A proposito di “ddrocu”, “ddrucu” e “ddruecu”

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Come muta, dalla marina di Agrigento, muovendo verso Caltanissetta, l’avverbio di luogo lì

Venerando Bellomo

“Once upon a time”. Così iniziano le favole, prive di  luogo e senza tempo. Volutamente senza precisione, ma indicative un tempo trascorso, che la memoria riconosce ma non focalizza: c’era una volta, appunto. Non così, invece, la cronaca, ossessivamente precisa, puntuale; e basta errare un ette, che se ne sentenzia la sua irrevocabile inattendibilità.

Ed è più che preciso, meticoloso, J.W. Goethe nell’annotare nel suo “Viaggio in Italia” il suo arrivo, provenendo da occidente, ad Agrigento, all’alba di martedì 24 aprile 1787, dove rimase per alcuni giorni, per poi ripartire, in direzione di Caltanissetta, il successivo sabato 28 aprile, portandosi in tasca l’inseparabile libricino di Johann Hermann von Riedesel “Reise durch Sizilien und Grossgriechenland”.

Ed in questo percorso che muove da ponente, il diario di Goethe è sempre più dettagliato nelle descrizioni: i monumenti, la città, le campagne con le loro colture e la loro orografia: le morbide colline che scendevano a valle, le fiumare, il sinuoso serpeggiare degli scroscianti torrenti. E soffermandosi sull’aspetto geologico, risulta fotograficamente chiara la presentazione dei terreni sabbiosi, dell’arenaria, dell’affiorare di calcare con escrescenze di scintillanti scaglie di gesso, di puntali rocciosi, con i loro discordanti colori. E sembra sentire gli odori di quelle intonse campagne, delle verdeggianti messe, degli animali al pascolo. Terreno che cambia di palmo in palmo, come ancora si usa dire, per descriverne la repentina variabilità della sua consistenza.

Luoghi che appartengono ormai soltanto ad un’antica memoria, irrimediabilmente persi come se chi doveva custodirli avesse violato la consegna. E in questo precipitare, portata dal vento, si percepisce, come un alito, quell’indistinta voce provenire da oriente e chiedere ancora una volta: “Guardiano, a che punto è la notte?”

E questa variabilità, quasi umorale, è pure nel linguaggio, nella parlata, nella sua intonazione, nella sua mutevolezza improvvisa. E la velocità di questi cambiamenti geologico-linguistici, la loro dinamica, il turbinare, fanno pensare al soffio del West Ponente, che nella luminosità infinita di un’alba in un tempo senza tempo, diede la vita.

Ed è proprio questo veloce mutare nella vicinanza, nella contiguità, che esprime tutte le contraddizioni siciliane. Luoghi con termini che si oppongono linguisticamente, così che dalla marina di Agrigento, muovendo verso Caltanissetta l’avverbio di luogo “lì” muta da “ddrocu” a “ddrucu”, con tutte le sue possibili intermedie variabili, frutto delle dittongazioni delle vocali, diventando il gutturale “ddruocu”, o lo spegnoleggiante “ddruecu” canicattinese.

Ma più è la vicinanza dei luoghi, dei paesi, tanto più netta ne è la contraddizione linguistica: sostituzioni di lettere nelle parole e nella loro pronuncia: tanto che se si dovessero scrivere sarebbe necessario integrare l’alfabeto italiano con quello greco.

E così al mio paese la parola “fiore” viene pronunciata χiuri , mentre nella vicinissima Racalmuto viene pronunciata ϕiuri, sostituendo alla x la ϕ.  Ed è perciò comprensibile se poi vien da sorridere quando qualcuno parla della lingua siciliana come materia d’insegnamento. Sarebbe opportuno e sensato, ad evitare tale burocratico comune errore, spiegare che non esiste una lingua, ma vivono le lingue siciliane.

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