Cattiva notizia

da | 15 Mag 22

Il racconto della domenica

Stella Vella

Il lungo corridoio grigio, materializzava il lento passaggio della giornata tra scuola e studio, contornato dalle immancabili lodi. Il dormitorio dove le giovani si ritrovavano per riposare, rappresentava un’oasi di libertà vigilata, anche in quelle stanze si sentiva, infatti, la presenza severa delle suore  che aleggiava tra le pareti immacolate, nei letti ordinati, nella disposizione composta delle piccole cose che ognuna serbava a ricordo di una vita che ancora esisteva al di fuori di quella realtà. Si doveva stare lì, recluse dal mondo, sottratte dal turbine delle passioni, con un solo obiettivo: studiare per diventare qualcuno, per non lavorare come bestie. Si trattava di un’obbedienza obbligatoria, necessaria, dovuta. Studiare era lo spartiacque tra chi avrebbe fatto un salto di qualità, avrebbe fatto la differenza. Studiare, studiare, imparare, imparare solo quello si doveva avere in mente, nient’altro. Il diploma  il sogno. Non si poteva desiderare di più, diventare signore della buona società con la certezza di essere diverse dai cristianeddri. Quello era il passaggio per il sogno. E quanto costava caro sognare… Il privilegio di serbare le loro giovinette nel collegio della cultura, sotto gli occhi delle suore, era riservato a pochi.

Le suore, queste donne misteriose e distanti, madri mancate, donne diverse, a volte crudeli a volte umane, ma sempre con uno sguardo,  di rimprovero verso le studenti che, da lì a poco, sarebbero uscite di nuovo a fare parte del mondo. Quel mondo che ora era fuori e vicino nello stesso istante. Non si sentivano le brutture degli uomini, non arrivavano la miseria, la fame, il dolore, niente, quelle mura proteggevano da tutto. Le stesse mura si trasformavano in prigione, quando si faceva forte il desiderio di vedere la famiglia, di sentire quell’affetto, di avvertire quel calore, quell’odore di casa. Maria era lì per zia Teresa, aveva insistito tanto. Era lei a pagare la retta, non aveva voluto sentire ragioni, sua nipote doveva studiare, doveva diventare maestra. Doveva avere una vita migliore, da signora, non importava che sua sorella non avesse soldi; ci avrebbe pensato Lei. A cosa servono le zie, allora? Era zia per questo, non si era sposata, aveva declinato l’invito ad avere una famiglia e aveva dirottato tutto il suo affetto verso la famiglia di sua sorella Pina e Maria, l’unica nipote femmina, era la luce dei suoi occhi. Maria doveva essere strappata alla miseria, alla fatica disumana dei campi, doveva avere di più dalla vita. Quello era il collegio perfetto, ad Agrigento, per essere sicuri che il diploma fosse un obiettivo da toccare con mano.

Appena arrivata si era sentita diversa dalle altre che, di certo, non le facevano mancare motivi per alimentare questo disagio. Tutto in quelle mura era scandito da regole chiare, precise, puntuali, non modificabili. Gli orari delle lezioni, del pranzo, delle lodi, dello studio, della cena, della messa, del meritato riposo. Tutto era stabilito e ci si comportava, in modo adeguato, a quella rigida organizzazione della vita e del pensiero. Era una palestra anche per le emozioni, dovevano essere abituate a rigidi esercizi, piegate, curvate a una docile obbedienza, anche quando l’animo avrebbe gridato. Amori, affetti, malinconie, tutto passato a un duro lavoro di sterilizzazione, di freddo distacco, tenuto lontano. Le buone notizie alle giovine erano comunicate di giorno, le cattive notizie di notte e di sera. Ogni tramonto portava, in modo inconsapevole, una paura nell’animo delle giovani prigioniere. Si sperava che i passi lenti delle suore non si avvertissero, che le stesse fossero impegnate nei loro ripetuti esercizi spirituali per allontanare il peccato dalla loro vita e da quelle delle donne a loro affidate.

