Agrigento, la Lettera del Diavolo che incantò Camilleri e Tomasi di Lampedusa

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La parte finale della “Lettera del Diavolo” a Palma di Montechiaro

I misteri della fede non hanno mai soluzione. Sono misteri dei misteri, appartenendo alla pratica del culto o alla pura soggettività spirituale. Si può tentare di interpretarli, con spirito laico e ironia volterriana, oppure dentro la fede stessa, nelle capziose architetture logiche della teologia.

Nell’uno e nell’altro caso, di solito, si assume come vera una tesi che è soltanto verosimile, giacché la risposta al mistero è rigorosamente tautologica, essendo il mistero una risposta ai suoi stessi quesiti. La Lettera del Diavolo, custodita nell’Archivio Capitolare della Diocesi di Agrigento insieme agli atti del processo, è uno dei più grandi enigmi della storia religiosa, e di esso ha tutti gli elementi: l’ambiguità metafisica di chi l’ha scritta, la decodificazione impossibile del segno grafico, il (presumibile) oscuro presagio del testo.

La vicenda è un intrico di fatti e di interpolazioni letterarie, per cui sarebbe congeniale usare il dato storico a pretesto di un racconto ideale, che è di per se stesso romanzesco, ma, proprio per questo suo felice paradosso, più narrativamente autentico. È come un romanzo giallo, che ha sempre maggiore dignità di un delitto vero. Siamo nel 1988 e presso l’editore Rusconi esce il romanzo Il Paradiso Terrestre di Sergio Campailla.

L’autore, saggista e accademico di origini siciliane, utilizzando Agrigento come una sorta di Orano ne La Peste di Albert Camus, racconta di Vanni Corvaia, un architetto con interessi archeologici, che alla ricerca della propria identità in Sicilia penetra in luoghi inaccessibili, osservando – con un effetto straniante – cose che gli occhi non comprendono, in uno spettacolo bruegeliano di esuberanza e di morte. Un bellissimo romanzo, che avrebbe meritato una migliore sorte di lettura.

Si dirà cosa c’entra questo con La Lettera del Diavolo, ma è proprio una copia di essa che è riportata su una pagina interna del libro, a costituirne un misterioso antefatto, ingarbugliando il racconto ancor prima che inizi. Intorno a questa Lettera si snoda la vicenda del libro; non facendo di essa la precondizione del testo, quanto piuttosto facendola apparire come una trama sottotestuale, elusiva, subdola e perigliosa.

Ma ancora prima di Campailla, un altro scrittore si era arrovellato a lungo e invano sul significato del documento, al punto da parlarne nel suo romanzo Il Gattopardo, con un chiaro debito alle proprie origini. Sì, perché Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che nel 1955 era andato a visitare il Monastero di Palma di Montechiaro, cela nella figura letteraria della Beata Corbera la sua reale antenata Maria Crocifissa, autrice – per interposta persona – della Lettera.

Maria Crocifissa della Concezione, al secolo Isabella Tomasi (Agrigento, 29 maggio 1645 – Palma di Montechiaro, 16 ottobre 1699), secondogenita del Principe di Lampedusa e della Baronessa di Falconeri e Torretta. Educata in un ambiente familiare rigidamente cristiano, e destinata dalla famiglia alla vita monacale, al punto che il padre chiese il permesso alla curia di costruire un monastero benedettino di clausura a Palma di Montechiaro, trasformando il loro Palazzo Ducale in cenobio, Isabella era avvezza alla meditazione e ai lavori più umili, in una sconvolgente unità spirituale con il Signore.

Nel 1672 si dice abbia avuto una visione della Madonna Addolorata che le avrebbe detto: «Sarà la croce la tua perpetua clausura… Già è stabilita la croce, resta il montarci pian piano sopra… per essere crocifissa perfettamente». Una frase straordinaria, di assoluta precisione, nel linguaggio ossessivamente anfibio dei mistici; ad interpretarla, nella simbologia delle parole, il senso religioso è perfettamente speculare all’espressione erotica.

Ma all’apparizione della Madonna, affettuosa e materna, sarebbe seguita alcuni anni dopo quella, agghiacciante e tremenda, del Diavolo stesso che le avrebbe dettato, senza possibilità di un suo rifiuto, in una sorta di trance o di stato alterato della coscienza e della percezione, una lettera. Non una qualunque lettera, ma La Lettera del Diavolo. Era l’11 agosto 1676, e, dopo averne steso il contenuto, la povera Maria Crocifissa della Concezione ebbe solo il tempo di scrivere «ohimè», l’unica parola comprensibile di tutto il documento, a richiamo del tremore che il contenuto della Lettera, che ella aveva compreso nelle sue più sottili ragioni, deve averle suscitato per le nebulose sorti dell’unità cristiana.

