Cavallaro: “Dalla Fondazione Sciascia uno schiaffo insolente”

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FONDAZIONE SCIASCIA. L’indignazione di Felice Cavallaro, estromesso dal Cda con lo stratagemma di un cavillo formale. “Mi sembra di essere stato licenziato senza giusta causa”. Dietro l’allontanamento di Cavallaro due fatti molto concreti: il ritardo decennale nella catalogazione delle lettere donate da Sciascia che i familiari dello scrittore ritengono siano solo “in deposito” alla Fondazione e le resistenze ad aprire le porte dell’istituzione culturale di Racalmuto

Felice Cavallaro

Qui c’è il rischio di fare la fine di Thomas Becket, anche se non siamo nell’Inghilterra dell’arcivescovo di Canterbury, nominato capo della chiesa anglicana da Enrico II. Nominato perché si trattava del suo migliore amico. E il re, con quella nomina, era certo di poterne fare un docile strumento di pressione. Scatenandosi però contro l’amico non appena capì che il vescovo prendeva sul serio la terzietà dell’incarico.

Per fortuna c’è chi continua a ragionare nel paese della ragione dove tanti non l’hanno mai avuta e qualcuno la perde. Mi riferisco alle riflessioni che stanno maturando sulla mia declamata decadenza da consigliere della Fondazione Sciascia. Anzi, sulla nomina che non sarebbe mai avvenuta. Cancellando il voto unanime di un intero Consiglio comunale per mancanza di un bollo del segretario comunale, mi dicono. Un cavillo, come hanno subito capito in redazione gli amici di Malgrado Tutto. Un artificioso espediente per evitare al sindaco e al nuovo assessore alla cultura di motivare quello che è un insolente schiaffo al sottoscritto.

Mi sembra di essere stato licenziato senza giusta causa

Mi sembra di essere stato licenziato senza giusta causa dopo gli ultimi anni passati in Consiglio di amministrazione a cercare di convincere i miei interlocutori a fare della Fondazione un centro permanente di attività scientifica. Aprendo, anzi spalancando senza preclusioni le porte alle università, alle scuole, agli studiosi, ma accelerando la catalogazione del tesoro donato da Sciascia, le lettere, i documenti, i manoscritti.

Catalogazione che era arrivata con mia grande sorpresa alla lettera C, quando cinque anni fa mi insediai sulla scia di quel voto unanime. Scoprii allora, anzi mi spiegarono che, senza catalogazione ultimata, non si poteva procedere alla donazione del “tesoro”. Altra sorpresa per me. Convinto allora che l’archivio blindato fosse un bene della Fondazione e non materiale “in deposito”, come sentii ripetere. Un pasticcio da chiarire. Non contro qualcuno. Ma nel rispetto della volontà dello scrittore, come forse non tutti hanno ben compreso, dimenticando quanto detto e scritto da Leonardo Sciascia. Ecco, forse questo mio ruolo di terzietà ha deluso qualcuno che mi aveva proposto per la nomina a consigliere. Come Enrico II con Becket.

Seconda questione: aprire le porte significa aprirle ai giovani di Racalmuto, alle forze vive di un paese al quale Sciascia ha voluto legare la stessa esistenza della Fondazione. Non a caso si rivolse a quei giovani nel giorno del passaggio della vecchia Centrale Enel al Comune, quando si decide la destinazione a Centro di cultura.

Leonardo Scoascia (Foto Ferdinando Scianna)

Ecco le parole di Sciascia riferite a migliaia di lettere, alla corrispondenza con Calvino, Pasolini, Vittorini, con scrittori e artisti stranieri: “Spero che ci siano studiosi che, al di là del valore che può avere la mia opera letteraria, studino in futuro questi documenti. Il resto è affidato a voi, ai cittadini di Racalmuto che sono giovani. Quelli della mia età, purtroppo, non potranno girare molto a lungo, per un fatto di natura, su queste cose. Ma i più giovani ne hanno anche il dovere, direi, perché si tratta di cose che riguardano la nostra vita e non soltanto l’attività di uno scrittore, che domani può anche essere dimenticato”.

Adesso che anch’io ho grosso modo la stessa età che Sciascia aveva quando ci lasciò non posso non rivolgermi “ai cittadini di Racalmuto che sono giovani”. Come faceva lui quando “i giovani” erano i ragazzi che lo andavano a trovare nella casa di contrada Noce per un parere e un incoraggiamento sulla confezione di un giornalino da trasformare in coscienza critica, appunto Malgrado Tutto. E la storia di quel rapporto sta nelle collezioni dello stesso foglio che oggi leggiamo su tablet e cellulari.

Ometto per il momento tanti passaggi di ordine generale e personale sui quali sarà forse opportuno riflettere, compreso il riferimento al “paese ingrato”, come lo ha definito Antonio di Grado in un acido commento condito da un riferimento a Sciascia:  “Volle la Fondazione nel suo ingrato paese anziché in una città di maggiore prestigio e visibilità…”.

