“Ce la so!”. Grotte, presentazione del libro di Alberto Todaro

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Appuntamento all’Auditorium San Nicola sabato 12 gennaio alle 18.

Sarà presentato sabato 12 gennaio all’Auditorium San Nicola di Grotte, alle 18:00, il libro di Alberto Todaro “Ce la so! Viaggetto semiserio nella parlata agrigentina ed altre storie giurgintane”, edito dall’Associazione culturale Montelusa. Ne parleranno con l’autore Venerando BellomoGiovanni VolpeAlessandro Accurso Tagano. L’incontro si aprirà con il saluto del sindaco di Grotte Alfonso Provvidenza.

La copertina del volume, costituita dal dettaglio di una splendida opera realizzata nel 2010 dal pittore Franco Fasulo raffigura una vera icona dell’agrigentinità: San Calogero.

Ce la so! è il primo libro di una serie di pubblicazioni che l’Associazione Montelusa darà alle stampe nell’ambito di un progetto editoriale che mira a diffondere opere di autori agrigentini o comunque riguardanti Agrigento.

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Leggi la recensione del libro di Venerando Bellomo

Tempo fa un amico del “continente”, tra un discorso e un altro, mi chiedeva della  Sicilia. Dalle poche domande che mi fece, capii subito che aveva una scarsa conoscenza socio-geografica dell’isola. Certo sapeva delle città (di alcune), dei monumenti di maggiore  rilievo, delle opere d’arte, così come si trovano nelle descrizioni, anche le più approfondite, o nella documentaristica (per non dire della filmografia, sulla quale non voglio infierire). Gli mancava però quello che potremmo definire il senso topografico: meglio sarebbe dire di una topografia dell’anima. Di conoscenza dei luoghi, di intimità con questi, tanto da essere lui convinto che una cosa poteva ben trovarsi in un posto qualsiasi e non in quello che primigeniamente l’aveva accolta, dov’era connaturata. In altri termini i templi potevano essere quelli di Agrigento o quelli di Segesta, ai fini della sua conoscenza poco importava: erano sempre in Sicilia. Così, mi sono persuaso, che per uno straniero avere una casa in un qualsiasi nostro paese, per lui poco importerà, dirà ai suoi amici di avere una casa in Sicilia.

Ma ciò non vale per gli autoctoni, che utilizziamo nella topografia il centimetro. E c’è una bella differenza nel dire di Palermo o  Agrigento, e poi nell’agrigentino è questione di palmi: o si è di Agrigento o si è paesani (provinciali). Questione sempre aperta ma che alla fine perdeva di significato quando, agrigentini e paesani, studenti universitari, venivamo relegati dai palermitani  nella paesaneità.

E di queste contrapposizioni, negli anni in cui quelli della mia generazione furono studenti delle superiori ancora ne abbiamo ricordo. E da questi contrasti, allora, nascevano maldicenze, circolavano notizie incontrollate, credulità popolari, motteggi che intaccavano anche pesantemente, come spesso pesanti nelle espressioni possono essere i ragazzi, la religiosità del proprio genus loci.

Noi di paese eravamo fermamente convinti che gli agrigentini fossero diversi, cittadini, da un lato da ammirare, dall’altro da dispregiare; e pure loro erano così convinti, ma senza ammirazione alcuna per quel di buono che in noi poteva esserci.

Mi ero altresì convinto che nel tempo queste distanze culturali e sociali si fossero talmente assottigliate tanto da aver creato un tutt’uno tra città e provincia. Sbagliavo! A farmi rivedere la mia posizione di “analisi sociologica” è stato proprio il libro di Alberto Todaro: Ce la so!

Io e l’autore apparteniamo alla stessa generazione, quella dei primi anni sessanta del novecento, che si è trovata in una strana posizione epocale: non distante dalla fine del secondo dopoguerra, non distante dall’era digitale. La generazione che ha attraversato l’ascesa, il boom economico, il declino, la polvere.

Alberto Todaro

Il libro di Alberto Todaro tratta della sua Agrigento, di un tempo passato, con i suoi personaggi, i suoni, gli odori, le feste religiose, che a ben vedere non sono per nulla differenti a ciò che noi del paese consideravamo una nostra esclusiva. Tanto da convincermi che quelle differenze erano più supposte che reali: forse pregiudiziali, di un pregiudizio reciproco. E la bravura di Alberto Todaro sta proprio nell’avere individuato degli archetipi.

Basta una qualsiasi cosa, un’espressione, un frammento di ricordo, per far precipitare l’autore in un tempo passato a barriere mobili, dove non c’è un prima e un dopo: dove tutto si sovrappone. Così i personaggi tipici che affollavano la via Atenea, avevano l’esatto corrispondente in altrettanti personaggi del mio paese. I loro giochi erano i nostri giochi. La scuola, che ancora tanto ricordava quella di Cuore, era pure la nostra scuola.  I sapori erano altrettanto coincidenti. Le feste religiose nel loro manifestarsi irreligioso, erano sovrapponibili. Il mare….quello no. Per noi il mare era la piazza, un immergersi tra la folla, dove lo stesso sole lì infuocava la sabbia, qui spaccava le pietre. Ma i passatempi, il bar, i frizzi e i lazzi, gli approcci al femminile erano gli stessi.

Di recente ho letto il bel libro di Roberto Cotroneo, anche lui della nostra generazione, dove l’autore, giovanissimo, racconta del suo ingresso a L’Espresso, dei personaggi che lì ha avuto modo di conoscere, personaggi, Moravia, Calvino, Fellini, Eco, dei quali noi del “finis Africae”  abbiamo avuto una conoscenza soltanto “letteraria” e sicuramente non personale, come è accaduto a lui, per essersi ritrovato in una posizione assolutamente differenziata.

Ma noi e lui, tolti i personaggi, parliamo della stessa epoca, dello stesso ed unico sentire a latitudini differenti. Anche noi ci chiediamo dove sono, chi li ha sostituiti (sempre che ci sia stato un possibile subentro). Ma la domanda ulteriore e conseguenziale è quella di chiederci dove siamo finiti: forse in un eterno presente, dove per un tempo futuro manca ogni cenno di speranza, fagocitati da una frattura spazio temporale o spersi nella scala di Penrose, che cambia direzione a salirne o scenderne una rampa, senza possibilità di uscita alcuna. Ed allora è lecito chiedersi che ne rimarrà di noi.

 

 

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