Appeso a un filo

di | 10 Ott 21

Il racconto della domenica

Giacinta Ciancimino

C’era un silenzio, in quelle quattro mura, che faceva eco alle sue giornate, ma non era un silenzio come tanti. Era un silenzio straripante di pensieri che, supplichevole, avrebbe voluto parlare per lui. Tante erano le parole che scorrevano nella mente di Alfredo. Come i bambini al suono della campana, che le maestre costringono a mettersi in fila per uno, in maniera ordinata, ma non ce la fanno, perché non vedono l’ora di sgattaiolare via da scuola e si spingono l’uno contro l’altro per finire davanti alla fila; allo stesso modo, sillabe appena accennate cercavano di farsi strada tra i sentieri del labirinto che era ormai la sua mente, talmente aggrovigliata che neanche il più valoroso Teseo, guidato dal filo di Arianna, avrebbe potuto orientarcisi.

Parole, quante parole riempivano quei silenzi, ma si spalleggiavano senza che nemmeno una riuscisse a vedere la luce. Anche Alfredo avrebbe voluto vedere la luce in fondo al tunnel, vivere la sensazione di libertà. Se solo gli fosse stato concesso.

«Ti va un po’ di tè? Fa così freddo oggi che mi andrebbe proprio tanto bere qualcosa di caldo. Alzati e vieni a farmi compagnia, suvvia», lo invitò sua moglie. Erano sposati da oltre cinquant’anni quei due, erano cresciuti insieme e insieme avevano costruito la loro vita. Giulia lo conosceva meglio delle sue tasche ormai e, se c’era una cosa che aveva imparato, era riconoscere il suo sguardo.

Era come un libro aperto e quello che stava leggendo non la rincuorava affatto.

«Fallo solo per te, non mi va. E poi… non fa molto freddo», fu tutto ciò che riuscì a dire.

Se avesse avuto uno specchio davanti a sé avrebbe potuto vedere che il suo sguardo non mentiva, né aveva intenzione di farlo. Avrebbe scorto l’immagine di un uomo semplice, con la solita fossetta scavata al centro del mento, le solite rughe sulla fronte a segnare lo scorrere del tempo – aveva ottant’anni suonati –, ma con un volto diverso, in cui non si sarebbe identificato: un velo di sconforto si era posato sulle sue labbra, incurvandone gli angoli e rendendole incapaci di sorridere ancora.

Ogni giornata era diventata uguale a quella precedente e a quella successiva: la luce che penetrava dalle tapparelle, la mattina, lo avvisava dell’inizio del nuovo giorno e lo guidava nel suo percorso verso il soggiorno, là dove ad attenderlo c’era il suo divano, da cui non si sarebbe separato fino al calar della sera. Erano pomeriggi singolari: dalla finestra si intravedevano alcuni boccioli sul terreno lasciato arido dall’inverno, apparivano come tanti ciuffi colorati nel contesto di un ambiente che di colorato aveva ben poco. Erano il tentativo, di madre natura, di suggerire un po’ di salubre freschezza e un soffio nuovo di speranza. Alfredo, però, non riusciva a rallegrarsene, perché in questo cielo limpido gravava il peso di una burrasca invernale che non mostrava alcun segno di voler andar via. Ad un certo punto, sentì il suono di una sirena. No, non era l’ora di uscire e tornare a casa dopo una lunga lezione. Non era la campana scolastica che finalmente ti lasciava andare.

Era il suono che gli ricordava il motivo per cui, invece, non era l’ora di uscire, ma era l’ora di stare a casa. Da quel giorno di un mese fa, in cui le misure restrittive erano state estese a tutta la penisola ed era stato dichiarato il lockdown nazionale, il telegiornale non faceva altro che discutere di quel nemico invisibile e dell’incremento dei contagi e Alfredo non voleva più nemmeno accendere la tv. All’inizio aveva provato a cambiare canale, a distogliere i pensieri, ma ovunque non si commentava d’altro. Da buon soldato quale era stato in passato, aveva ingoiato quel boccone amaro e, senza battere ciglio, era andato avanti, fedele in questa missione.

Ma da un po’ di tempo non viveva. Solo una cosa faceva: pensava; e più pensava, più si incupiva.

Drin drin. Un altro suono.

«Alfredo, qualcuno ti sta cercando al telefono. Vai a rispondere!» gridò la moglie.

Aveva un telefono d’altri tempi, di quelli apribili, in cui distinguere la cornetta verde da quella rossa era l’unica cosa che veramente contava. Non lo usava mai, se non per chiamare amici e parenti qualora ne avesse avuto bisogno o per ricevere chiamate. Prima, quando si poteva uscire, era solito andare alla prima messa del mattino e, rientrato a casa, lasciava il giaccone sull’appendiabiti all’ingresso; accanto, la borsetta con tutte le sue carte e, nel taschino più esterno, il suo apparecchio radio mobile. Per lui era soltanto un oggetto parlante, ma, adesso, era diventato un mezzo attraverso cui sentirsi adeso alla realtà.

Scattò in piedi, come se avesse avuto vent’anni, e si diresse verso quel suono che si faceva sempre più vigoroso man mano che si avvicinava.

«Pronto, chi parla?» rispose, come sempre. Anche se il contatto era salvato in rubrica e il nome appariva sullo schermo, lui non ci faceva caso. Che importava conoscere il nome, lui sarebbe stato pronto comunque.

«Nonno, ma come chi parla?! Sono io, Anna» echeggiò la voce dall’altro lato.

«Ciao, amore, come stai? Sono contento di sentirti».

