Cara picciridda che avrai vent’anni tra vent’anni

di | 5 Ott 21

IL RACCONTO DI SAVATTERI. L’Annunziata di Antonello da Messina scrive una lettera a una bambina, che avrà vent’anni tra vent’anni, sull’essere donna in Sicilia

Gaetano Savatteri (Foto di Angelo Pitrone)

Cara picciridda che avrai vent’anni tra vent’anni. Non riesco nemmeno a immaginare come ti chiameranno. Non credo Rosalia o Salvatrice, nemmeno Annunziata o Agata: mi dicono che sono nomi che non si usano più, nemmeno qui in Sicilia. Magari sarai una Lodovica o Carlotta o Noemi. Ma non conta come ti chiamerai. Conta invece quel che sarai, ciò che farai.

Mai avrei immaginato di poterti scrivere. E non perché ci separino tantissimi anni, anche se sono sicura che un giorno ci incontreremo, da qualche parte e in qualche modo. Non lo avrei immaginato perché da ragazza non sapevo leggere né scrivere. Nella Sicilia dei miei vent’anni pochi sapevano usare penna e calamaio. E tra quei pochi le donne erano ancor meno. Ma poi a cosa serviva scrivere in quella Sicilia? C’era il sole, il mare, la campagna e la mia città era bianca e piena di gente. C’erano tante cose da fare: sognare, ad esempio. Una cosa che i giovani sanno fare benissimo.

Io ho sempre parlato poco, ma avevo la testa piena di pensieri e di sogni. Sogni di una ragazza che non aveva mai letto un libro, ma per fantasticare i libri non servono. Di notte guardavo le stelle e cercavo di contarle. Di giorno guardavo i pesci spada che saltavano nel mio mare, e pensavo che mi sarebbe piaciuto essere un pesce o un uccello, per stare nel mare grande o nel cielo immenso.

Mio padre mi raccontava la storia di Colapesce, il picciottello che sapeva rimanere sott’acqua e che ora tiene sulle spalle una delle colonne sulle quali si regge la Sicilia. Mi faceva pena saperlo là sotto, tutto piegato per farci camminare su questa nostra isola. Ma a quel tempo, quasi manco sapevo che la Sicilia era un’isola.

Mi chiamo Annunziata, non è un nome che mi piace molto. Ma è il mio nome, e ormai mi ci sono affezionata. Avrei preferito chiamarmi con uno dei nomi delle mie amiche. Nomi pieni di aria e di colore: Violante, Xuri, Florella, Contissa, Gratiosa, Margarita, Allegranza, Cara, Diamantes, Granata, Letitia, Luna, Millefiori, Palma, Ricca, Fiordivilla, Filigrana. Ai tempi miei in Sicilia questi erano i nomi delle bambine che poi si facevano donne. Ma qualche tempo dopo, non so perché, calò come una cappa nera sulle nostre teste. E questi nomi di aria e di colori furono cancellati, altri ne apparvero: Addolorata, Crocifissa, Santa, Catena, Incatenata, Immacolata. Io era Annunziata e restai tale.

Ma forse no. Forse ti sto raccontando solo una favola bella, picciridda mia, per festeggiare i tuoi vent’anni. Nemmeno io so come mi chiamo, come mi chiamavo, anche se tutti ormai mi conoscono come Annunziata. Ma è passato tanto, tantissimo tempo.

Ricordo però che era la domenica delle Palme e, come si usava ai tempi miei, andavamo in processione, con le vesti di Gesù e della Madonna, per mettere in scena la Passione di Cristo. Quell’anno scelsero me per impersonare Maria. Avrò avuto sì e no sedici anni, meno di quelli che avrai tu quando leggerai questa lettera che viene da così lontano, così vicino. Andavo per strada tutta seria, il ramo di palme intrecciate in un mano, la mantella azzurra sulla testa. Tra la folla che seguiva la processione c’era un ragazzo, lo conoscevo perché era del mio quartiere: mi guardava. Ma io abbassavo gli occhi, per non incrociare i suoi, perché sapevo che sarei arrossita, confusa e spaventata, e magari sarei inciampata davanti a tutti.

Qualche tempo dopo, venne a casa di mio padre un signore molto elegante. Doveva essere ricco, aveva vestiti costosi. Parlò con mio padre. Stavo ricamando qualcosa al tombolo. Capivo che parlavano di me, perché mio papà mi osservava preoccupato e titubante. L’uomo dopo lungo parlare doveva averlo convinto perché papà abbassò la testa. L’uomo mi si avvicinò. Stavo per alzarmi in piedi, ma fece un gesto perché rimanessi seduta. Mi osservò a lungo. Poi disse: è perfetta.

