Almavera

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Il racconto della domenica

Antonio Liotta

Il mare c’era. Anche lo scoglio. Anzi due, che davano abbraccio alla piccola Cala Ninfa ricca di vegetazione marina e con una lingua di sabbia che si allungava verso l’acqua creando una particolare configurazione bipolare: dal lato dello scoglio grande, immensa profondità, da quello piccolo la sabbia degradante.

Per arrivarci i percorsi erano due: a piedi, lungo un sentiero tortuoso dove regnavano  palme nane, cespugli enormi di alfa  e piante di capperi giganteschi che in continuo coprivano anche le sommità degli scogli  proiettandosi  sulla caletta; via mare, e solo in giorni di calma, per non finire sulle profondità a strapiombo dello scoglio Cannuni.

Marco conosceva bene questo angolo di paradiso: c’era cresciuto. Andava sin da piccolo con il padre che, amante della solitudine,  trovava in questo spazio la propria dimensione umana. Qui, si respiravano l’origano selvatico, l’alga marina, la frescura e la limpidezza dell’acqua che quasi per magia era sempre cristallina e trasparente. Dallo scoglio Cannuni si potevano fare tuffi in sicurezza; dalla corposa lingua di sabbia si degradava dolcemente verso l’acqua tra granuli bianchi e ciottoli colorati; lì,  si poteva stare in piedi in mezzo all’acqua e camminarci per un bel tratto sino a quando ci si sentiva sprofondare  senza riserva. Bisognava sapere nuotare per godersi questo angolo di bellezza mediterranea.

La passione per il mare era una questione di famiglia, e così  la pesca subacquea e le escursioni a pelo d’acqua che erano le pratiche più comuni a cui Marco si era educato e formato nel tempo. La magia dei colori lo avvolgeva e la ricerca di queste sensazioni lo portava a vivere questo posto in orari diversi, in stagioni diverse, nella consapevolezza della scoperta sempre nuova di sfumature mutanti che rendevano organica l’unione tra natura e genere umano in una forma di armonia perenne.

Dopo tre giorni di scirocco carico di forte vento caldo e mareggiate che avevano impedito di godere il sole primaverile e le prime nuotate, Marco e Mara decisero di andare a Cala Ninfa, convinti di passare una domenica di serena tonificazione, come al solito attrezzati per restare l’intera giornata. Al solo pensiero di Cala Ninfa, dentro di loro si innescavano emozioni che creavano vibrazioni speciali: qui avevano consacrato il primo rapporto d’amore completo, giurato sul futuro da costruire in condivisione organica.

L’aria era ancora calda di scirocco e poco ventilata.  Erano arrivati quasi sul bordo superiore della Cala da dove si intravedevano il mare  e, nella zona quasi centrale, fatto insolito,  anche  un rudere di barcone mezzo rovesciato incagliato sulla lingua di sabbia. Scesero quasi di corsa. Ora il barcone si misurava nella sua dimensione reale: non meno di undici metri, quasi spaccato in due dal lato destro, dipinto di blu con i bordi rosso mattone e con la scritta bianca ALMAVERA. Attorno al barcone  tre salvagenti, due taniche, zaini coperti di sabbia..

Il pensiero di Mara e Marco andò nella direzione giusta: nei giorni precedenti di forte scirocco si erano registrati diversi naufragi, si comunicavano perdite di vite umane.. ed ora era chiaro  che Cala Ninfa fosse stata uno dei posti  di tragico approdo.. Quanti morti, quanti sopravvissuti? Quel tratto a strapiombo che verità nascondeva?

Seduti accanto ad  ALMAVERA, stretti in un abbraccio bagnato di lacrime, Mara e Marco proiettavano lo sguardo verso l’infinito mare, il Mare Nostrum,  il mare di pace, il mare della speranza, il mare cimitero di corpi di uomini, donne e  ragazzi che stanchi di soprusi, sfruttamenti e violenze inaudite affrontano l’ignoto per conquistare una possibile libertà, la dignità di Persone.  L’ignoto che diventa corpo, corpi  senza nomi divorati dal mare, schiacciati sullo  scoglio Cannuni, sedimentati sui fondali  di Cala Ninfa. Corpi che si fanno ALMAVERA Anima Vera in un insolito destino quasi di contrappasso involontario. E chissà quanti viaggi avrà fatto ALMAVERA, quanto pesce buono sarà stato tirato a bordo da mani laboriose, quanti segreti avrà conservato.. Gigante senza piedi, ora ALMAVERA Anima Vera ha chiuso il suo percorso di vita tagliato in due dalla forza delle onde che lo hanno schiacciato sullo scoglio.

