Anche i pupi hanno un’anima

da | 8 Gen 22

Storie. L’Opera dei pupi siciliani, con il suo splendore scenico e con le emozioni romantiche che da sempre trasmette, rappresenta un’allegoria dell’esistenza. Foto di Angelo Pitrone

Il Teatro dei Pupi (Foto di Angelo Pitrone)

Orlando, Rinaldo, Angelica e Carlo Magno, ovvero, come ha dichiarato l’Unesco, un capolavoro del patrimonio orale ed immateriale dell’umanità. Tanta e tale infatti è l’importanza dell’Opera dei pupi siciliani (o Teatro dei pupi) che – per la prima volta in assoluto – è stato conferito un riconoscimento di livello mondiale non a monumenti o luoghi fisicamente tangibili ma a una tipica manifestazione della cultura popolare presente in un particolare territorio.

Dunque i Pupi sono da annoverare tra quei beni – vere e proprie opere d’arte – facenti parte del patrimonio dell’umanità da salvaguardare per evitare che possa nel tempo (e a causa dei tempi) scomparire, scongiurando in tal modo il venir meno di una delle espressioni artistiche più importanti, caratteristiche e di maggior spessore culturale che la Sicilia abbia prodotto negli ultimi secoli. Ma a favore dell’Opera non è stata solo attribuita la fondamentale protezione dell’Unesco (datata 18 maggio 2001), poiché infatti esiste anche un Museo Internazionale della Marionetta, con sede a Palermo, che rappresenta la summa dell’intera produzione “pupara” siciliana, ovvero quella (prevalentemente) delle due più importanti scuole riconosciute: la palermitana e la catanese. Tale istituzione, con i suoi circa tremila pezzi tra marionette e sfondi scenici, costituisce un fondamentale luogo di memoria e di salvaguardia della più significativa e rilevante tradizione del cosiddetto “Teatro di Figura” che esista al mondo.

Una rappresentazione embrionale di tale espressione artistica è da ricercare nell’affascinante attività dei cuntastorie, ovvero narratori girovaghi che, pur sforniti sia dei pupi che di strumenti musicali, erano tuttavia dotati di una grande e coinvolgente capacità affabulatoria. I cuntisti utilizzavano al meglio questa loro dote, modulando la voce e avvalendosi di precise regole narrative e teatrali in termini di tempo e ritmo dell’esposizione orale della vicenda, in tal modo coinvolgendo completamente gli spettatori che spesso, quasi immedesimandosi nei protagonisti, erano rapiti dall’atmosfera del racconto.

L’origine di questa vera forma d’arte, unica nel suo genere, non è ancora oggi chiara, poiché le fonti e le notizie disponibili risultano essere frammentarie e non univoche, presentando dei vuoti che ne rendono la ricostruzione storica difficile e articolata. L’unico dato certo è che sul finire del ‘700, sia a Napoli che a Palermo risultano tracce di marionette, costruite però in maniera rudimentale con l’uso di cartone e stagnola. I primi veri pupi siciliani – per come noi oggi li conosciamo – iniziano a essere presenti intorno alla metà dell’800, epoca in cui l’esperienza delle maestrie artigiane dell’isola aveva raggiunto un’elevata finezza nella fabbricazione e successiva decorazione dei personaggi protagonisti delle vicende narrate. La connotazione artistica del pupu iniziò a essere evidente nel momento in cui si cominciarono a vestire le marionette con armature di metallo cesellato – lavorato e arricchito da sbalzi e arabeschi – contemporaneamente all’utilizzazione di mantelli e gonne sempre più realistici, evidenziati ancor di più da accorgimenti tecnici che hanno fatto la fortuna di questo Teatro.

Il Teatro dei Pupi (Foto di Angelo Pitrone

La svolta tecnica, infatti, si ebbe quando si sostituirono i fili per dirigere il pupazzo con un’asta rigida di ferro, in modo tale che l’operante potesse far compiere ai personaggi movimenti precisi e netti (metafora del loro carattere forte e impavido), come impugnare la spada o stringere a sé la dama da difendere o corteggiare, così garantendo allo spettatore una rappresentazione scenica d’alto livello artistico e teatrale.

E fu in questo periodo di attenta analisi del fenomeno “puparo” che si iniziò ad affermare che l’anima dei pupi rappresenta l’espressione dei sentimenti e delle aspirazioni di giustizia di una classe sociale. Tale fu appunto la loro influenza sugli impulsi di libertà e giustizia avvertiti dal popolo che si ebbero delle rappresentazioni in cui si iniziò a utilizzarli addirittura a scopo propagandistico, creando un vero e proprio parallelismo storico tra le vicende dei personaggi, che lottavano contro i saraceni, e quelle degli spettatori siciliani dell’epoca, impegnati nelle tensioni contro i Borboni per la liberazione della Sicilia padroneggiata dallo straniero. E si tramandano anche cronache di spettacoli pupari che hanno trattato i temi del brigantaggio o della diffusa criminalità sia contadina che urbana, in tal modo utilizzando l’Opera come un vero e proprio  strumento di denuncia e di attivismo civile. La partecipazione degli spettatori era talmente appassionata che spesso si fischiavano i personaggi prepotenti e oppressori e si lanciavano oggetti contro la struttura del piccolo palco, fino all’attuazione di episodi estremi come quello più famoso che narra di uno spettatore così preso dalla vicenda e irritato dal comportamento di uno dei personaggi da sparare veri colpi di fucile contro il pupo che lo rappresentava.

Il Teatro dei Pupi (Foto di Angelo Pitrone)

Gli argomenti trattati dall’Opera dei pupi si rifanno alle tipiche tematiche cavalleresche come le virtù eroiche e cortesi. Le rappresentazioni infatti devono molti dei loro intrighi alle Chansons de geste, alle vicende arturiane e all’intero ciclo carolingio, che dalle Chansons deriva nella sua interezza.

Ma fu solo nel 1858 che i canovacci del Teatro dei pupi trovarono la loro collocazione unitaria in un vero e proprio “sistema letterario”, quando Giusto Lodico – maestro elementare dalla fine sensibilità culturale – concepì e realizzò un’opera in quattro volumi, intitolata Storia dei Paladini di Francia, che, fondendo le peculiarità principali dei più importanti poemi cavallereschi del ‘400 e del ‘500, rievoca le innumerevoli battaglie incorse tra cristiani e saraceni nella Spagna dell’VIII secolo d. C. ed è oggi da considerare come la principale fonte letteraria da cui l’Opera dei pupi  ha attinto le trame e le scene: un vero e proprio punto di riferimento tematico imprescindibile per qualsiasi puparu. Gli eventi narrati e sceneggiati riprendono le epiche vicende sublimate in opere come l’Orlando Innamorato del Boiardo, l’Orlando Furioso dell’Ariosto o la Gerusalemme Liberata del Tasso. I protagonisti, infatti, sono eroi che incarnano la mitizzazione e la celebrazione del bene per determinarne l’affermazione sul male, in una raffigurazione netta dei ruoli e delle funzioni, tipica dei cicli epici in generale e di quelli cavallereschi in particolare.

Il Teatro dei pupi, con il suo splendore scenico e con le emozioni romantiche che da sempre trasmette, rappresenta un’allegoria dell’esistenza. Acutamente definito come la più invisibile delle guerre invisibili – per la messinscena dell’eterna lotta dell’uomo contro tutte le insidie che lo vogliono soggiogare – simboleggia infatti perfettamente il “teatro” dell’umana condizione.

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