Ogni volta che sua nipote lo chiamava, le nuvole da casa per un attimo si scostavano, lasciando il posto ad un cielo azzurro, di un azzurro tendente al grigio, mai al blu, ma più sereno. Anna lo aveva fatto diventare nonno per la prima volta: anche quel pomeriggio di venticinque anni fa il cielo era brillante, che gioia era stata. Nella mestizia di quel giorno, rappresentava il suo spiraglio di luce.

«Sto bene, ho finito adesso di studiare e ti ho chiamato. Volevo sapere tu come stai. I medici ribadiscono che se stiamo a casa andrà tutto bene. Mi manchi tanto».

«Sto, sul divano. E come vuoi che stia… Comodo, se trovo la giusta posizione», commentò il nonno.

«Nonno, hai capito cosa intendo. Lo so che per te è tutto così strano, inaspettato».

«In effetti, la posizione giusta non la trovo mai, anche se mi giro e distendo le gambe, poi le incrocio e di nuovo le distendo. Stanotte ho fatto un sogno, sai? Mi trovavo in piazza a passeggiare. Ad un certo punto ho incontrato un amico di infanzia e ci siamo stretti in un forte abbraccio; felici di esserci ritrovati, siamo andati al bar e gli ho offerto la colazione, poi abbiamo discusso per un po’ della piega che aveva preso la nostra vita da allora e di quante cose erano cambiate dall’ultima volta che lo avevo visto. Mi sono svegliato di soprassalto e avevo voglia di andare là, in piazza».

«Tornerai presto a passeggiare con i tuoi amici, nonno. Torneremo ad abbracciarci tutti».

«Ma… io non lo so se ce la faccio. Non ho più stimoli e, se non fosse che respiro, direi che non vivo. Che vita è, Anna, questa? La mia quotidianità è stata stravolta: indossare il vestito buono per uscire e andare in chiesa, vedere gli altri del paese, stringere loro la mano o dare una pacca sulle spalle per dire che avrebbero potuto contare su di me per qualsiasi cosa, dire loro che esisto.

È forse questa l’esistenza? Così, appeso a un filo», si fermò per deglutire una lacrima che nel frattempo era scesa giù per la gola, gli occhi erano umidi. «Mi sento isolato in casa, lontano da tutti i miei affetti. La notte, quando mi metto a letto, non riesco subito a prendere sonno; chiudo gli occhi serrando con forza le palpebre, ma qualche secondo dopo eccoli di nuovo sbarrati a fissare il tetto della camera. Nel buio della stanza, osservo la sagoma del lampadario: anche lui è solo, unica interruzione in una parete vuota, appeso a un filo… ma almeno serve a qualcosa: è fonte di luce.

Io a cosa servo, invece? Facevo così tante cose prima e ora… non faccio più niente. Inutile, come una vecchia bomboniera sul comodino, posata lì e dimenticata». Si interruppe di nuovo e pianse, pianse tutte le lacrime che in questi mesi aveva frenato.

Anna sentì un brivido attraversare il suo corpo. Anche se non era con lui, aveva masticato fino all’ultima briciola ogni pensiero che il nonno le aveva dato in pasto quella sera e percepiva quanto per lui ciascuno di esso fosse oneroso. Sospirò, alzò gli occhi verso l’alto e prese fiato.

E con il cuore in gola, rispose: «Nonno, il solo fatto di essere in grado di provare emozioni, di qualunque genere esse siano, ci rende speciali, ma soprattutto ci rende vivi. Lo so che questo periodo ci sta mettendo a dura prova, ma tu sei forte! Anni fa mi dicesti delle frasi che sono rimaste impresse nella mia mente: siamo anime fragili e siamo belle proprio per questo.

Fragili, come piccoli rami che tremano al vento, ma che resistono alla tempesta, perché sanno che devono farlo. Fragili rami che, tuttavia, non si spezzano.

Immagina di essere in un film. Cos’è in fondo la vita se non una sequenza di scene in cui il regista sei tu? Immagina di averne girate tante e di esserti adesso fermato, esserti messo in pausa… non perché non fossi capace di continuare, ma per raccogliere le energie necessarie per fare qualcosa di più maestoso. A volte fermarsi può essere più coraggioso di andare avanti, anche se non hai scelto tu di fermarti e ti è stato imposto. Nessun tempo è perso se lo sfrutti a tuo favore.

Verrà il momento in cui bisognerà ricominciare ad avvolgere il nastro e a quel punto vedrai che ciò che ti è stato tolto oggi sarà la tua vera ricchezza domani. Hai nonna accanto a te e sei nei nostri pensieri, anche se non ci vediamo. Sii quel ramo in mezzo alla bufera che si piega, ma non si abbatte. Io so che puoi farcela. Non sei solo».

Alfredo chiuse gli occhi e portò il telefono al petto. Aveva le sembianze di sua nipote e lo strinse forte a sé. Fu un modo per abbracciarla, nella speranza che presto potesse tornare a farlo davvero.

_______________________________

Racconto finalista al Concorso Letterario Nazionale “Raccontami, o Musa”, edizione 2021. Il concorso è promosso dalla Associazione culturale Musamusìa di Licata, presieduta da Lorenzo Alario, Presidente della giuria Raimondo Moncada. Direzione artistica Angela Mancuso. Tema dell’edizione 2021 “Noi, anime fragili”.

1 commento

  1. Lorenzo Alario

    Complimenti all’autrice di questo racconto, ritratto di un periodo che non cancelleremo mai dalla nostra memoria. Auguro all’autrice di avere sempre momenti per emozionarsi e di trovare sempre per emozionare i suoi lettori.

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