Buonanotte Fondazione Sciascia, la vittoria dell’immobilismo

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CULTURA. Il metodo di estromissione di Felice Cavallaro dal Cda della Fondazione Sciascia svela un vizio: trincerarsi dietro un cavillo formale per commettere una scorrettezza personale e istituzionale. La nuova giunta di Vincenzo Maniglia sceglie la strada burocratica per risolvere il conflitto interno. Mancanza di coraggio e nessuna assunzione di responsabilità. Sacrificato, senza nemmeno un grazie o una spiegazione, il consigliere che in questi anni aveva cercato di smuovere le acque morte della Fondazione

Bene, Felice Cavallaro è stato fatto fuori dalla Fondazione Sciascia senza alcuna spiegazione, senza un assunzione di responsabilità politica, con un gesto cafone e meschino (come è stato spiegato su questo giornale). Il caso è chiuso, Nino Catalano e Salvatore Fodale – i generi di Sciascia, consiglieri vita natural durante – adesso sono stati liberati da colui che con qualche dispregio è stato colpevole di “attivismo invasivo”. La pace torna a regnare nel Cda della Fondazione Sciascia. La pace, il silenzio e l’immobilismo del passato.

A una prima occhiata, ha vinto chi avvertiva la presenza di Felice Cavallaro come scomoda e fastidiosa perchè dal 2015 Cavallaro chiedeva di aprire le porte della Fondazione, di portare a compimento la catalogazione delle lettere donate da Sciascia – sono passati venticinque anni ed ancora è in corso, una specie di biblioteca di Babele senza capo nè coda – di rendere fruibili i documenti sulla pagina internet della Fondazione. Insomma, chiedeva le cose che dovrebbe fare una Fondazione che si meriti questo nome.

Il sindaco Vincenzo Maniglia, in qualità di presidente della Fondazione e Enzo Sardo come assessore alla Cultura si sono fatti strumento docile di questi desideri. L’hanno fatto con un metodo ipocrita, spiegando che la delibera di nomina, votata all’unanimità dal precedente consiglio comunale, non è stata mai pubblicata, quindi l’elezione non esiste, quindi Cavallaro non è mai stato consigliere. Un capolavoro di formalismo capzioso, furbastro ma non intelligente.

In realtà chi ha vinto? Ha vinto la voglia di non fare niente. Ha vinto la volontà di riportare la Fondazione nelle paludi del non fare, dell’attendismo, del ci penseremo domani: vedremo, discuteremo e poi aggiorneremo il confronto alla prossima riunione. Così muore qualsiasi istituzione che invece dovrebbe essere viva e palpitante, strumento di crescita e di studio, di ricerca e di apertura, di condivisione di sapere e conoscenza. Ha vinto chi intende la Fondazione come un piccolo regno privato, inaccessibile come un fortino assediato, inespugnabile come una torre d’avorio.

Il formalismo burocratico consente anche di cancellare quello che Cavallaro ha fatto negli ultimi anni: incontri, master, giornate di studio. Finalmente, eliminato il suo “attivismo invasivo” la Fondazione potrà tornare ai suoi sonni tranquilli, le grandi sale vuote e deserte, gli archivi aperti solo ai pochi parenti e amici graditi a chi detiene le chiavi del castello e lo tiene ben chiuso. Buonanotte, e sogni d’oro.

 

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