Caffè, granita, sigarette

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Dalla Noce a Racalmuto: viaggio dentro le abitudini di un grande scrittore. Carmelino Rizzo, la campagna d’estate e l’acqua della sorgente di Ficamara. I ricordi di un bambino di ieri, immagini indelebili che raccontano la semplicità

Leonardo Sciascia con Carmelino Rizzo e altri amici in un bar di Racalmuto. 1986. Foto di Pietro Tulumello

Il racconto della giornata tipo accanto al mio caro zio Carmelino Rizzo e poi giornalmente i meravigliosi incontri con un amico grandioso, come Leonardo Sciascia, non si possono ridurre alla banale cronaca della quotidianità, ma necessitano un preambolo che per me è sempre stato la vera poesia della Noce.

Il racconto di quella bellezza quasi surreale, passa dal risveglio mattutino spesso dettato dalla voce del caro Nicuzzo Patito, che con il suo mulo scendeva fino all’abbeveratoio di Ficamara per fare scorte di acqua potabile, o dagli zoccoli e dal nitrito della bellissima “Gina”, la splendida cavalla che ogni giorno portava da Racalmuto alla Noce il mezzadro. Calogero Rizzo (U’ Zi Caliddu). Ma soprattutto, quella bellezza, passa per i profumi indimenticabili di ortaggi e frutta che la mattina presto si andavano ad innaffiare e che poi avrebbero arricchito copiosamente le nostre tavole. Un vagare tra il fascino di vigneti e mandorleti che su di me avrebbero lasciato un’impronta indelebile ed un amore folle, visto che oggi mi ritrovo ad essere stato eletto tra i dieci Ambasciatori del brindisi italiano nel mondo, per avere creato ormai quasi venti anni fa un Festival sul vino e sulla musica. Ma la Poesia della giornata tipo della Noce, in ogni caso partiva sempre la sera prima.

Sì, perché l’ora del crepuscolo alla Noce assumeva ed assume ancora oggi, un connotato magico. In quegli anni, la quotidiana passeggiata nella stradella di casa Rizzo, con il professore Sciascia e la signora Maria (che dal cancello arrivava fino all’antica dimora o che poi girava sotto il grande caccamo) si sviluppava nel tardo pomeriggio. O addirittura, quando io ero proprio bambino, nella freschissima penombra della sera. mentre il nostro parlare si faceva lento e sussurrato per non disturbare il canto metronomico dell’immancabile allocco (U’ Cuccu), che poi diradandosi ci avrebbe accompagnato fino a quando non andavamo a letto. Quando invece con lo Zio Carmelino facevamo la passeggiata dopo cena, il nostro cammino lungo la stradella era orientato dalla luce verdastra, fosforescente e rassicurante di centinaia di deliziose lucciole, mentre la frescura sempre più intensa della notte, favoriva l’espandersi di inebrianti profumi di fiori e resine e dava ancora più eco, in quel grande silenzio, all’incessante scorrere dell’acqua dell’abbeveratoio di Ficamara, o della vasca di raccolta posta sotto il grande gelso, ove il fragoroso silenzio veniva interrotto dal gracidare di numerose rane.

La mattina dopo (da bambino fin da Maggio in Casa Rizzo e poi da ragazzo a casa mia, con la mia famiglia) adoravo svegliarmi e trovare sul tavolo della cucina le pesche, i gelsi neri o le primizie di fichi (le famose “bifare”), che la mattina molto presto aveva raccolto lo zio Carmelino. A volte anche io mi immolavo in quelle stupende raccolte, ove quei frutti ovviamente si mangiavano appena staccati dall’albero ed ancora bagnati dalla fresca bruma mattutina. Poi si facevano le dieci del mattino, il sole cominciava a farsi caldo e lo zio Carmelino mi esortava a prepararmi perché intorno alle 10,30 saremmo partiti per andare a Racalmuto, senza però prima non avere fatto sosta a casa Sciascia, per prendere il grande Leonardo e dare vita a quell’uscita che più che altro era un rito solenne e meraviglioso, che coinvolgeva: luoghi, persone, sapori e tradizioni.

Quasi ogni giorno, dopo le 10,30, un semplice colpo di clacson ed il volto sorridente della signora Maria ci accoglieva sull’uscio di casa Sciascia… Leonardo sarebbe sceso da li a pochi attimi. In quel momento infatti, io e Carmelino Rizzo eravamo gli unici autorizzati a fargli staccare le dita dalla sua preziosa Olivetti Lettera 22, dove in quel momento si stavano elaborando pagine di qualche nuovo fantastico libro o articoli di stampa che avrebbero animato il dibattito italiano, e che da li al pomeriggio lo stesso Sciascia sarebbe andato a comunicare alle più importanti redazioni dei quotidiani italiani, raggiungendo il telefono pubblico della Contrada, posto in uno sgabuzzino di casa Cavallaro.