L’amaro epilogo di una delibera senza bollo mi fa pensare a una contrapposizione che qualcuno vorrebbe strumentalmente spazzare via con una inedita forma di spoil system, secondo la massima riferita da Sciascia un giorno a Craxi, alla Noce, per le beghe politiche e per quelle di bottega locale: “Levati tu, ca mi ci mettu iu”.

Ma resta la cafonata di chi pensa di subentrare e farsi posto approfittando del cavillo

E io sono pronto a “levarmi”. Ma resta la cafonata di chi pensa di subentrare e farsi posto approfittando del cavillo. Il modo ancor m’offende, direbbe il Poeta. E questo ho ripetuto io al sindaco Maniglia che mi ha tardivamente chiamato per telefono. A cose fatte.

Ho sempre invocato percorsi chiari, al contrario di chi utilizza un oscuro cavillo come “subdolo escamotage”, per usare un’azzeccata immagine di Lillo Sardo, una delle autorevoli voci echeggiate nella polemica e che ringrazio, come i consiglieri comunali intervenuti, come tanti altri. Polemica e contenuti che il sindaco Maniglia sfiora appena senza entrare nel merito, fermandosi agli aspetti burocratici della vicenda. Come ho ribadito durante la conversazione, avuta purtroppo a CdA già riunito senza il sottoscritto. Chiedendogli di esprimersi sul tema della catalogazione che oggi, credo, sia faticosamente arrivata alla lettera M, sul nodo dell’atto notarile di donazione atteso da trent’anni e sui veti che io ho trovato nell’apertura di quelle porte.

A cominciare dai veti contro esponenti della vita culturale che lo stesso Sciascia a Racalmuto incoraggiò. Nomi ormai scolpiti in una polemica cristallizzata, mio malgrado, nei verbali del CdA. Altra materia su cui sarà forse opportuno riflettere ancora. Visto che la materia e le dicerie sono rimaste sospese come una nebulosa per la mancata convocazione di un ultimo consiglio di amministrazione presieduto dall’ex sindaco Messana. Colpevole, a sua volta, di una inedia comprensibilmente criticata dal nuovo sindaco che si professa con me ignaro dei precedenti.

Fondazione Sciascia

Sostiene, dal canto suo, di avere rispettato la legge il sindaco Maniglia. Considerandolo un galantuomo, non penso che dica bugie. Forse è convinto di un dato errato. Ma io non entro nel merito. Se c’è un burocrate da redarguire, proceda. Non spetta a me dire cosa fare. Pongo piuttosto la questione dei punti esaminati, a cominciare dalla stramba idea di una Fondazione considerata alla stregua di un deposito, pur vivendo da sempre di fondi pubblici. E se non si tratta di un escamotage non si nasconda dietro il cavillo della delibera incompleta, trovi il modo di perfezionare la nomina che ci fu, la libera manifestazione di pensiero di un intero Consiglio comunale, una scelta che non può essere cassata dall’ufficio bolli.

Chiamata tardiva, dicevo. Perché tanti che con lui collaborano, a cominciare dal neo assessore alla Cultura, conoscono bene uomini e cose. A partire dai punti della contesa: la catalogazione e le cosiddette “porte aperte”. Temi che hanno finito per rovesciare sulla mia persona l’accusa di “attivismo invasivo”. Dallo scorso settembre. Senza mai una mia replica pubblica. Al contrario di come ho fatto sempre all’interno del CdA, sede appropriata per il confronto che qualcuno ha voluto trasformare in scontro, deluso da chi aveva immaginato di potermi insaccare nella tonaca diThomas Becket. Io non sono l’arcivescovo, ma dovrebbe riflettere anche chi si sente Enrico II. E dovrebbero riflettere ancora di più i cavalieri del re. Pronti, come accadde, ad assassinare Becket in Cattedrale. Adesso diretti in Fondazione. Facendo echeggiare quell’insolente “Levati tu…”.

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2 Responses to Cavallaro: “Dalla Fondazione Sciascia uno schiaffo insolente”

  1. Lettrice appassionata Rispondi

    28/05/2019 a 9:57

    Quanto accaduto è tipicamente siciliano: nessuno deve far nulla.
    Concordo con il “levati tu..”, ma l’ immobilismo non è da sottovalutare.
    Mi spiace davvero tanto. Questa sciagurata terra non potrà mai cambiare.
    E noi piuttosto che essere grati a chi si spende, lo invidiamo e lo osteggiamo.
    Così se tutto è fermo o tutto va male, possiamo continuare a lamentarci e dare la colpa agli altri. Ed è più facile che doverne riconoscere i meriti
    Dott. Cavallaro, in nome di chi spera che prima o poi qualcosa cambierà, la prego non si arrenda

  2. Nicolò Vignanello Rispondi

    28/05/2019 a 20:17

    Siamo lontani dalla giustizia e dalla ragione? Io credo nel sistema e sono sicuro che si farà chiarezza e giustizia.

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