La presenza degli zaini spinse Mara e Marco  alla curiosità emozionale, alla ricerca di un segno, di un qualcosa che parlasse la lingua della speranza, l’identità di una persona, un nome chissà.. forse..  Da  uno vennero fuori indumenti utili a una persona di età media.. Dall’altro, accanto a T-shirt piegate e cellophanate, un plico che, appena aperto,

li lasciò di meravigliata ed emozionante sorpresa: un quaderno pieno di disegni colorati e poi un libro   con un segnalibro in una pagina..

“E’ qui che il piccolo principe è apparso sulla Terra e poi è sparito. Guardate attentamente questo paesaggio per essere sicuri di riconoscerlo se un giorno farete un viaggio in Africa, nel deserto.  E se vi capita di passare di là, vi supplico, non vi affrettate, fermatevi un momento sotto le stelle! E se allora un bambino vi viene incontro, se ride, se ha i capelli d’oro, se non risponde quando lo si interroga, voi indovinerete certo chi è. Ebbene, siate gentili!”

“E se un bambino vi viene incontro.. se ha i capelli d’oro.. se non risponde..”  Mara e Marco si strinsero in un abbraccio ancora più intenso: sapevano bene che Mustafà non poteva venire loro incontro, che non avrebbe mai risposto a nessun richiamo, che il suo sogno di libertà e di futuro riposava sui fondali dello scoglio Cannuni..

Erano coscienti che ALMAVERA, nel  suo fasciame,  mostrava il senso vero della vita, l’anima vagante di una società disperata nutrita di disuguaglianza. Ed ai loro occhi si mostrarono le verità sottolineate con pennarello rosso nelle pagine  de “Le Petit Prince”: “L’essentiel  est  invisible pour les yeux..”  (“L’essenziale è invisibile agli occhi..”).. “C’est le temps que tu as perdu pour ta rose qui fait ta rose si importante.”  (“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.”).

Sicuramente Mustafà aveva capito il pieno segreto dell’esistenza e la “sua essenzialità invisibile agli occhi”, e avrà ripetuto tante volte il ‘semplice’ concetto  -Je suis responsable de ma rose- responsabile del proprio destino che ha cercato di indirizzare e costruire con il possibile approdo in  Sicilia.

Mara e Marco decisero di conservare gelosamente lo zaino con l’intero contenuto e di dare al nuovo “Piccolo Principe”  la sua luce in Terra.

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Il racconto della domenica torna in autunno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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3 Responses to Almavera

  1. Avatar

    Giovanna Rispondi

    28/06/2020 a 16:39

    “L’essentiel est invisible aux yeux” veramente siamo ciechi di fronte la sofferenza dell’umanità in cerca di un futuro.
    Il racconto commuove, scuote interiormente, lascia pensosi,desiderosi si sapere di più

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    Teresa Triscari Rispondi

    29/06/2020 a 0:10

    Cala Ninfa, solitudine, odori selvaggi, il Mare Nostrum, Almavera, Mistero che non è mistero e, poi, la bellezza.
    È la bellezza che trionfa in questo racconto dai tratti precisi, forti, dolorosi e delicati.
    È la vita che trionfa su tutto e a dispetto di tutto.
    È un cammino al contrario dove Marco percorre gli stessi passi del padre, sempre alla ricerca della solitudine.
    È Mustafà che, in un luogo che si chiama “Cala Ninfa” ( Il termine ”Cala” deriva dall’arabo, castello).
    getta a una ninfa, in quel castello, il filo della sua storia.
    La Ninfa è Mara che, semanticamente, si coniuga tanto a Mare, al Mare Nostrum e poi, per assonanza e consonanza di linguaggio, ad “Almavera”.
    Ed ecco che il circolo si ricompone, poeticamente, sulle ali di un disegno pieno di colori che fa pensare a un arcobaleno, a un ponte di dialogo tra due sponde.
    E la solitudine è magicamente superata.

