A che serve una guerra?

da | 21 Feb 22

Perchè non riusciamo a stare in pace?

Raimondo Moncada

Ci vuole! Manca. Così la finiamo una volta e per tutte di parlare sempre di Covid. Ci siamo stancati. La storia ha bisogno di una bella scossa, di voltare pagina. E a leggere il quotidiano stillicidio dei giornali sull’Ucraina non saremmo così lontani. È l’estenuante tira e molla che ci fa stancare: ora la Russia interviene; no! c’è ancora uno spiraglio per una soluzione diplomatica; le bollette del gas aumentano del 50 per cento; i russi si ritirano; aumentano anche le bollette della luce; presto una missione a Mosca per convincere Putin; esercitazione missilistica; lunghe file di auto con civili in fuga …

La superpotenza russa mostra da settimane i muscoli e da giorni la fortissima tensione fa gonfiare anche le vene. Ha tutte le armi di distruzione di massa che servono non solo per distruggere una regione ma l’intero pianeta, così come altre superpotenze o semplici stati che amano la forza e le vene rigonfie dei propri muscoli. E poi una bomba la tiri tu e una bomba la tiro io. Il gioco delle bombe lo conosciamo già. 

Siamo bravi a fare la guerra. Anche a farla durare tanti anni, ovunque. L’hanno subita le nostre famiglie, in Europa, in Italia, a casa, in fuga. E sanno cosa vuol dire, viverla nell’attesa, viverla durante e viverla dopo. Chi non la vive di persona non si rende conto, perché il dolore è degli altri, il dolore è distante chilometri, il dolore non ti tocca, e poi ti nascondono lo sporco ed è meglio perché cosi non ti impressioni con le immagini di città incenerite, di vittime, di sangue, di urla, di silenzi. Che ci vuole a fare la guerra? Niente. Oggi è ancora più facile e più veloce della guerra dei nostri genitori, dei nostri nonni. Se non c’è un motivo, si può anche creare.

La disinformazione oggi ha tra i suoi migliori alleati il web. Ed è importante creare un motivo quando non ne esiste uno valido perché così giustifichi l’intervento agli occhi di quel mondo, di quella cosiddetta comunità internazionale (esiste ancora?) che cerca di non far scoppiare la guerra vicino casa per mille motivi: per evitare stragi di civili, per evitare altri conflitti a catena, per evitare squilibri geopolitici, per evitare che le borse precipitino, per evitare danni alle economie già provate dalla pandemia (siamo tutti interdipendenti), per evitare di essere strozzati dall’aumento del prezzo del gas proveniente dalla superpotenza da cui dipende il calore delle nostre tiepide case. 

Che ci vuole a fare la guerra? Tutte le armi sono già puntate, le bombe poco intelligenti sono belle e confezionate e ripulite dalla polvere dei magazzini, tutte le telecamere dallo spazio sono già accese per lo spettacolo da trasmettere a piccoli video su internet, i militari si allenano da anni ai videogiochi, ai war games, e non vedono l’ora di passare dal virtuale al reale. La miccia è già accesa. Si avverte la puzza. Anzi te la vogliono far sentire, forte, fortissima, come se la guerra fosse già iniziata. 

C’è un bambino per strada che nel luogo del bersaglio gioca in questo momento con altri bambini, ignari dei giochi degli adulti che dai loro monitor, dai loro tavoli di fine strategia non vedono più presenze umane ma obiettivi militari. Il gioco adulto non tarderà a mangiarsi presto il gioco dei piccoli, senza guardare in faccia a nessuno. 

È già successo e purtroppo quello che è accaduto in passato tante e tante volte si ripete, sempre, come se non ci fosse alcun insegnamento, alcuna memoria. Non riusciamo a stare per troppo tempo in pace. È più forte di noi.

Da 

 www.raimondomoncada.blogspot.it

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