“A te, Aragona, teatro delle mie grida ignorate e inascoltate”

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La sconvolgente lettera ai suoi concittadini di una ragazza di Aragona che, nel 2015, a soli 11 anni, è stata vittima di uno stupro. “Io mi auguro che Aragona possa aprire gli occhi e smetterla di essere tanto superficiale e indifferente, mi auguro che le vittime possano riprendersi la vita in mano, poiché ciò che meritiamo va al di là della non vita, mi auguro che questa comunità possa migliorare, prima che sia ancor più tardi”.

Foto da internet

Rompe il silenzio assordante e cupo, a cui è stata costretta non solo per la giovane età, ma anche per permettere il corretto fluire delle indagini legate al suo caso. Lo fa in un giorno dedicato alle donne, ai loro diritti, alle loro conquiste. Lo fa con i toni di una donna che ha dovuto troppo presto smettere di essere bambina. Lo fa con coraggio e determinazione, la stessa che ha dovuto tirare fuori, stringendo i denti, battendo i pugni, per denunciare i suoi aguzzini.

Quattro uomini, uno di sessanta anni e tre tra i 22 e i 25 anni, secondo l’accusa, nel maggio del 2015 ad Aragona, l’hanno attirata in un vicolo e hanno abusato ripetutamente di lei, undicenne, ancora bambina.

“Mia figlia – dice la madre- è uscita per andare alle giostre. E non è più tornata. Non è tornata più la bambina di prima. È tornata un’altra mia figlia, bella, intelligente, affettuosa. Ma non è più tornata la bambina di prima”.

Strano il destino. Nessuna mamma penserebbe mai che un giro sulle giostre possa cambiare in un modo così catastrofico la vita della propria bambina, denudandola non solo dei propri abiti ma soprattutto dell’innocenza.
Grande per forza ad undici anni, la vittima ha dovuto affrontare le proprie paure per uscire allo scoperto. Ha dovuto fare i conti con l’omertà e il silenzio di chi sapeva e non parlava. Ha dovuto andare oltre l’indifferenza di che avrebbe dovuto sostenerla e invece l’ha allontanata, giudicata, abbandonata.

Così in una lettera aperta, rivolgendosi al suo paese, ai suoi aguzzini, ai suoi compagni, la vittima scrive: 

A te, Aragona, teatro delle mie grida ignorate e inascoltate. Sono vittima del mio stesso urlo straziante, dannata e condannata al loro perverso gioco carnale. Io l’ho visto il mio corpo nudo e fragile, coperto solo dalla paura della morte; Io l’ho visto il loro corpo, nudo e troppo potente per la bambina che ero, posseduto dalla morte che tanto timore mi incuteva. Bestie e pedofili quali erano, hanno stroncato la mia infanzia, stracciato il velo della mia innocenza e la mia purezza. Io l’ho sentito quel peso riempirmi lo stomaco ed il cuore, ho sentito la sopravvivenza prendere possesso delle mie ceneri: io ero testimone del mio stupro, costretta a subire senza via di scampo.

Mi rivolgo a chi è stato zitto ed ha inneggiato l’omertà, a chi non mi ha aiutata, a chi non mi ha creduta, a chi mi ha abbandonata, a te che sei il complice del carnefice; tu hai stuprato quel che rimaneva vivo in me e la mia colpa è stato permettertelo. Di me era rimasto lo scheletro del tuo armadio, il mostro sotto il tuo letto, il diavolo del tuo inferno, e la mia anima macchiata di oscurità. Il mio stupro non si è fermato quando loro hanno smesso di violentare ogni mio senso, di toccare la mia più profonda intimità, di costringere a conoscere il loro malato desiderio; il mio stupro ha proseguito quando a scuola i professori ed i compagni mi hanno giudicata, quando i miei stupratori erano lì a prendersi gioco di me, quando i ricordi erano ancora troppo vivi. Ed io ho avuto tante possibilità, denunciare o restare ferma su una panchina del tempo. Io però sono forte, sono la luce della verità e la gloria della forza, io sono potente, io ho smesso allo stupro di essere la mia vita, ne fa parte però, il suo sofferente ricordo”.

Parole forti. Osservazioni che scavano solchi sulla pelle come fossero frustate e che regalano immagini nitide di un film dell’orrore proiettato a rallentatore. E come se lo stupro non fosse stato abbastanza, ad alimentare il dolore, a lacerare la dignità calpestata e ferita della vittima ci hanno pensato l’indifferenza, l’omertà, la superficialità di chi sapeva e non parlava, di chi sentiva ma non voleva ascoltare.

Ferita, nel corpo e nell’anima, la vittima si è rialzata. Ha denunciato i suoi aguzzini. Ha iniziato a lottare per se stessa e per le mille altre donne che vivono la sua stessa condizione.

“Ora smetto di parlare a quel “tu” complice della cattiveria, quel tu che provoca ribrezzo. Ora mi rivolgo a te che soffri, a te che hai subito un qualsiasi abuso: parla, non permettere che ti manipolino, la tua vita aspetta te per essere vissuta”

E rivolgendosi alla sua Città, aggiunge: “Io mi auguro che Aragona possa aprire gli occhi e smetterla di essere tanto superficiale e indifferente, mi auguro che le vittime possano riprendersi la vita in mano, poiché ciò che meritiamo va al di là della non vita, mi auguro che questa comunità possa migliorare, prima che sia ancor più tardi”.

La lettera si conclude con parole che vanno al di là della comprensione umana.

“Loro hanno stuprato ogni mio senso ed io, per il rispetto di me stessa, ho cominciato ad amarmi infinite volte più di prima. Che Dio vi perdoni pure”.

Sì, Dio è misericordioso. Solo lui potrebbe perdonare un simile orrore.

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2 Responses to “A te, Aragona, teatro delle mie grida ignorate e inascoltate”

  1. Lidia Rispondi

    08/03/2019 a 9:38

    Si certo il Signore provvederà a dare giustizia, ma penso però che la giustizia terrena è anche necessaria ,pertanto credo che in questi casi necessita la pena di morte.

  2. Antonino Pantalena Rispondi

    08/03/2019 a 14:11

    E una spina che ferisce l’anima e il cuore che non si sana più. Ti capisco perché chi viene ferito in questo modo non dimentica più. Non bastano i soliti discorsi. Chi fa queste azioni merite la pena di morte.

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