Nei giorni successivi venne a casa nostra portandosi dietro una tela, pennelli e colori. Mi chiese di restare seduta, ferma. Mi fece indossare la mantella azzurra, quella delle feste che avevo usato nella domenica delle Palme. E mi mise davanti un libro. Forse proprio in quei giorni maturò dentro di me la convinzione che dovevo imparare a leggere, perché avrei voluto sapere che libro era, cosa significavano quei caratteri neri sulla carta bianca.

“Bianca campagna, nivura simenza: l’omu chi la fa, sempri la penza”. E’ un indovinello sulla scrittura che mi insegnò il signor Antonello, quell’uomo elegante che faceva il pittore e mio padre diceva che era ricco, rispettato e aveva girato il mondo. Il signor Antonello, non so quale fosse il cognome, parlava poco, come me. Dipingeva e la sera i suoi aiutanti portavano via la tela. Me la fece vedere solo a lavoro finito. Restai un po’ delusa: mi aveva disegnata un po’ triste. A me invece piaceva ridere.

Da allora sono Annunziata. Del resto della mia vita, fuori dal quadro di Antonello non ricordo molto. E’ passato troppo tempo. Ma ho visto moltissime cose.

Ho visto cose belle e cose brutte. Ho visto ragazze mandate al rogo come streghe e fattucchiere. Ho visto come gli uomini della mia Sicilia si sono accaniti contro le donne. E mi sembrava di vedere i volti delle sante martiri, delle madonne con il cuore pugnalato in quei capelli e carni che prendevano fuoco, straziate e massacrate.

Ho visto cambiare i nomi, come ti dicevo. Un secolo dopo essere diventata Annunziata – era la fine del Quattrocento, anno più, anno meno, per quello che contano gli anni quando la misura sono i secoli – arrivarono gli Spagnoli e portarono dietro i loro velluti pesanti, i loro drappi viola, i Cristi sanguinanti, le confraternite degli incappucciati. Calarono per mortificare le donne con nomi che sapevano di penitenza e di clausura.

Qualcuno ha detto che odoro di chiostro e di ovile. E’ vero, anche se non sono mai stata una pecoraia e nemmeno una suora. Ma della pastorella e della suora ho sempre invidiato e ammirato la capacità di una vita semplice. E certo non era facile la vita delle ragazze siciliane costrette a monacarsi o mandate a pascolare capre.

Da quando sono Annunziata per sempre ho capito quanto fosse faticoso essere donna nella mia Sicilia. Io avevo il privilegio di essere un’immagine, la rappresentazione di un sentimento di stupore e di attesa. Ma là fuori era terribile per molte donne. C’erano anche le duchesse, le principesse. C’era pure la moglie del viceré. E camminava in carrozza, magari in carrozza andava a vedere gli autodafé dove si portavano al supplizio le donnine del popolo. Mi dissero che ce ne fu una, la chiamavano la vecchia dell’Aceto che vendeva veleno alle mogli che volevano liberarsi dei mariti. Un’assassina, sicuro. Ma come doveva fare una donna a liberarsi da un marito non voluto, non desiderato, detestato?

Ma questa, cara picciridda, sono storie brutte, vecchie di secoli. Adesso, da dove sto, in una sala del palazzo Abatellis a Palermo, vedo passare davanti ai miei occhi (guardo, guardo, ma faccio finta di guardare altrove) le ragazze di oggi e ne vedo il coraggio negli occhi, la parlata pronta, la posa spavalda. Sono queste le siciliane che mi piacciono. Ma amo anche le timide, un po’ riservate che parlano poco, proprio come me.

Cara picciridda che avrai vent’anni tra vent’anni voglio farti un regalo. L’unico che posso farti. Raccontarti che la Sicilia è fimmina. E raccontarti le storie di tre donne che in qualche modo ho conosciuto, per quanto una madonna dentro un quadro può conoscere il mondo. Tre donne di Sicilia da portare con te, per sapere da dove vieni.

La prima era una ragazzina di famiglia nobile, ne sentirai parlare. Si chiamava Rosalia Sinibaldi, visse e morì molto prima di me, quando in Sicilia c’erano i normanni. Santuzza ed eremita, fece il miracolo di salvare Palermo dalla peste. Qualcuno non ci crede, ma non importa. Quattro secoli dopo la sua morte, furono trovati i suoi resti su monte Pellegrino, portati in processione e il morbo che nel 1625 aveva ucciso migliaia di persone si placò. Saprai che ogni anno, Palermo ricorda quel miracolo con il festino per Rosalia.

