Bufali, leoni e poesia

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Mi piacciono le storie dove si guarda con gli occhi dell’altro o dove il senso della collettività segna la vera forza della vita.

Alfonso Maurizio Iacono

E’ stata bella e importante l’iniziativa presa dal “Tirreno” sull’innovazione e svoltasi a Livorno presso i leggendari Bagni Pancaldi. Brillantissimi intrattenitori il direttore Luigi Vicinanza e il vicedirettore Fabrizio Brancoli. Abituato a collegarmi con loro quasi tutte le settimane via mail o whatsapp, li ho ammirati per la prima volta in pubblico di fronte a una attenta sala affollata. Erano di scena l’innovazione e le eccellenze della città. Sono intervenuti imprenditori di aziende di tradizione e di qualità, amministratori delegati, dirigenti di banca, ricercatori e professori, giovani intraprendenti e simpaticamente ironici. Un tentativo generoso e importante per spingere una città, Livorno, che non sta bene, che soffre di depressione, che sta smarrendo la sua pur forte identità, che non sa più se la corsa all’infradito quando c’è una giornata di sole e si va a sentire più da vicino l’odore di mare tra gli scogli, è una fuga dagli affanni e dalle preoccupazioni oppure il bisogno di riposo dopo il lavoro oppure ancora una infinita pausa di chi non studia e non lavora.

La domanda che ci si deve porre, dopo questa iniziativa, è: quale capacità di crescita complessiva della città possono dare le cosiddette eccellenze e le interessanti innovazioni? Il fatto è che le eccellenze e le innovazioni, nell’epoca della globalizzazione, possono convivere benissimo con il degrado, la depressione locali e gli errori strategici del passato. Basta guardarsi intorno nel mondo per rendersene conto. Non vi è né un automatismo, né una mano invisibile che porta le eccellenze e le innovazioni a produrre di per sé miglioramenti nel tessuto sociale complessivo. Al contrario, talvolta l’esibizione delle cosiddette eccellenze esprime una gran voglia narcisistica di mostrarsi superiori, un’élite che si compiace di sé piuttosto che immaginare il suo agire come una missione verso gli altri e il loro benessere. Un tempo amavo l’elegante balzo del felino predatore che cattura e divora la preda, poi vidi due bufali che insieme cacciarono il leone e salvarono il loro piccolo. Qualcuno mi ha detto che gli alberi, quando, nella foresta o nel bosco, uno di loro è malato, si organizzano per aiutarlo cedendo parte delle loro sostanze al fratello malato Mi piacciono queste storie dove si guarda con gli occhi dell’altro o dove il senso della collettività segna la vera forza della vita.

Penso che i risultati delle innovazioni e delle eccellenze debbano essere finalizzate al bene comune e sociale, debbano aiutare la quotidianità della vita di tutti, operando per la bellezza e per la poesia di chi si alza la mattina e desidera passeggiare nel proprio quartiere tra il verde degli alberi, il blu del mare, l’azzurro del cielo. Abituati come siamo al degrado e alla sciatteria periferica, il verde, il blu, l’azzurro diventano grigio, anche quando la natura, nelle giornate giuste, ce li dona. Qualche anno fa, a una riunione dell’azienda Kaiser, eccellenza di Livorno, a cui mi portò il mio amico chirurgo Paolo Pastacaldi, che collaborava agli esperimenti spaziali, Valfredo Zolesi disse che avrebbe voluto mettere dei fiori intrecciati ai computer. Mi piacque questo bisogno di mettere insieme tecnologia, natura, poesia. Non era una boutade.

La poesia nelle eccellenze come nei quartieri, nella vita quotidiana delle piccole cose del territorio sta nel sogno di trasformare le periferie in poleis. La parola poesia è legata al senso del fare e del formare. E’ poetico il senso che ciascuno dà alla propria esistenza immersa nella comunità in cui vive, è poetica la ricerca della qualità in rapporto al bene comune. Non dobbiamo avere vergogna di riportare la nostra vita istituzionale e politica dalla parte dei goffi bufali. Essi, per difendere i loro cuccioli, non hanno paura degli eleganti leoni e li mettono in fuga.

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