Caluzzeddra, fine di una “pena grande”

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Racalmuto. Se ne è andata la signora Calogera Borsellino, da tutti conosciuta col nomignolo di Caluzzeddra. La storia di una mamma scossa dalla tragedia del figlio, morto nel ’64 a causa di un ordigno bellico dimenticato dopo la guerra, scambiato per giocattolo.

Appresa la notizia della scomparsa della signora Borsellino, per tutti noi amichevolmente “Caluzzeddra“, mi sono subito ricordato di una email inviatami nel novembre del 2018 da un garbato intellettuale giovane racalmutese che vive in Portogallo, conosciuto a casa di amici. Edoardo Chiarelli, un ragazzo sensibile e brillante con la passione del liutaio, sempre alla ricerca dell’acero migliore con cui realizzare i suoi violini. Un passatempo coltivato grazie alla sua spiccata manualità con il legno e non solo. Tra un complimento ed un altro rivolto alla mia passione per la rima e il ricordo del suo stimato professore delle superiori, il poeta Alfonso Scimè, Edoardo mi chiese di uno scritto dedicato a mio nonno, mitragliato per errore alla tenera età di 33 anni, nel corso dello sbarco anglo americano del luglio 1943. Una brutta pagina di dolore raccontata da Leonardo Sciascia in più di un libro.

Eduardo Chiarelli

Ci unì subito quel triste ricordo, visto che anche il nonno di Eduardo aveva rischiato di fare la stessa fine del mio, essendo stato scambiato dagli alleati per un fascista per via di una camicia nera indossata a causa di un grave lutto. Dalle vittime innocenti della guerra il passo fu breve per ricordare la storia di cui avevamo sempre sentito parlare in paese, ossia la perdita della ragione di una mamma provocata dalla morte del giovane figlio, causata da un ordigno bellico dimenticato dopo la guerra, scambiato per giocattolo.

E cosa poteva fare una mamma per amore del proprio figlio defunto contro natura se non impazzire? Alla mia considerazione che forse un giorno sarebbe stato giusto dedicare qualche spazio in paese a quella mamma dilaniata dal dolore, in ricordo di tutte le mamme; il mio amico mi stupì dicendo che aveva ricostruito la vicenda di quella “pena granni“, grazie alla nonna compagna di scuola della signora Borsellino, e che avrebbe gradito io leggessi. Michelangelo non me ne voglia, ma secondo me, la Pietà aveva occhi da pazza, esordi Edoardo. Il sole non era ancora sorto, e già per le vie del paese, una figura surreale, con voce roca cantava: Buttana di to má ngalera sugnu, senza aviri fattu na macula di dannu.

Così una voce furiosa e straziante, rimbalzando rabbiosa contro le mura di pietra e gesso, gridava al mondo, tutto il suo dolore. Era Caluzzeddra che seguita da un paio di cani, avanzando a larghi passi, cantava a squarciagola nell’aria ancora fredda del mattino. In paese il suo è un nome molto conosciuto, ieri come oggi sentendolo pronunciare si pensa subito a lei, alla sua triste vicenda. Questo perché nei paesi, così come nelle le famiglie, esistono codici formati da parole, nomi, modi di dire, che solo coloro che ne fanno parte associano agli stessi luoghi, persone o avvenimenti. Era conosciuta da tutti per via della vita disordinata che conduceva, e soprattutto per il suo linguaggio irriverente, sguaiato ma ironico.

Vomitava tante di quelle parolacce, accompagnandole con gesti osceni, da far accapponare la pelle. Inveiva, imprecava e bestemmiava senza sosta, contro creatore, santi, monaci e parrini, e udendo quel turpiloquio, le persone che si trovavano nei paraggi sospirando proferivano frasi come: Diu ci ni libbira Signuri! Oppure: La morti a crupiecchiu d’oru!  Ma Caluzza non udiva nessuno, o per lo meno così sembrava. Aveva perso tutto, senno compreso, ma aveva guadagnato una libertà che nessun saggio potrà mai vantare! Non la vidi mai soffermarsi né parlare direttamente con qualcuno, quando le rivolgevano la parola, raramente rispondeva, e se ciò accadeva, replicava sempre con frasi incoerenti e prive di senso. Ricordo ad esempio che una volta con mia nonna la incontrammo per strada, pioveva, e al contrario nostro che avevamo l’ombrello, lei la pioggia se la prendeva come il cielo la mandava.

