Agrigento, storie di uomini e donne che si sono “perduti in un ex manicomio”

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Quaranta anni fa la legge Basaglia. Ma cos’erano i manicomi? Foto di Lillo Rizzo e Gaetano Siracusa

Sono passati quaranta anni dalla legge Basaglia, era infatti il 13 maggio del 1978 quando la legge 180 entrò in vigore, chiamata anche Basaglia dal nome dell’illustre psichiatra, Franco Basaglia, che la ispirò.

Una legge di grande civiltà che sancì la chiusura dei manicomi, ridando dignità ai malati di mente, che, però, a distanza di 40 anni non ha decisamente risolto tutti i problemi legati all’assistenza psichiatrica, permanentemente a rischio per la mancanza di risorse adeguate.

“Di fatto l’Italia è l’unico Paese – spiega al Corriere della Sera Enrico Zanalda, segretario nazionale della Società Italiana di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Salute Mentale all’ASL TO3 di Torino – privo di ospedali psichiatrici e che ha adottato in maniera radicale e diffusa il modello della psichiatria di comunità, per quanto con evidenti differenze tra le Regioni”.

E, sempre sul Corriere, Bernardo Carpiniello, presidente della Sip e direttore del dipartimento di psichiatria all’Università di Cagliari, sottolinea: “I successi ottenuti in questi anni con la Legge Basaglia devono essere un punto di partenza alla luce di problemi emergenti, con nuove patologie in aumento e un ruolo crescente di fattori anche sociali che hanno conseguenze sulla salute mentale”.

Ma cos’erano i manicomi prima della legge Basaglia? Per dare una risposta a questa domanda abbiamo pensato di proporvi un articolo pubblicato nel 1990 nella versione cartacea del nostro giornale dopo aver visitato una mostra fotografica sul manicomio di Agrigento, allestita nell’aprile del 1990 al Centro “Pier Paolo Pasolini” e curata da Tano Siracusa e Lillo Rizzo, artisti della fotografia di rara sensibilità.

“PERDERSI IN MANICOMIO” 

Visto con gli occhi dell’internato, nella sua intima essenza il manicomio è una macchina per la distruzione del se. La ricetta è questa: mettete un soggetto in un camerone con cinquanta persone sporche e vocianti, toglietegli i vestiti, gli effetti personali e qualunque altro segno esteriore della propria identità. Non ascoltatelo quando vi parla. Mai. Tanto è matto. Sottoponetelo infine alla rigida autorità di uno staff costretto a intimorire per non essere sopraffatto. Aspettate qualche anno. Avete il quadro della ‘sindrome Istituzionale’ “.

Così Francesco Manno, medico dell’ospedale psichiatrico di Agrigento, descrive la realtà del manicomio di Agrigento. Una realtà per tanto tempo volutamente ignorata dagli operatori sanitari, dai politici e dagli amministratori locali, nonostante, più volte, qualche giornalista e diversi organi di stampa locali l’avessero pesantemente denunciata.

“È difficile – osserva Francesco Manno – leggere le storie e le contraddizioni che il manicomio ha coperto. Difficile… ma non impossibile”. E tra le tante che quotidianamente si consumano in quel piccolo mondo posto ai margini della cosiddetta società civile, ce ne racconta due:

CENERENTOLA SENZA PRINCIPE AZZURRO

F.A., di famiglia povera, a nove anni perde la madre che muore di parto. La matrigna la manda a servizio dai “signori”, ma il figlio del padrone la “incuieta”. F.A., ha tredici anni; rimasta incinta la tengono a casa perché nessuno lo sappia, quando il bambino nasce i parenti lo danno via. F.A. torna a servizio dai “signori”, a Vittoria, a Palermo.

A diciotto anni la sposano ad un vedovo con otto figli, di un altro paese. Lei si adatta malvolentieri e ogni tanto scappa a casa della zia, sempre in cerca del suo posto e della sua casa. Molto più tardi incontra un uomo che la porta via, a Roma… ma dopo qualche anno F.A. comincia a stare male, il compagno la abbandona.

Torna al paese della vecchia zia, ma è ormai “malata di nervi”. Nel ’68 la chiudono in manicomio, da allora non è più uscita… vive circondata dall’amore dei suoi gatti.

