede?”

Scesero degli uomini che si esprimevano in una lingua straniera. Erano gli scienziati di un centro americano che aveva sperimentato un farmaco contro il batterio killer e a cui si erano rivolti con un’email i compagni di classe di Daniele:

“Salvate il nostro amico. Fateci questo regalo. Per Natale non vogliamo altro”.

La funzione venne interrotta per consentire agli scienziati di sistemare Daniele in ambulanza e riportarlo in ospedale.

La messa di Natale nel paese della felicità  riprese sotto la volta di un cielo che quella notte accese a festa tutte le sue migliori luci e anche quella degli occhi di Daniele che guarì in fretta e poté tornare a giocare con i suoi piccoli amici.

 

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