Andrea Camilleri è narrazione e la narrazione è desiderio

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La scrittura di Camilleri e i mezzi di comunicazione di massa

Andrea Camilleri

Il primo romanzo di Andrea Camilleri è Il corso delle cose, titolo tratto da una frase di Senso e non senso di Maurice Merleau-Ponty: “Il corso delle cose è sinuoso”. Si tratta di una frase che potrebbe essere apposta alle vicende della pubblicazione di questo scritto, di cui Camilleri dà conto nell’appendice al libro. Dieci anni dopo essere stato scritto e rifiutato dalle maggiori case editrici esso fu pubblicato da un piccolo editore e dopo che fu trasmessa una riduzione televisiva del racconto intitolata La mano sugli occhi. Il corso delle cose è dunque sinuoso anche per quel che riguarda la storia del rapporto tra la scrittura di Camilleri e i mezzi di comunicazione di massa. Chi poteva mai accettare una scrittura inframmezzata di parole dialettali? Ben diversamente andranno le cose dopo la grande affermazione nazionale e internazionale dei suoi romanzi, che nel frattempo andavano accentuando la presenza di parole del dialetto siciliano (o di un argot corrispondente nelle lingue straniere in cui veniva tradotto). Le riduzioni televisive sono state, questa volta, la conseguenza del largo consenso che i lettori di tutto il mondo gli hanno tributato. Anche nel mondo della comunicazione il corso delle cose è dunque sinuoso, non percorre mai una strada dritta in una sola direzione.

Ma in queste strane vicende del rapporto tra scrittura e mass media, Camilleri è narrazione. E’ sapienza costruttiva della narrazione, gusto della narrazione, amore per la narrazione. Come ha osservato Jerome Bruner “La finzione letteraria…non si riferisce ad alcunché nel mondo, ma fornisce soltanto il senso delle cose. Eppure, è proprio quel senso delle cose, spesso derivato dalla narrativa, che rende in seguito possibile la referenza alla vita reale……la narrativa, anche quella di fantasia, dà forma a cose del mondo reale e spesso conferisce loro addirittura un titolo alla realtà”. L’effetto di verità della finzione è dunque il senso. Il senso che si dà alle cose. Un senso che, per Camilleri seguace di Merleau-Ponty, è sinuoso.

Qual è il senso dell’uso di parole dialettali, che negli ultimi lavori si è addirittura accentuato? A differenza di ciò che si può pensare, esso non è il prodotto di un’esibizione, ma l’effetto di un’opacità; non è la ricerca di una radice o di una fonte pura, ma il risultato di qualcosa che è meticcio, misto, contaminato, perciò sinuoso. Non vi è distinzione tra l’apparenza e un fondamento che vi sta dietro, nascosto, depositario di una verità che aspetta di essere messa in luce. La verità è il senso che ci dà la trama attraverso le sue contorsioni, i suoi passaggi, i suoi colpi di scena; è il gusto di un distacco comunicato da un’ironia che assai spesso affiora nei suoi racconti e che dà un ulteriore senso di verità al gioco con la finzione. In Camilleri, inoltre, non è la narrazione che si dissolve nella ricerca della lingua, ma è la lingua che sembra vivere in funzione della forza narrativa. Da questo punto di vista, uno scrittore come Gadda è per Camilleri soltanto un esempio del fatto che si può usare il dialetto, ma non un modello del rapporto tra lingua e narrazione.

Narrazione vuol dire trama, récit, plot, e la trama implica organizzazione degli eventi veri o falsi che siano. Voltaire comincia la voce Histoire dell’Encyclopédie  con la contrapposizione tra “Histoire”  e  “Fable”. Scrive Voltaire:” L’histoire est le récit des faits donnés pour vrais, au contraire de la fable, qui est le récit des faits donnés pour faux”[1].

Qui la contrapposizione non è tra vero e falso, tra racconti veri e racconti falsi, ma tra racconti dati per veri e racconti dati per falsi.

Voltaire non attribuisce alla storia la patente di verità e alla favola la patente di falsità. Egli, parlando di “racconti dati per veri” e di “racconti dati per falsi”, fa riferimento non alla qualità intrinseca della storia o della favola (essere vera o essere falsa), ma al contesto di significato al cui interno vanno a collocarsi la storia e la favola. “Racconti dati per veri” e “racconti dati per falsi”: dati da chi? Sia chi racconta, sia chi ascolta o legge presuppone che i fatti siano, almeno nelle intenzioni e nell’implicito accordo, veri nella storia e falsi nella favola.

Andrea Camilleri organizza le sue trame prendendo spesso spunto da fatti di storia e di cronaca e producendo quelli che potrebbero essere definiti gli effetti di verità della finzione. Il vero e il falso stanno insieme e insieme contribuiscono a dare senso alle storie. Ogni parola di una storia acquista significato dal contesto. Ma qui non si tratta soltanto dell’ovvietà del rapporto tra parola, significato e contesto, perché Camilleri ci permette di cogliere anche e soprattutto il significato delle parole siciliane dal contesto  del discorso (tutti possono comprendere dalla frase il significato di parole come taliari, tambasiari, catoiu). Da qui forse l’incomprensione iniziale degli editori che non avevano tenuto conto di questo aspetto, da qui l’enorme successo dei suoi libri, così amati dai lettori di tutto il mondo.

