Alberto Todaro, un gran bell’esempio di siciliano “di mare aperto”

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Nostra intervista al docente e scrittore agrigentino. Il suo impegno sociale e culturale. “La scuola? Il primo e più importante luogo di apprendimento, di cultura e di relazione..Il volontariato in Africa ormai fa parte della mia vita..Il mio libro sulla parlata agrigentina mi sono molto divertito a scriverlo, ma è stato anche uno scavo (non sempre felice) nel mio passato e nella mia memoria

Alberto Todaro

Insegna, fa volontariato, ha pubblicato un libro che è ormai un classico e sui social ogni suo post è un’occasione per creare un microcosmo popolato da ironia, sarcasmo e anche pura simpatia. Lui è Alberto Todaro, agrigentino con pensieri, parole e azioni sempre in continuo movimento, tanto da renderlo un gran bell’esempio di siciliano “di mare aperto”.

Il valore dell’insegnamento. Tu sei un docente di lungo corso e ne avrai viste e sentite sicuramente tante: secondo te com’è cambiata la vita in classe, considerato che oggi, tra cellulari sempre in mano e genitori iperprotettivi, gli alunni sono decisamente diversi e, a volte, reagiscono in modi decisamente “sopra le righe”?

Uno dei tanti incontri in cui racconta la sua esperienza di volontariato

Beh, forse sulla scuola non sono obiettivo, perché è stata la mia passione da sempre. Insegnare è stata per me la prima scelta da subito, non ho fatto molte altre esperienze né ho fatto fatica a decidere. So di avere una grande fortuna, che auguro a tutti coloro che stanno per entrare nel mondo del lavoro: faccio il mestiere che ho da sempre voluto fare, il lavoro per il quale ho studiato e mi sono formato e che considero, nonostante la sempre più scarsa considerazione sociale che ha, il mestiere più bello del mondo. E, lasciamelo dire, il più importante. Un giorno di diversi anni fa, ebbi una conversazione con un ragazzo africano, profugo sudanese. Appena seppe che facevo l’insegnante mi disse, senza il minimo dubbio, che è il mestiere più importante del mondo. Pur cosciente che aveva ragione, cercai di ridurre la portata dell’affermazione: “No, beh, ce ne sono anche altri, il medico, il giudice” – faccio io. “Vero – riprende lui – ma il medico e il giudice hanno avuto insegnanti”. Poi, a un certo punto, in questo Paese, che pure sulla cultura e sul sapere ha fondato il suo successo in tutto il mondo, si è cominciato a pensare che non fosse così importante investire sulla scuola e quindi si è cominciato a tagliare sui fondi, di fatto depotenziandola. E questo è un discorso ampio che coinvolge i governi di tutte le bandiere. Si è assistito alla cosiddetta aziendalizzazione della scuola, per cui ogni istituto deve andare a cercarsi gli iscritti come fossero clienti, organizzando vere e proprie attività pubblicitarie, giornate di orientamento, open day e altro. Questo mi fa guardare al mio lavoro con occhi diversi, spesso anche un po’ arrabbiati o delusi, non è facile continuare a farlo in queste condizioni…Altro problema è quello del rapporto con i genitori degli alunni, i quali non hanno ben compreso (ma forse non l’abbiamo ben compreso neanche molti di noi insegnanti) che tra le due agenzie, la famiglia e la scuola, deve instaurarsi un rapporto di stretta collaborazione. Ma si fa presto a dirlo… poi nella pratica quotidiana c’è una grande fatica ad essere in comunicazione, figuriamoci poi ad essere d’accordo. Io sono convinto che genitori e insegnanti dovrebbero lavorare sullo stesso campo, con mezzi e strumenti differenti, ma per lo stesso fine, che è la crescita e la maturazione dei nostri ragazzi. Purtroppo, invece si assiste quasi a una competizione tra le due agenzie educative; l’una vuole prevalere sull’altra, genitori che vogliono prevalere sugli insegnanti o viceversa, di fatto danneggiando lo scopo finale. Il discorso sulla scuola sarebbe molto lungo, eppure, nonostante le mille difficoltà che la scuola affronta ogni giorno, ritengo sia ancora, e sempre sarà, il primo e più importante luogo di apprendimento, di cultura e di relazione.