Magari qualcuno non ci crede, ma resta il fatto che la Sicilia e Palermo spesso tornano a invocare quella ragazzina con la testa ornata di una coroncina di rose per essere salvate. Dalla peste, dalla mafia, dal terremoto, dalla disperazione. Ci sarà sempre qualcosa da cui essere salvati. E sarà sempre una picciridda, che ha più o meno l’età che avevo io quando diventai immortale nel quadro di Antonello, a dare speranza. Perché in questa Sicilia di luce e di lutto, di ferocia e di morte, solo le donne portano vita. Questo dice il quadro di Antenello da Messina, questo dice il mio sguardo: una donna alla quale hanno appena annunciato che porta dentro un miracolo. La vita stessa non è miracolo?

Non ti racconterò di Angelica, figlia di Galafrone, re del Catai. Saprai un giorno che è la donna contesa tra Orlando e Rinaldo, cugini e rivali per amore. Ma che c’entrano i paladini di Francia con la Sicilia? Quante volte, nel quartiere della Kalsa di Palermo dove ormai abito da molto tempo, ho sentito i cunti dell’Opra dei pupi, ho sentito lo sferragliare di spade dei combattimenti, ho sentito il suono delle teste di legno che cadevano giù sulle tavole del palco. La mia vita di Annunziata a volte è monotona:  le voci dei pupari che salivano dai vicoli mi hanno fatto compagnia.

Non volevo essere Angelica, sono già Annunziata. Ma fremevo a sentire la storia di Bradamante, sorella di Rinaldo, cugina di Orlando, guerriera armata di spada, i capelli raccolti sotto l’elmo, capace di sterminare i nemici e di abbattere terribili giganti. Il fragore della sua armature, dei colpi delle sua spada, mi scuotevano nel profondo. Ma sotto quella corazza c’era una donna, innamorata di un re pagano, Ruggiero, pazza di gelosia a sapere che quell’uomo si stava innamorando di un’altra. Confesso, ho sognato di essere Bradamante. Perché così sono le donne siciliane: guerriere anche nell’amore, perché quando vogliono sanno vincere i pregiudizi, superare gli ostacoli. Picciridda bedda, ricordati di essere un po’ Bradamante nella tua vita: la spada per vincere le avversità, il cuore per riconoscere la verità.

Vecchie storie, vecchie leggende, penserai tu, cresciuta nel mondo che non crede più alle favole. Ti racconterò allora di una donna di Ragusa, né principessa né santa, ma guerriera. Si chiamava Maria Occhipinti e nel 1944 lottò per non far partire dalla Sicilia  tanti giovani chiamati a combattere in un esercito che aveva già perduto la guerra – quella guerra, sento ancora il boato delle bombe che cadevano sulla città e sventravano case, vite e palazzi. Maria si gettò davanti alle ruote di un camion carico di ragazzi reclutati a forza: era incinta di cinque mesi. Finì in galera, fu mandata al confino nell’isola di Ustica. Per il resto della sua vita, come Bradamante, continuò a combattere per liberare le donne da ogni schiavitù. Lo fece con la spada e con la penna, scrivendo della sua vita.

Come vedi, picciridda mia che avrai vent’anni tra vent’anni, essere donne di Sicilia significa portarsi dentro il dolore e il coraggio di tante altre donne. Sono sicura che vivrai bene, che sarai più libera e più forte di noi tutte. Ci incontreremo, da qualche parte e in qualche modo. Te lo prometto.

Molti si chiedono dove si posi il mio sguardo, puntato fuori dalla tela di Antonello da Messina. E’ una domanda che non ha risposta. E’ lo sguardo di chi cerca qualcosa. E’ lo sguardo di tutte le donne che sanno vedere oltre le cose materiali, al di là delle apparenze. Fallo tuo. Ti aiuterà  a diventare una donna di Sicilia. Non è facile, ma è magico.

 

 

2 Commenti

  1. Mariangela Mattina

    Straordinario racconto.
    Gaetano sei un grande.

    Rispondi
  2. Giudice Lucia Rita

    Bel racconto…questa è la Sicilia.

    Rispondi

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LA STANZA DELLO SCIROCCO di GAETANO SAVATTERI. Giornalista e scrittore. Pensieri, appunti e note sulla Sicilia e sui siciliani.

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