Lungo il tragitto per Racalmuto, c’era ovviamente spazio per almeno una sigaretta, tanto poi appena arrivati in paese e dopo avere posteggiato nelle adiacenze del Collegio, la prima tappa sarebbe stata quella del Tabaccaio Fantauzzo, per comprare i quotidiani e due pacchetti blu delle francesi Gauloises o di Benson&Hedges. Davanti il tabaccaio, il bar dell’incredibile ed irripetibile Benito Parisi. Negli stretti spazi di quel piccolo tempio di antica sicilianità, iniziava il solenne rito quotidiano fatto di incontri, sorrisi, aneddoti e sontuosa sensazione di benessere. Il caffè di Benito qualcosa di sacro, che Sciascia degustava fino all’ultima goccia… anche per non incorrere forse nei mugugni esilaranti dello stesso Benito Parisi, che nel frattempo era alla perenne ricerca di non si sa quale stazione, smanettando sulla manopola della sua vecchia radio. Sciascia sorseggiava quel caffè caldissimo lentamente, conscio anche lui di un rito quotidiano che si stava consumando ed accompagnato ovviamente da un’immancabile sigaretta.

Il Professore amava ascoltare gli interventi di qualche amico che si affacciava simpaticamente ai piccoli tavoli interni del Bar, mentre io e lo zio Carmelino (raramente anche lo stesso Sciascia) godevamo della famosissima e decantata granita di limone, accompagnata da profumatissime brioches e sotto gli occhi dei giovanissimi figli di Benito, che ancora oggi perpetuano sapientemente quei sapori di Rosario Parisi. Un accavallarsi di riti, quindi, sociali, gastronomici, di costume. Sì, perché poi saremmo usciti dal Bar Parisi accompagnati da qualche altro amico che si univa al gruppo che si era formato e che, attraversando il corso come una processione religiosa, salutava meravigliosi personaggi che sostavano negli angoli della piazza o che erano affacciati ai balconi del Circolo Unione. Gli incontri e gli amici si moltiplicavano fino ad arrivare alla putìa di Ferlisi, davanti alla Chiesa Madre, da cui fuoriuscivano inebrianti odori di sudanti formaggi siciliani e spezie di ogni tipo, abbandonate spesso davanti l’ingresso della stessa putìa.

Mentre Carmelino Rizzo e Sciascia si adoperavano per l’acquisto di alimenti e varie, ecco che talvolta dalla stessa Chiesa Madre appariva la sagoma del Reverendo Alfonso Puma. Un grande sorriso, una grande stretta di mano e qualche minuto perso per raccontare aneddoti e fatti di politica e di cronaca del paese. Anche in quel giorno si stava consumando un rituale degno dei più famosi film di Pietro Germi. Mancavano solo il sindaco ed maresciallo dei Carabinieri. Ma spesso, magari tornando indietro per riprendere la macchina, avremmo incontrato anche quelli .

Leonardo Sciascia con la moglie alla Noce. Foto Pietro Tulumello

Rimaneva solo da comprare quel profumatissimo pane scuro, fatto con il grano di quelle generose campagne e di tornare prima possibile alla Noce, perché il sole stava raggiungendo le ore canicolari. Erano ormai le 12,30 e si stava tornando a casa. Ci si dava appuntamento per il tardo pomeriggio, perché dopo le 18,00 Sciascia e la signora avrebbero fatto la loro quotidiana passeggiata per raggiungere ancora una volta casa Rizzo, dove gli amici della Noce ogni sera si riunivano, per dare vita ad uno stupendo salotto al quale si univano altri amici e spesso grandi artisti e letterati, provenienti da ogni dove.

Intorno alle 21, sarebbe stato poi onere, ma soprattutto grande onore del sottoscritto (che già da ragazzino guidava molto bene “abusivamente” la macchina, tra le strade di campagna) accompagnare Leonardo e Maria Sciascia fino alla loro dimora, avendo l’opportunità di godere di qualche pensiero o aneddoto di fine serata di quel Maestro di Regalpetra e di sviluppare con lui un rapporto fantastico, che si è poi reverberato in tante cose. Ritornando a casa, sereni pensieri e riflessioni dettate dagli insegnamenti di Leonardo Sciascia, sarebbero state accompagnate, come la sera prima, dal canto del cucco e dalla luce delle lucciole.

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    Filippo Grillo Rispondi

    16/08/2020 a 14:55

    A Racalmuto, da bambino, mi potevo concedere anche tre o quattro coni alla granita, fatta di limoni pregiatissimi. Si cominciava con il fatidico cono di…cinque lire! Come usava dire: “Poveri e felici”, a nostra insaputa, oppure no…

    Dr. Filippo Grillo

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