Altro fondamentale capitolo della tua vita: l’Africa. Lì sei andato tante volte come volontario e mi piacerebbe che ci raccontassi come è iniziato questo tuo legame fortissimo

Volontario in Africa

Sì, sono andato in Africa per la prima volta nel 2004 e da allora ci torno tutte le volte che posso. Quel viaggio è rimasto nella mia storia personale anche perché lì ho conosciuto mia moglie, volontaria in Africa sin dal 1992. A proposito, cerchiamo di essere più specifici: noi andiamo in Tanzania, a Isimani, nella regione di Iringa, nella savana, dove si vive nelle capanne di fango col tetto di paglia (o casomai di lamiera). Noi siamo stati collaboratori della missione diocesana agrigentina, che si è conclusa dal punto di vista pastorale con il rientro dei padri missionari nel 2012. Lì per anni ci siamo occupati del monitoraggio del programma di adozioni a distanza, per cui andavamo in tutti i villaggi della missione per andare a trovare questi bambini e attingere notizie sulla loro vita quotidiana, in particolare sulla scuola. Notizie da mandare poi alle famiglie adottanti qui in Italia. Questo programma, che tuttora è attivo anche se non più come progetto diocesano, ha permesso a qualche migliaio di bambini e ragazzi di poter andare a scuola, in particolare alle superiori (che in pochi riescono a frequentare, visto che, contrariamente alla primaria, è a pagamento), in alcuni casi all’università. Nel 2012, la cura pastorale della missione è passata alla diocesi di Iringa ma nel frattempo era stato costruito il Centro Nyumba Yetu (in swahili “la nostra casa”), un villaggetto in cui accogliamo bambini orfani per l’AIDS o sieropositivi essi stessi. In quella parte dell’Africa l’incidenza dell’HIV è veramente preoccupante. Il Centro era un progetto troppo impegnativo (per le cure dei bambini, per le mille esigenze sanitarie della zona) per lasciarlo andare in autonomia, a così breve distanza dalla costruzione, quindi ad Agrigento abbiamo costituito Nyumba Yetu Onlus, con lo scopo di gestire il centro e prenderci cura dei bambini che stanno nella nostra struttura in Africa. Attualmente i bambini ospiti sono una quarantina e ogni anno facciamo il possibile per andarli a trovare e far sentire loro la nostra vicinanza. Certo, andare in Africa non è la solita vacanza. Intanto perché non si hanno a disposizione tutte le comodità che normalmente si hanno quando si va in vacanza, poi perché spesso si rivelano come viaggi abbastanza stancanti e di poco relax. Però ormai fanno parte della nostra vita e quindi…

Dalle terre africane ti sei sempre portato dietro un bagaglio di esperienze umane e di ricordi personali tale da sentire poi l’urgenza di parlarne in pubblico. Molto apprezzati sono infatti i tuoi incontri di sensibilizzazione coi bambini e coi ragazzi, organizzati per far capire loro che la razza umana è una e una sola e che chi parla di razzismo, ovviamente, questo lo ignora…

Considero il razzismo un fatto di cretineria pertanto chiuderei questo argomento. Riguardo agli incontri di sensibilizzazione, sì, vado nelle scuole o dove mi chiamano per parlare dei bambini di Isimani, di come vivono la loro quotidianità, drammaticamente diversa da quella dei nostri figli. Mi aiuto con delle immagini, delle didascalie e le commento con l’aiuto della nostra esperienza. Ho anche un borsone contenente delle cose portate dall’Africa e che suscitano molto stupore: il pallone di stracci, l’abaco fatto con le pagliuzze, le scarpe fatte con i vecchi copertoni, le vesti delle donne africane, etc. Tutto sta nel creare interesse nei piccoli e portarli a riflettere sulla differenza tra il loro stile di vita e quello dei loro coetanei di un’altra parte del mondo. E possibilmente anche sul concetto di giustizia. Mi sembra giusto non tenere per noi le nostre esperienze; bisogna condividerle con gli altri, possibilmente con i bambini. Nell’epoca del “tutti contro tutti”, noi pensiamo che si possano stabilire relazioni di pace e solidarietà anche con chi sta lontano da noi. Abbiamo anche in cantiere un libro sulla nostra esperienza a Isimani. Sarà un libro di storie e fotografie. Le storie sono mie, le foto di Nuccio Zicari, un nostro volontario.