Fu per questa ragione che visse continuamente in penitenza, accettando con gioia le infermità che la colpirono e la condussero a morte prematura il 16 ottobre 1699, nel monastero in cui aveva vissuto, pronunciando le parole: “Santo, Santo, Santo”. Un ultimo, accorato sibilo d’amore labiale. Ma cos’è, la Lettera del Diavolo?

È l’atto di una tentazione, violenta al punto tale che Maria Crocifissa fu trovata a terra nella sua cella «con mezza faccia sinistra imbrattata di nero inchiostro, il respiro affannoso, il calamaio sulle ginocchia e una lettera in mano scritta con un alfabeto incomprensibile».

Erano in tutto quattordici righe scritte in un alfabeto tra il greco classico e il cirillico, i cui caratteri, posti in quella sequenza, non creavano alcuna frase di senso compiuto. Pare che la religiosa fosse solita affermare che il Diavolo le aveva dettato altri due messaggi, ma che lei si fosse rifiutata di trascriverli; e che le informazioni riportate sulla lettera non siano mai state rese pubbliche, o forse smarrite, così che lei stessa era solita dire: «Non mi domandate di questo per carità, che non posso in verun modo dirlo, e nemmeno occorre dirlo io, che verrà tempo che il tutto udirete e vedrete».

Beniamino Biondi

Nel corso dei secoli, le ipotesi sul significato della Lettera sono state molteplici e aggressivamente discordanti: la versione canonica l’ha ritenuta un segno autentico della lotta della religiosa contro il Diavolo; gli uomini di scienza, al contrario, soprattutto in ambito psichiatrico e psicoanalitico, l’hanno interpretata come una fantasia, una proiezione emotiva della rigidità della vita claustrale. Alcuni si sono spinti più in là, diagnosticando un disturbo bipolare; una definizione asetticamente elegante per dire che Maria Crocifissa era matta.

Ma i tentativi di analisi non sono finiti qui, e anzi proprio la soluzione che avrebbe dovuto essere certa si rivela come quella più misteriosa. È il principio dell’eterogenesi dei fini, formulato dal filosofo tedesco Wilhelm Wundt, secondo il quale le azioni umane possono riuscire a fini diversi da quelli che sono perseguiti dal soggetto che compie l’azione. Così la scienza, quando cerca a tutti i costi una verità seguendo principi di natura logica, non si accorge di cadere nel tranello di un illuminismo ridicolo e ingannevole, tronfio e inopportuno. Il riferimento è a un gruppo di fisici e informatici che con un algoritmo ha creduto di svelare il mistero della Lettera.

Attraverso l’inserimento dell’alfabeto greco, quello latino, quello runico (delle antiche popolazioni germaniche) e quello degli yazidi, il popolo considerato adoratore del Diavolo che abitò il Sinjar iracheno prima della comparsa dell’Islam, l’algoritmo individua i caratteri che si ripetono uguali e poi li compara con i segni alfabetici più simili delle varie lingue. Cosa avrebbe decodificato, l’algoritmo? Poche ma significative frasi: “Forse ormai certo Stige”, “Poiché Dio Cristo Zoroastro seguono le vie antiche e sarte cucite dagli uomini, Ohimé”, “Un Dio che sento liberare i mortali”.

La spiegazione è curiosa, ma per nulla affascinante; e, soprattutto, pare non sciolga nessuna di quelle controversie che dovrebbero rimanere tali, nell’idea – civile, e squisitamente intellettuale – che non tutto debba essere rintracciato a fondamento logico del mistero: è la sconfitta del pensiero, ché conduce a fenomeni di assoluta parodia, come per alcune sette sataniche che hanno contattato uno degli scienziati convinti che lui avesse in realtà tenuto nascosto il vero messaggio sotto l’imposizione della Chiesa, che ne temerebbe la pericolosità del contenuto satanico.

Con più ironia, e dunque con più elevata intelligenza, negli anni sessanta Andrea Camilleri si era interessato della vicenda, convincendo La Domenica del Corriere a bandire un concorso per chi fosse riuscito a tradurre la Lettera. In palio, per il vincitore, un premio di quelli che fanno gola: un soggiorno di un mese ad Agrigento. Rimane alla fine il mistero della Lettera del Diavolo, che ha reso vani per secoli gli sforzi della sua decriptazione, e il fascino inintelligibile di quella carta ingiallita e degli strani segni vergati con l’inchiostro dalle dita tremule di Maria Crocifissa della Concezione, venerabile dalla Chiesa cattolica.

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One Response to Agrigento, la Lettera del Diavolo che incantò Camilleri e Tomasi di Lampedusa

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    Teresa Triscari Rispondi

    30/05/2020 a 20:46

    Interessante analisi. l’ho letta con molto piacere

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