Giovanni Salvo

Con mia nonna erano coetanee, e per alcuni anni erano state vicine di casa, cosi con le lacrime agli occhi, le disse: Caluzzé vatinni intra, ma chi è vita la tó? A queste parole Caluzzeddra si fermò, e vedendo il suo viso scarno rabbonirsi, pensammo che l’avesse riconosciuta, così restammo con il fiato sospeso attendendo una risposta, ma tenendo lo sguardo fisso su un basolo, come era suo solito glissò dicendo: Há! si nun avissi statu pi lu luci, a st’ura avissi murutu!
Pietà e compassione, questo provavano per lei le persone, ma lei di tali sentimenti non sapeva che farsene ormai. I soldi del marito ciabattino non bastavano per crescere i figli e da giovane aveva lavorato in casa di una famiglia benestante. Guadagnava poco, ma non se ne lagnava, a differenza dei braccianti che lavoravano nei campi, il suo non era un lavoro stagionale, e meno male!

Perché l’inverno del 1953 rimase nella memoria di tutti, come il più piovoso di sempre. Piovve per sei mesi di fila e i contadini riuscirono a metter piede nei campi solo dopo la festa del Monte. Fu proprio nel mese di febbraio di quell’anno che il suo Eduardo nacque. Eduardo, o Ririddru come amava chiamarlo lei, era di statura bassa per la sua età, aveva grandi occhi neri che sorridevano sempre e un visino sveglio e intelligente. Aveva braccine e gambette molto magre e nervose, nella corse con gli altri bimbi arrivava sempre per ultimo, la colpa non era sua ma di quelle orribili scarpacce americane. La sua mamma gliele aveva comprate usate, di “sichinienza”, come dicevano in America di “second hands”, in un negozietto che le vendeva a buon mercato. Lo aveva condotto nel punto vendita una mattina tenendolo per mano, e scendendo verso la piazza per tutto il tragitto aveva ripetuto: “Se aspettiamo che te le faccia tuo padre un paio di scarpe nuove, possiamo star freschi come le rose!”. Provandosele il bambino aveva protestato, dicendo che erano troppo grandi per lui, ma non aveva fatto in tempo a terminare la frase, che un coro di donne che in quel momento si trovavano nel negozio, solidali con la madre replicarono: Meglio grandi che piccole! Li piedi criscinu!

Uno scorcio di Racalmuto visto dal “bastione”

Una caldissima giornata di Agosto del 1964, Ririddru giocando come sempre insieme ai suoi due cuginetti vicino casa, scorse in un cortile, proprio a ridosso del grande bastione che sovrastava il paese, una scatola buttata li da chissà chi. La presero, e alzandola rimasero a bocca aperta nel constatare che era incredibilmente pesante. Abbiamo trovato un tesoro pensarono i bimbi, ma anche se non si fosse trattato di “marengni d’oro” di certo avrebbero potuto giocarci per il resto della giornata. Così con fare circospetto i piccoli complici, per non dividere con altri il loro tesoro, s’infilarono dentro una casa semi diroccata e disabitata, che si trova di fronte al bastione, proprio a due passi dove oggi c’è la Fondazione Sciascia. E cosi al riparo da occhi indiscreti, riversando il contenuto del sacco sul pavimento del pianterreno, scoprirono con delusione che non si trattava di denari o di altri oggetti preziosi, ma di strani cilindri di ferro scuri che non avevano mai visto prima d’allora.

Forse si, però? Pensandoci bene, un giorno i Carabinieri a scuola gli avevano mostrato delle immagini dove c’erano rappresentati oggetti simili, e in quell’occasione gli raccomandarono pure, che se si fossero imbattuti in cose del genere, di non toccarli e di avvertirli immediatamente. Ririddru che come tutti i bambini era curioso, e che forse un giocattolo vero e proprio non lo aveva mai posseduto, non seppe resistere alla tentazione. Così con i due cuginetti, figli di un orologiaio, i quali avevano visto il loro papà smontare migliaia di volte cipolloni e sveglie, non si fecero scappare l’occasione di imitarlo tentando di aprire quei cilindretti. Dapprima con le mani, ma niente da fare; quando gli adulti stringono qualcosa con le loro manacce!, mugugnò uno di loro trai denti. E cosi irritato Eduardo, afferrandone uno, cominciò a sbatterlo con forza contro il pavimento di terracotta, e…

I primi ad accorrere sul luogo della tragedia si trovarono davanti una scena che non avrebbero più dimenticato per il resto della loro vita. Due corpicini completamente nudi giacevano a terra ancora ansimanti, svestiti per via della forte esplosione. Uno di loro è sopravvissuto, ma Ririddru no! Insieme al piccolo morì pure la pazienza e la ragione di Caluzzeddra. Questi cedette il posto ad una persona diversa, disperata a tal punto da farle dimenticare persino gli altri quattro figli. Ecco perché bestemmiava, con gli occhi sbarrati e le bave alla bocca!
Ed ecco perché molte notti, invece di ritornarsene nel suo dammuso, rimaneva a dormire sorridente sulla nuda pietra del sagrato di una chiesa, sperando forse che il cielo le facesse la grazia.