    Devo dire che il racconto mi è piaciuto?…!

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    Nicolò D'Alessandro Rispondi

    03/07/2020 a 21:58

    Meno che te l’aspetti emergono frammenti del passato e inevitabilmente si mescolano e si confondono con il presente. Riaffiorano sentimenti mai sopiti e restituiscono allo scrittore che è in noi lo spazio mentale, riducono la distanza tra un prima e un poi. Le immagini indelebili che costituiscono il vissuto diventano preziosa narrazione. Si traducono in racconto. In una scrittura delicata e struggente come questa che sin dal titolo evoca ed esalta la vita.
    È ciò che accade in questo piccolo e suggestivo racconto di Antonio Liotta. Il luogo è protagonista, diventa sinonimo di bellezza e di vita vissuta ma a causa di un sopraggiunto rudere di barcone mezzo rovesciato, quasi spaccato in due dal lato destro, dipinto di blu con i bordi rosso mattone e con la scritta bianca ALMAVERA, diventa esattamente l’opposto. Un luogo di dolore e morte imposto dalla tragedia venuta dal mare.
    Marco e Mara, protagonisti innamorati, ritornano nel luogo del loro primo incontro d’amore, nella loro Cala Ninfa, protetta dallo scoglio Cannuni e si ritrovano, in un abbraccio bagnato di lacrime aggrediti dalla realtà, accanto “al barcone tre salvagenti, due taniche, zaini coperti di sabbia” che svelano una disgrazia. Incagliato sulla lingua di sabbia questo rudere di barcone, diventato tragica macchina teatrale in uno scenario d’incanto, trasforma definitivamente il loro luogo d’amore. Il paesaggio si è modificato per sempre, evoca disperazione, disgrazie e dolori.
    Spinti dalla pietosa curiosità fu quasi istintivo, per loro, tra le povere cose sopravvissute, aprire uno zaino con dentro un quaderno pieno di disegni colorati e un libro con un segnalibro in una pagina emblematica per il racconto. “È qui che il piccolo principe è apparso sulla Terra e poi è sparito. Guardate attentamente questo paesaggio per essere sicuri di riconoscerlo se un giorno farete un viaggio in Africa, nel deserto. E se vi capita di passare di là, vi supplico, non vi affrettate, fermatevi un momento sotto le stelle! E se allora un bambino vi viene incontro, se ride, se ha i capelli d’oro, se non risponde quando lo si interroga, voi indovinerete certo chi è. Ebbene, siate gentili!”
    Lo scoglio Cannuni, ha visto tutto e sarà l’unico muto testimone del naufragio, come tanti altri naufragi nelle nostre coste siciliane. E il “piccolo principe”, l’immigrato Mustafà, con il suo sogno di libertà e di futuro non potrà mai venire incontro a Marco nè a Mara nè a nessuno, non potrà più rispondere. Si è trasformato in un segnalibro di una pagina che continuerà a sopravvivere nelle parole, al di là della morte, al di là del tempo e del luogo. Anche un sogno affidato al desiderio di raggiungere una possibile terra promessa di pace, di uguaglianza, di civiltà è miseramente naufragato.
    È ALMAVERA, anima vera, il barcone naufragato, la chiave narrativa, il luogo letterario scelto da Antonio Liotta dove agiscono i sentimenti dell’amore, della pietà, dell’ingiustizia, della consapevolezza.
    Mara e Marco diventeranno testimoni decisi a conservare gelosamente il piccolo diario, lo zaino sottolineando con un pennarello rosso la frase del “Piccolo Principe” che aveva capito il senso più autentico della vita.
    Credo sia questa la ragione per la quale l’autore assegna a Mara e Marco quasi il dovere di conservare gelosamente lo zaino con l’intero contenuto e di dare al nuovo “Piccolo Principe Mustafà” il doloroso compito del riconoscimento del ricordo. A futura memoria.

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