Il professor Todaro è anche uno scrittore, fine conoscitore della sua terra e dei suoi conterranei, parlata compresa. Il tuo “Ce la so! Viaggetto semiserio nella parlata agrigentina e altre cose giurgintane” è un esilarante excursus tra i tanti scivoloni che caratterizzano la lingua italiana in uso dalle nostre parti: una miscela “esplosiva” tra dialetto e italiano dove, molto spesso, non è possibile stabilire dove finisca l’uno e inizi l’altro…

È stata un’esperienza molto bella e importante per me, quella di aver pubblicato un libro, che peraltro ha avuto molto successo a livello locale. Abbiamo venduto tutte le copie che erano state stampate e adesso stiamo pensando a una ristampa. Il libro consta di tre parti. La prima parla della parlata agrigentina, o meglio di come noi agrigentini trasponiamo in italiano le parole e i modi di dire siciliani, a volte con effetti esilaranti. Mi spiego, una cosa è dire “Mi cadì a facci ‘n terra” o “Mi vinni u cori”, altro è dire “Mi è caduta la faccia a terra” o “Mi è venuto il cuore”; “Ittari vuci” è una cosa, “Buttare voci” un’altra. La seconda parte del libro è un viaggio nei miei ricordi di bambino. Non perché la mia infanzia sia stata particolarmente interessante ma perché ho voluto ricreare l’atmosfera della Agrigento a cavallo tra gli anni 60 e 70 del Novecento, naturalmente vista con gli occhi di un bambino, del bambino che ero. Tutti coloro che hanno letto il mio libro mi hanno poi riferito di essersi ritrovati in molte delle cose che avevo scritto. La terza parte del libro invece è formata da pezzi abbastanza divertenti sull’Agrigento odierna, mettendone in luce i difetti, i pregi, i vizi e i tic del nostro vivere quotidiano: dalla consuetudine di procrastinare tutto a “dopo le feste”, alle abitudini alimentari, etc. Mi sono molto divertito a scrivere questo libro, che è stato anche uno scavo (non sempre felice) nel mio passato e nella mia memoria. Mi ha divertito fare le presentazioni, sempre in bilico tra il serio e il divertito, e anche in questo caso ho fatto delle capatine molto simpatiche nelle scuole.

L’Alberto social. I tuoi post sono seguitissimi. Tra ironia, sarcasmo e comicità, tratti però spesso temi serissimi. Come dire, sei agrigentino come lo fu un certo Premio Nobel per la Letteratura che scrisse che l’umorismo è il sentimento del contrario…

Cerco di mantenermi leggero, di non esasperare i toni. Hai detto bene, i temi, anche seri, possono essere trattati con leggerezza ed è quello che io faccio. Nella vita prima ancora che nei social. Vedo gente che di prima mattina su Facebook scrive post arrabbiati, pieni di livore, di collera, spesso di odio; gente che non riesce a fare a meno di litigare, anche per stupidaggini. È una atmosfera molto negativa nella quale mi sento molto scomodo. Con tutto quello che c’è nel mondo, vi pare il momento di darci all’odio e al rancore pure su Facebook? Tanto, il mondo non lo cambiamo certamente con dei post sui social, quindi tanto vale usarli per divertirsi, per affrontare le cose con leggerezza, anche se sono temi di una certa importanza, perché no. Il paragone con il mio più illustre concittadino mi fa molto piacere anche se penso che con lui io abbia in comune solo il fatto di essere entrambi agrigentini. E basta.

 

 

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