LA FAMIGLIA È AMORE

Subito dopo la morte del padre L.F. viene rinchiusa in manicomio a 27 anni insieme alla mamma e a sua sorella. La sua malattia è lieve, le consente di esprimersi con grande autonomia, ma viene fatta “interdire” dalla sorella “sana” che, nominata tutrice le sottrae da quindici anni la pensione di reversibilità, circa settecentomilalire al mese.

L.F. avrebbe bisogno di quei soldi, vuole vestirsi e fare spese. Potrebbe anche provare a vivere “fuori”… sente che potrebbe farcela; …ma non ha denaro, i suoi soldi vanno a Milano, dove abita la sorella tutrice. L.F. esce ogni giorno, va al viale… vorrebbe un uomo, è ancora giovane e conserva qualcosa dell’antica bellezza. Incontra solo qualche vecchio che le offre cinquemilalire in cambio di… D’altra parte L.F. vorrebbe “sistemarsi”, e tentata di venire a patti con quel vecchio. La sorella tutrice, da Milano, le manda ogni tanto cinquantamila lire. Ma forse tra non molto per L.F. qualcosa cambierà. La sorella non è più la sua tutrice per decisione della magistratura che si sta occupando del caso. E c’è anche la possibilità che il tribunale revochi la sua interdizione: che, in altre parole, L.F. possa tornare a “vivere”.

UNA SOLITUDINE TERRIBILE

Le foto che corredano questo servizio fanno parte di una mostra fotografica sul manicomio di Agrigento allestita nell’aprile di quest’anno al Centro “Pier Paolo Pasolini”.

Le hanno realizzate Tano Siracusa e Lillo Rizzo. “Abbiamo incontrato qualche difficoltà – dicono – infatti secondo alcuni operatori sanitari il servizio non andava autorizzato. Oppure i volti non avrebbero dovuto essere ripresi, gli ammalati non avrebbero dovuto essere riconoscibili. Se vedete un ammalato nudo cosa fate? Fotografate quel poveretto? Ci è stato obiettato”.

Ma le difficoltà sono state superate. Il servizio è stato autorizzato e la mostra ha avuto un riscontro di visitatori notevolissimo. Siracusa e Rizzo ammalati nudi non ne hanno fotografati. Ma sono rimasti colpiti dalla “sconcertante docilità” che i pazienti hanno esibito davanti l’obiettivo; dalla loro “incomprensibile indifferenza”, dalla loro “disinibita curiosità”.

“Si, è  vero – ribadiscononon ci è capitato di vedere ammalati nudi. Abbiamo però visto e fotografato una solitudine terribile, un enorme vuoto di relazioni, una specie di desolata allegoria del nulla. Forse non abbiamo neppure fotografato i “folli”, ma soltanto degli uomini e delle donne che si sono perduti in un ex manicomio”.

UNA LEGGE CHE NON È MAI DECOLLATA

C’è una legge, la 180, che risale al maggio del 1978, la famosa legge Basaglia che, sostanzialmente, introducendo nuovi criteri nella gestione del disagio mentale, supera il concetto manicomio, abbattendo le tante barriere che tale concetto avevano paradossalmente protetto: prima fra tutte quella del pregiudizio nei confronti della malattia. Ma questa legge di fatto non ha mai funzionato. Anzi, c’è addirittura chi sostiene, e non sono pochi, che ha ulteriormente peggiorato la situazione. Perché?

“La legge 180spiega il dott. Mannoprevede la costituzione di un circuito complesso e articolato per la gestione della salute mentale. La territorializzazione dell’assistenza comporta necessariamente la creazione di strutture adatte a fornire risposte continue, differenziate e pertinenti alle esigenze di chi sta male e della sua famiglia. Venendo meno questo presupposto la legge si traduce in colpevole abbandono del disagio mentale .
È il caso di Agrigento. L’ospedale, con circa 350 pazienti, prima che scoppiasse lo scandalo poteva contare solo su due medici e pochissimi infermieri, che tra l’altro dovevano badare anche alle pulizie. Non un assistente sociale. Non uno psicologo…Superare il manicomio significa anche accettarlo come interlocutore reale – dice Francesco Manno – non rimuoverlo più. Per questo è necessario un mutamento profondo nella cultura della città e degli stessi operatori psichiatrici”.

Da Malgrado tutto – Giugno 1990

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