“Caro Fifo, assicurati per quello che di me rimane…”

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Così avrebbe scritto Luigi Pirandello, per ciò che ne resta nella memoria, ad un suo amico di Grotte.

Agrigento, 1947: funerale di Luigi Pirandello. Tra i portatori dell’urna cineraria il prof. Antonio Lauricella (primo a destra) allora docente al Liceo Empedocle di Agrigento. (Per gentile concessione della famiglia Lauricella).

Fu una sera di maggio. Quelle sere dal tempo indeciso: di giornate tiepide, quasi calde, di venti capricciosi e girovaghi, di serate stizzite, che  non lasciare la giacca è segno di prudenza. Quando intrattenersi all’aperto é ancora atto di coraggioso sprezzo per un mal di gola in agguato.

Ma già i tavoli, pochi, stavano fuori la porta con un’anta socchiusa, illuminati a metà dalla fioca luce della lampada a pera, che intagliava i visi rugosi come quelli dei pittori fiamminghi, lasciando in ombra, e ciò suggestivamente conviene, gli spazi più in oltre di un cortiletto introvertito, che a trovarlo ci voleva davvero pazienza o conoscenza del luogo, che nella oscurità della sera tramutava se stesso, capovolgendosi a specchio.

Narrazioni conosciute nei tratti essenziali che lì ai tavoli si raccontavano, tra il riserbo e l’incredulità di chi ascoltava. Storie che si incastravano a tratti, avvinte da un calcolo fortunosamente combinatorio, e se raccontate più volte non erano mai uguali. Tra un bicchiere di vino e l’altro era un continuo chiamare persone a testimoniare, impedite nel loro ufficio perché ora erano nella suprema verità, e per questo ancor piú affidabili.

Storie plumbeamente cubiste, come il luogo dove erano nate, che si scomponevano e ricomponevano; e ad eliminarne il tempo s’incordavano e s’intrecciavano  paladini con le loro splendenti cromature con soldati della presa d’Eritrea: come se chi li narrava fosse vissuto privo d’ogni anagrafe o di vite ne avesse avuta più  d’una.

Vino speziato e fumigazioni d’assenzio: tra un boccone e l’altro di pecorino pepato e olive nere. Stelle lattiginosamente fasciate, illuminavano appena il cielo blu della notte, sì che rimaneva in quel dove una luce propria, una metafisica dei luoghi. Scaglie di gesso risplendevano nei muri schistosi e più in là lampeggiavano gli sprazzi delle prime lucciole. Storie e finzioni incontrollate s’innestavano così da divenire una magia di amori e di amicizia.

L’amicizia, appunto, diceva uno, e ne discorreva fiero come fosse uno dei paladini di Francia, quella pura e soave: come un pensiero, un vento che spira tenero nella notte. L’amicizia prescindente, che lega gli uomini senza altro richiedere, che non ha età. Legando in un giuramento inespresso ciò che altrimenti non potrebbe avere vincolo alcuno. Fiore che sboccia tra gli inverni eterni o i deserti pietrosi. Ma tale é. Premonizioni, di quelle anch’esse incontrollate, fulminee, originarie.

E con lo sguardo perso nel vuoto dei suoi occhi acquosi, uno dei presenti, seduto al tavolo  nell’angolo, iniziava lentamente uno dei racconti, che spezzava con il verso di una serenata. E poi, quasi per un’inispiegabile ossessione, ripeteva “era bella Lucia, con i suoi capelli rossi e gli occhi blu come immagino questo cielo”.

Era bambino e la testa di moro, “la pupa”, andata irrimediabilmente perduta, della quale ne aveva avuto solo conoscenza tattile, intima, era divenuta grembo nel suo incavo di una missiva che Pirandello scriveva, in un tempo non sospetto, al suo amico del paese, perché lui al seguito dell’urna cineraria, si facesse guardia del definitivo rientro nella terra che l’aveva generato.

Tra sbavature d’inchiostro che omettevano le parole, ripeteva quello scritto intimo, diverso: “giunto al termine… caro Fifo, assicurati che per quello che di me rimane… venga con scrupolo …”.

Aveva seguito quel convoglio ferroviario non preventivato, se non quale materializzazione premonitiva, da Xirbi a fino Girgenti, poi aveva sorvegliato il Caos, dove l’onore del suo incarico definitivamente si compiva.

Riprese il canto, che mescolandosi al  vento fece vibrare le foglie di un alloro.

“…Era bella Lucia con i suoi capelli rossi…”.

Un forestiero visibilmente suggestionato chiese al padrone il nome di quel cieco.

“Un nome certo l’avrá, ma lui dice di chiamarsi Tiresia”.

 

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