Povera donna! Al contrario del figlio la sua doveva essere una vita molto lunga, che gli pesava. Qualche anno fa, una forte artrosi non permettendole più deambulare, la costrinse ad accettare l’ospitalità dell’unico figlio che vive a Racalmuto. Ultranovantenne – è morta ieri all’età di 95 anni – ha vissuto con la famiglia del suo figlio Calogero in una casa confortevole, amorevolmente accudita e circondata dall’affetto di nipoti e pronipoti. Non gridò più, le sue giornate passarono fissando un punto lontano. Aspettando così la fine di una pena grande.

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5 Responses to Caluzzeddra, fine di una “pena grande”

  1. rinallo tommaso Rispondi

    13/03/2019 a 12:12

    Bellissimo e commovente. Posso aggiungere solo una precisazione: con mia madre, essendo sua vecchia vicina di casa, ogni tanto si soffermava a parlare, rimanendo, però, davanti la porta, non volendo mai entrare dentro ed accettando solamente un bicchiere d’acqua. Che riposi in pace.

  2. Angelo Scimè Rispondi

    13/03/2019 a 14:00

    Eravamo spesso insieme perché quelli erano , e sono, miei amici. Ero insieme a loro, c’era anche Salvatore Sferrazza Papa (da allora Totu Bumma) , stavamo andando a giocare sotto i bastione quello difronte casa mia, che porta in via Asaro. Mia mamma, sempre protettiva , mi gridò di tornare subito indietro altrimenti me la dovevo vedere con mio Padre la sera quando tornava da lavorare.
    Incavolato tornai indietro e loro andarono a giocare , mezz’ora dopo sentimmo lo scoppio.
    So solo che Caluzzeddra ci ha voluti sempre bene . Con mamma era sempre speciale è sempre chiedeva di noi . Ciao Caluzzeddra.

  3. Roberto Salvo Rispondi

    13/03/2019 a 15:14

    Potevano essere le 13,00 al massimo le 13,30. Ero a tavola con la mia famiglia con il piatto in mano in attesa di essere servito, quando sentimmo un fortissimo botto. Qualcuno disse: “una bombola, è scoppiata una bombola”. Tutti si precipitarono al balcone mentre io presi la via delle scale e uscii di casa. Abitavo in via Marco Polo a poche centinaia di metri da quella viuzza che sbucava in via Asaro. Fui tra i primi ad arrivare in quella catapecchia senza porta davanti alla casa della famiglia Schillaci. Quello che si riusciva a vedere era raccapricciante, un corpo di ragazzo completamente nudo e sporco come se si fosse immerso nell’olio esausto delle macchine. Ansimava con le spalle a terra e il ventre che si muoveva su e giù, poi fortunatamente arrivarono i carabinieri che ci mandarono via. Tanti anni sono passati, ma quelle dolorose immagini non le ho mai dimenticate.

  4. lillo Sardo Rispondi

    13/03/2019 a 22:01

    Bravo Giovanni una bellissima e commovente descrizione,una piccola precisazione, io avevo appena 10 anni e spesso quando da via roma c/le Solferino dove abitavo andavo a casa di mio nonno mi imbattevo in quel cortile che da via Asaro sbuca in via maggiore medico Restivo. Era un angolo pieno di immondizia è li che ririddu ha trovato la morte.
    Per noi ragazzi è stato un giorno atroce
    Grazie Giovanni per aver ricordato con intelligenza e dovizia di particolari una mamma: “Caluzzedda”
    Che riposi in pace.

  5. Lillo Farrauto Rispondi

    14/03/2019 a 18:48

    Ciao Caluzza. Le notti saranno più povere senza le tue canzoni folli e stupende. Urlavi alla luna. Urlavi dolore, rabbia e libertà. Come ogni randagio. La tua vita senza pace. Poesia pura, che mancherà alle notti di questo paese senza memoria e senza anima.

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