Buttati in mare, nascosti, dimenticati. Ma poi tutto riaffiora. Inesorabilmente

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Il mare, la plastica e la metamorfosi

Foto da internet

I pescatori del mare di Livorno dicono che nelle reti si trova sempre almeno il 10% di plastica. Il progetto della Regione Toscana ‘Mare pulito’ aiuta i pescatori a consegnare la plastica, che altrimenti sarebbe ributtata in mare oppure consegnata, ma con costi e tempi svantaggiosi per loro, a un centro di smaltimento o di riciclaggio. Sì, perché in Europa, non solo in Italia, non c’è una legge che affronti questo problema. Di conseguenza la plastica trovata nelle reti da pesca è responsabilità del pescatore. Questo la dice lunga sulla sensibilità europea in tema di smaltimento dei rifiuti e nella fattispecie della plastica. Comunque sia, il progetto toscano, portato avanti dall’assessore Vittorio Bugli e dal team da lui coordinato, merita un plauso, ed è stato fatto proprio dall’Unione Europea.

Il governo italiano si è fatto carico di presentare in parlamento una legge in tal senso. Al di là delle questioni e delle mobilitazioni generali, sacrosante e decisive per scuotere l’opinione pubblica, di sicuro la lotta contro l’inquinamento e per un ambiente pulito acquista forza e concretezza nei progetti e nelle azioni specificamente mirate a fermare il disastro. Inutile ricordare ciò che è stato trovato di recente nel mare tra Piombino e l’Isola d’Elba.  La fotografa Laura Lezza al Festival Internet di Pisa ha mostrato alcune sue foto di oggetti di plastica recuperati dal mare. Sembrano opere d’arte contemporanea e invece no, non lo sono. Si tratta di oggetti di plastica, contenitori, come ve ne sono milioni o miliardi che vengono prodotti, venduti, usati e poi buttati nella spazzatura e poi in mare. Sono oggetti d’uso quotidiano che con il tempo si trasformano, mutano, diventano parte dell’habitat e della biosfera, ma non nel senso che stanno lì depositati a ondeggiare dondolati dai lievi flussi del mare, bensì in quello ben più inquietante di una lenta metamorfosi causata dai rapporti con microorganismi che vi si attaccano, li fanno diventare la loro nicchia, facendo iniziare poi una strana e pericolosa catena alimentare che contiene in modo integrato la plastica.

Alfonso Maurizio Iacono

Mostri? Creature? Ibridi? Sono oggetti che definirei perturbanti, nel senso dato da Freud a questa parola. Essa in realtà traduce il tedesco unheimlich, termine complesso e ambiguo. Esso contiene heim che significa familiare, focolare, insomma il corrispettivo tedesco dell’inglese home, ma anche il prefisso un che denuncia ciò che è sinistramente estraneo proprio nel bel mezzo di ciò che è familiare e rassicurante. Sono oggetti normali, contenitori abbandonati, apparentemente innocui. E invece no. Collaborano alla metamorfosi del mare che li accoglie e li usa ma a grave pericolo per gli esseri viventi e, in particolare, per il genere umano. Se è vero che, come dice Donna Haraway, gli oggetti sono storie congelate, quali vicende affiorano nel contenitore di detersivo, ammaccato, modificato, ancora riconoscibile nella sua passata identità? Ora è diverso, accarezzato da piccoli esseri viventi che lo stanno cambiando, andando a formare una bizzarra simbiosi tra organico e inorganico, tra naturale e artificiale. E poi vi sono oggetti che non possono più essere riconosciuti e diventano forme quasi senza contesto e dunque quasi senza senso o significato, pure forme variopinte. Non più merci da esporre ai supermercati ma quasi non più oggetti, forme quasi pure che tuttavia celano l’elemento perturbante, l’ibridazione mostruosa nell’incontro con la vita. Lattine di birra, bottiglie d’acqua, tubetti di dentifricio, bicchieri, palloni di calcio, accartocciati, schiacciati, appiccicati a gusci e a conchiglie. Buttati in mare, nascosti, dimenticati. Ma poi tutto riaffiora. Inesorabilmente. Tutto muta. Incessantemente. E’ ora di darsi da fare. Lo è da troppo tempo ormai.

Da Il Tirreno

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