Cecilia Mangini, la regista italiana che raccontò realtà “scomode”

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I primati delle donne. Nata in pieno ventennio fascista, Cecilia Mangini ha dovuto fare appello a tutta la sua passione e al suo carattere combattivo per affermarsi come la prima documentarista italiana, in anni in cui il cinema e quel mondo erano quasi totalmente di dominio maschile. 

Cecilia Mangini

Cecilia Mangini

Nata in pieno ventennio fascista – 1927 – Cecilia Mangini ha dovuto fare appello a tutta la sua passione e al suo carattere combattivo per affermarsi come la prima documentarista italiana, in anni in cui il cinema e quel mondo erano quasi totalmente di dominio maschile. Si è parlato di lei come di una femminista ante litteram, ma è una etichetta forse un po’ forzata. Sicuramente, però, Mangini ha dovuto fronteggiare grandi difficoltà per superare i ruoli marginali in cui venivano relegate le donne in quegli anni e per confrontarsi alla pari, da regista a regista, con il mondo maschile. “Essere donna era una specie di condanna agli arresti domiciliari, e il domicilio era il nostro sesso, erano la vagina, l’ovulazione, il corpo, l’utero” dice Cecilia Mangini ricordando quegli anni. Cinema di impegno politico e civile è stato definito il suo, cinema di denuncia, di analisi del sociale.

Figlia di madre fiorentina e padre pugliese, Mangini si trasferisce a Firenze, con la famiglia, all’età di sei anni, dove in seguito esordisce come critica cinematografica del cinema del dopoguerra.

Come lei stessa racconta, ogni anno, per un certo periodo, si recavano dalla civile Toscana in Puglia, dove l’impatto con un sud emarginato, povero, violento e contraddittorio, la spinge a studiare e analizzare le periferie cittadine e nazionali. Il Sud, sua terra natìa, tornerà spesso nei suoi lavori.

È del 1960 il documentario Stendalì, girato nella provincia di Lecce, sui canti funebri quasi in estinzione. E dello stesso anno è La canta delle Marane, ispirato al romanzo Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, con il quale Cecilia Mangini collaborò a lungo. La canta delle Marane, ambientato nelle periferie romane, racconta le estati torride vissute dai ragazzi degli anni ’60.

Insieme al marito Lino Del Fra e a Lino Miccichè realizza, nel 1962, il documentario All’armi siam fascisti! che analizza il fascismo dalla sua nascita fino ai “fatti di Genova del 1960”.

Anche la scelta dei temi trattati nei suoi documentari pone la regista al centro di polemiche in quel preciso periodo storico. Sono gli anni della ricostruzione dopo la guerra, delle grandi trasformazioni, e mentre si mitizza il capitalismo come unica soluzione per uscire dalla miseria, Mangini affronta in Essere donne (1965) o in Brindisi ’66 (1966) il dramma sociale legato al boom economico.

Nel primo la regista racconta la fabbrica e la catena di montaggio, la parcellizzazione del lavoro, i tempi stretti dettati dagli orari di lavoro. E le donne, tabacchine, braccianti, emigranti che vedevano nella fabbrica un salto di qualità, la conquista dell’indipendenza economica come un primo passo verso la libertà. In Brindisi ’66 si affronta, invece, il grande impatto del petrolchimico Monteshell sulla città di Brindisi e la nascita di una classe operaia.

In Comizi d’amore ’80 Cecilia Mangini tocca i grandi cambiamenti sui temi della sessualità e dell’amore e intervista le donne alle prese con la legge sull’aborto.

Il suo ultimo lavoro è del 2013. In viaggio con Cecilia è il racconto del suo sostegno a favore delle mobilitazioni contro l’Ilva di Taranto.

Il merito di Cecilia Mangini è soprattutto quello di non essersi mai fermata all’apparenza delle cose. Il suo cinema di indagine ha sempre voluto approfondire la realtà e raccontarla anche quando appariva scomoda e non consolatoria. Ed è in questo senso che il suo lavoro può essere definito politico.

Dal Libro Le Mille, a cura di Ester Rizzo. Navarra Editore

 

 

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