Ogni sera, un’insana malinconia chiedeva udienza nell’animo di Maria. c’era una timida resistenza a quel sentimento oscuro, ma era ogni volta inutile tentare: anche stremata dallo studio, quell’oscurità lieve prendeva il sopravvento su tutto il suo essere. Coricata, pregava che nessuna suora venisse a pronunciare il suo nome in quella circostanza. La paura per suo padre e suo fratello era sempre lì, inchiodate in un posto oramai fisso. La paura si materializzava con forza, diventava visibile, la si poteva toccare con mano. Pretendeva uno spazio nel suo letto per tutta la notte. Lì, immobile, le teneva compagnia nel silenzio dell’oscurità in un intimo abbraccio. All’albeggiare era tutto finito.  Maria respirava, sentiva la vita vibrarle dentro. Tutto dimenticato, pronta a un nuovo giorno di studio. A breve, sarebbe nato o nata l’altro componente della sua famiglia, suo padre le aveva comunicato che il medico si era pronunciato in tal senso.

Ogni giorno, da quella comunicazione cresceva l’ansia per la bella notizia che sarebbe arrivata. Maria non aspettava altro. Una sorellina, questo desiderava tanto, Vanni le era vicino, è vero, però avrebbe voluto che nascesse stavolta una femmina come Lei. Sarebbe stato bello avere una sorella, vedeva quanto sua madre e zia Teresa si volessero bene, anche Lei avrebbe voluto un rapporto così. Un intimo collegamento con una sorella era la sua speranza. Appena in classe vedeva abbassarsi la maniglia della porta, il cuore le batteva forte. Da lì a breve sarebbe entrata suor Serena e avrebbe pronunciato il suo nome. Lei sarebbe uscita e, una volta in corridoio, le avrebbe detto che era nata sua sorella. Era sicura Maria che sarebbe andata così e già sentiva l’emozione spazzare tutto e le lacrime prepotenti affacciarsi all’orizzonte. Niente, neanche quella era la volta buona, non era ancora nata, era solo una comunicazione di cambiamento di orario delle lodi serali. Pazienza, doveva aspettare, avrebbe aspettato, aveva imparato tra quelle mura a dominare l’impazienza, anche in questo particolare momento l’obbedienza per il naturale corso degli eventi avrebbe fatto la differenza tra Lei e il resto del mondo.

Accompagnata da Lucia e Mimma, Maria si incamminava verso il dormitorio, era già l’ora del riposo. Si aprì la porta e comparve suor Serena che procedeva verso le giovani. Uno sguardo tra le stesse suscitò angoscia, a quell’ora poteva essere sola una cattiva notizia. i loro visi impallidirono, vi fu un veloce susseguirsi di volti cari nelle loro menti, mentre, con l’animo in subbuglio, ognuna pregava affinché non fosse la malcapitata. Avanzavano a passi lenti, anche il tempo sembrava rallentare la corsa in quello spazio di corridoio, la paura aleggiava fiera tra le loro teste. Un freddo improvviso avvolse le loro esistenze, in bilico tra la paura e la scampata sventura. Suor Serena si fermò davanti a loro, il suo sguardo non lasciava trapelare chi di loro fosse la destinataria della cattiva notizia. Fissa, fredda, distante come sempre, guardò tutte prima di pronunciare il nome. furono attimi interminabili, conditi da una paura crescente, mista a una curiosità morbosa e dolorosa. “Porta”. Maria sembrò vacillare sentendo il suo nome. Cosa era successo? Sua madre era morta? Era morta sua sorella? La portavoce della sventura non accennava a voler pronunciare le parole che avrebbero definitivamente tolto ogni dubbio. “E’ nato un altro comunista” disse suor Serena, con una voce gelida e oscura. Era nato suo fratello. Era nato un comunista. Cattiva notizia.

Il racconto della domenica torna a settembre

2 Commenti

  1. Giovanna Lauricella

    Bravissima Stella! Il racconto è carico di emozione e raggiunge, nel finale, un culmine di tensione che si scioglie quasi in un sorriso

    Rispondi
    • Enrico Militello

      Superba descrizione della vita di collegio e delle ansie che portavano alle ragazze/i, molto ben scritto .
      Complimenti.

      Rispondi

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