Nella sua capacità di organizzare e presentare le trame, Camilleri mette nella scrittura la sua esperienza di regista. Ne è conferma l’ultimo suo romanzo, Privo di titolo, dove l’aspetto della rappresentazione visiva della scrittura diventa addirittura esplicita: egli, all’inizio di alcuni capitoli, parla di fermo immagine, di posizione della macchina da presa, di fotogramma. La scrittura, in quanto trama, sostituisce idealmente il narratore con il cameraman. I colpi di scena sembrano costruiti su montaggi. Del resto, la narrazione non è soltanto scrittura e, in quanto scrittura, nello stile di Camilleri si contamina con altre forme (teatrali, televisive, cinematografiche), assumendo una forma particolare di comunicazione.

La particolarità dell’ambiente siciliano, anzi agrigentino e empedoclino, al cui interno si svolgono le sue storie non si traduce mai né in chiusura né in compiacimento. Per questo esse sono leggibili, così come in Pirandello e in Sciascia, non come storie estranee e lontane, ma, al contrario, come vicende che appartengono a tutti nello stesso momento in cui sono identificabili in un tempo e in un luogo. Il senso di appartenenza non è né un momento di autoaffermazione compiaciuta, né una maniera per suscitare curiosità antropologicamente banali e scontate sulla Sicilia e sull’essere siciliani, ma un modo, condito d’ironia, di comunicare nel mondo globalizzato mantenendo le proprie fattezze.

Nei romanzi e nei racconti di Andrea Camilleri emerge una grande passione civile. Essa traspare nel Re di Girgenti  così come nelle storie di Salvo Montalbano. Non è mai gridata; non è mai ovvia. Traspare anche nella sua capacità di sapere scrivere un giallo senza delitti e senza morti, così come fa ne La pazienza del ragno. E’ una passione laica, implicitamente legata alla tradizione illuminista, nel solco di Leonardo Sciascia e che si è mostrata anche nel riscatto della memoria, come nel caso de La strage dimenticata, dove si narra della morte di centoquattordici ergastolani nella Torre Carlo V di Porto Empedocle durante il moti del 1848, una morte dimenticata appunto, perché di ergastolani si trattava e dunque di uomini che avevano perso la dignità di uomini e non potevano stare, nella memoria, né tra i rivoltosi né con l’esercito. “Quei centoquattordici, scrive Andrea Camilleri, non erano certamente «uguali»: così non entrarono nella cronaca perché non ne avevano diritto, tutti i diritti se li erano persi il giorno in cui, mettendo piede nel Bagno penale, erano diventati «servi di pena». E non entrando nella cronaca, furono di conseguenza scordati dalla Storia. Solo la loro pena furono costretti a servire fino alla morte, fino alla privazione della loro stessa morte e ancora oltre, fino a patire una seconda strage, questa volta non più dei corpi ma della memoria”.

Il corso delle cose è sinuoso, dice Merleau-Ponty, e ancor più sinuosi sono i modi di raccontarlo. Eppure, per riscattare la memoria dal massacro che la storia aveva fatto, a volte è sufficiente pubblicare l’elenco dei nomi dei morti, la loro data e il loro luogo di nascita, ciò che Camilleri ha fatto. Ma anche questo, forse, ovvero l’ingiustizia dell’oblìo che risulta dall’impossibilità di ricordare tutto e si traduce in una inevitabile memoria selettiva atta a far dimenticare quel che si vuol dimenticare, ha a che fare con la sinuosità del corso delle cose, con il complesso gioco di senso e non senso.

Ma Andrea Camilleri è narrazione e la narrazione è desiderio, qualcosa cioè che non può essere appagato e che spinge per ciò a una nuova invenzione narrativa.

Narrare è una delle forme più alte e complesse del comunicare.

Foto da Internet

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[1] Voltaire, Dictionnaire Philosophique, http://www.voltaire-integral.com/19/histoire.htm) [“La storia è il racconto dei fatti dati per veri, al contrario della favola che è il racconto dei fatti dati per falsi”].

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One Response to Andrea Camilleri è narrazione e la narrazione è desiderio

  1. Barabbabarabba Rispondi

    19/07/2019 a 20:05

    Sono molto contenta che abbia scritto del raccontare storie, del narrare, e che ne abbia scritto così, oggi, ricordando il suo amico Camilleri.
    Di recente ho letto un articolo sulle narrazioni (le..), che invece di denunciare o cercare di mettere a fuoco il narcisismo dilagante, accusava appunto la voglia di raccontarsi. Certo, il narcisismo può anche passare per le parole ed essere gratificato nella presenza di un pubblico che le ascolti (la giornalista usava l’esempio dei poetry slam, molto diffusi fra i giovani, mostrando di non capire granché cosa succede quando ascolti un altro recitare la propria poesia e farsi giudicare, anche, dal suo pubblico). Il mondo del teatro è pieno di narcisismo, ma non per questo lo condanniamo, ovviamente. Per la condivisione, io credo, esistono luoghi e luoghi, questo decide innanzitutto che esperienza possiamo avere, se ascoltiamo un altro narrare. Eppure è fuori discussione quello che Lei dice: che l’ascolto di un racconto ed il racconto dello stesso abbiano tanto a che fare con i nostri desideri e io aggiungo che essi rispondono al nostro desiderio e lo rinnovano o lo fanno più vivo ancora, molto più di quanto non possa mai rispondervi una fotografia, che ci siamo scattati o che ci capita sullo schermo perché un amico ha voluto pubblicarla.

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